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Opinioni
Premi Oscar 2022
28 Marzo 2022
15:58

Paolo Sorrentino non ha perso l’Oscar, è l’Oscar a essersi perso Paolo Sorrentino

Gli Oscar 2022 non premiano È stata la mano di Dio, preferendo dare la statuetta per il Miglior Film Internazionale a Drive My Car. Ci disuniamo dall’Academy, perché per noi Sorrentino ha vinto lo stesso.
A cura di Grazia Sambruna
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È stata la mano di Dio è un film che lascia senza parole. E, da iersera, pure senza Oscar. Il furto con scasso avvenuto ai danni di Paolo Sorrentino, ha avuto luogo durante la cerimonia di consegna delle dorate statuette, nella notte di domenica 27 marzo 2022. E, per quanto il trionfo del mattone giapponese Drive my car nella categoria Miglior Film Internazionale fosse più che annunciato, questa sconfitta fa male. Oppure no? Certo, fa male non per quel senso campanilista, per non dire patriottico-sovranista, che spinge anche chi non saprebbe distinguere la maglia della Juventus da quella del Chievo Verona a tifare sfacciatamente per la Nazionale quando e se ci sono i Mondiali.

Ma fa male proprio perché È stata la mano di Dio è un film scritto e diretto dalla mano di Dio, ovvero da quella di Paolo Sorrentino. E, dopotutto, questo non ci pareva poco. Ci scusasse l’Academy. O anche no, ma nei fatti perché lagnarci? L’Italia e il mondo intero hanno un nuovo capolavoro con cui fare i conti prendendolo a unità di misura per centimetrare la perfezione su grande schermo da ora in avanti. E quindi facciamoli, questi conti.

Partiamo dalla tabellina del 2, ovvero, dalla storia: dolorosa, divertente e chirurgicamente autobiografica, la trama del film ci schiaffa in faccia le origini di Sorrentino: la sua famiglia, il parentado tutto, il fratello, gli splendidi genitori prematuramente scomparsi. E lo fa senza finire per essere un’opera stucchevolmente ombelicale. Ovvero la lagnanza di uno troppo impegnato a scrutare le profondità della propria depressione addominale senza aver contezza che esista un mondo al di fuori di quella. E tanto basta a molti per creare la propria epica personale, come artistica. Mentre gli spettatori si ritrovano nel vortice di un pretenzioso dramma personale di cui nulla avevano interesse a sapere. Ma oramai, ci stanno dentro. Zitto e nuota.

Forse sono stati in molti a chiedersi come mai il regista, quando ricevette l’Oscar per La Grande Bellezza, ringraziò, tra gli altri, Diego Armando Maradona. C’è chi ha pensato che fosse un semplice fatto pro-loco, di appartenenza, cieca fede calcistica, pure un filo cafoncella e fuori luogo. Altri, l’hanno trovata una buffa citazione. In pochissimi, hanno provato a googlarne il motivo. Bene, È stata la mano di Dio ce lo sbatte sul grugno, il motivo: se Diego Armando Maradona non fosse andato a giocare al Napoli, cosa che al tempo pareva una suggestione ai limiti del fantascientifico, una leggenda metropolitana irrealizzabile nella realtà fattuale, un po’ come l’Italia che vince un Oscar al Miglior Film o i Mondiali, oggi Paolo Sorrentino non esisterebbe.

Perché, come racconta magari pure favolisticamente il film, sarebbe andato nella villetta in montagna coi suoi, il giorno della letale fuga di gas che li ha uccisi, invece di stare a casa per andare a vedere il Napoli di Maradona. Due coincidenze, la prima macro e l’altro microscopica che si intrecciano senza manco conoscersi di vista. E che, rimanendo sempre rette parallele, concorrono a scrivere la storia, dicevamo, ovvero una sequenza di eccellenze, nel grande calcio come nel grande cinema, di cui, e lo diciamo pure un poco egoisticamente, altrimenti saremmo rimasti privi. Le inestricabili vie del destino, qui si districano e, a vederle così districate, non può che far sperare in qualcosa di più grande, inaspettato, inimmaginabile. È un bel pensare. 

Poi è possibile scendere a terra ed essere più materiali, per carità: se Maradona non fosse arrivato al Napoli, non avremmo l’Oscar per La Grande Bellezza, né La Grande Bellezza. Ma pure film come L’uomo in più, Le conseguenze dell’amore, L’amico di Famiglia, Il Divo. Contestualmente a È stata la mano di Dio, la nostra vittoria è, Oscar o meno, avere la fortuna di conoscere non tanto Maradona, che la venuta del campione è lo sfondo, l’incantevole cornice del contesto. Ma quella “matta” di zia Patrizia che alle regole del quieto vivere proprio non ci sapeva stare, una musa nuda e rivoluzionaria finita sotto chiave perché la gente non poteva reggere tanta eccentrica straordinarietà.

Non avremmo bene in mente anche la cinica Baronessa che si lascia “pettinare” in qualche modo smentendo l’assioma di suo conio per cui “L’umanità fa schifo, te l’hanno detto?”. Non avremmo riso per gli scherzi di mamma Marì e le uscite sarcastiche del marito Saverio Schisa e non saremmo ancora qui a chiederci come mai non le fosse riuscito di esserle fedele. Sì, ne stiamo parlando come fossero nostri famigliari e, in effetti, questo diventano durante la visione. Poi, tali permangono.  Perché è stata la mano di Dio ha il potere di essere una storia personale che diventa, per lo spettatore, un fatto personale. 

Il capolavoro di Sorrentino vince perché facciamo davvero fatica a immaginare quanti consiglieranno Drive my car ad amici e conoscenti dopo essersi sorbito tre ore di raffinate pippe ai passeri giapponesi, fatte di introspezione, totale freddezza intellettualoide e poco, pochissimo cuore, misti a Cechov che quello si deve citare se vuoi fare un film di un qualche spessore concettuale. Ma manco la Signora Gentile, davvero, augurerebbe una roba così al peggiore dei parenti che le è toccato in sciagurata sorte (ovvero, nella sua opinione, ciascuno di loro). E questo vale come sempiterna risposta a chi sostiene d’essersi annoiato mortalmente durante È stata la mano di Dio: voi il tedio vero, quello profondo, ancora non l’avete conosciuto, né sapete dove stia di casa manco ve lo geolocalizzasse Siri.

Ci disuniamo serenamente dall’Academy, dalle contraddizioni che da sempre comporta. Tra le migliori, su tutte: Halle Berry, oggi come oggi, detiene lo stesso numero di Oscar di Al Pacino, ovvero uno. E ci teniamo orgogliosamente, invece, le contraddizioni dei personaggi, delle persone di È stata la mano di Dio, capolavoro riuscito pure a essere sbertucciato da qualcheduno come fosse un Damiano dei Maneskin qualsiasi, ma che ci ha lasciati divertiti, addolorati, sorpresi, emotivamente coinvolti a ogni scena girata, diretta e fotografata magistralmente. È stata la mano di Dio non è “soltanto” Maradona, è la Nazionale del 2006, è il miracolo di cui essere orgogliosi e che ci legittima a sentirci patriottici, per una volta, senza dovercene vergognare poi. A Paolo Sorrentino possiamo solo dire grazie. Perché “la vita è scadente”, ma il cinema, alcune preziosissime volte, invece no. Lo dimostra tutta La Grande Bellezza che ci ha regalato fin qui. Restando intero.

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Sto scrivendo. Perennemente in attesa che il sollevamento di questioni venga riconosciuto come disciplina olimpica.
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