Tutto quel che sappiamo finora della vicenda Ranucci-Lavitola, dall’inizio alla fine
Alle 22.17 del 16 ottobre 2025 un boato ha rotto il silenzio a Campo Ascolano, piccola frazione di Pomezia, vicino Roma. Una bomba posizionata davanti casa del giornalista di Report Sigfrido Ranucci ha distrutto l'auto del conduttore e quella della figlia. Ranucci in quel momento si trovava in casa: ha sentito il botto, ma non ha inizialmente pensato a un'attentato con dell'esplosivo. Ma quando sono arrivati i carabinieri, e hanno esaminato la scena, hanno capito che i dubbi erano veramente molto pochi: qualcuno aveva piazzato un ordigno. Un attentato insomma. Gli autori erano già fuggiti, lontani dall'abitazione.
Le indagini e i testimoni dell'attentato
Le indagini dei carabinieri sono partite immediatamente. Sin da subito i militari hanno ascoltato il giornalista, i vicini di casa, i testimoni. Si diceva che era stata vista una figura incappucciata scappare da lì proprio alcuni minuti prima delle 22.17, si parlava di una macchina allontanatasi velocemente dalla scena. Voci, ipotesi, che però non hanno avuto seguito: gli inquirenti, data la gravità di quanto accaduto, hanno blindato l'indagine. Forse come poche volte negli ultimi anni non si è avuta nessuna fuga di notizie.
I servizi di Report e le ipotesi sull'attentato
Intanto hanno cominciato a circolare ipotesi e ricostruzioni su quanto accaduto. Chi voleva colpire Ranucci e perché? Si è iniziato a guardare ai tanti servizi realizzati da Report, ma anche qui il campo era enorme: negli anni la trasmissione ha toccato moltissimi interessi e capire chi potesse avere un motivo per colpire il giornalista era estremamente complicato. Nei mesi sono state fatte molte ipotesi, nessuna delle quali però è stata confermata dagli inquirenti. E così, settimana dopo settimana, la notizia dell'attentato è stata messa da parte, aspettando nuovi sviluppi del caso. Che sono arrivati il 30 giugno 2026.
L'arresto degli esecutori materiali il 30 giugno 2026
Il 30 giugno 2026 quattro persone sono state arrestate dai carabinieri: Antonio Passariello, Saverio Mutone, Pellegrino D'Avino e Marika De Filippis. Si tratta di quattro persone originarie di Avella, in provincia di Avellino: tranne De Filippis, tutte avevano un solido passato criminale e sarebbero collegati al clan camorristico dei Cava. Ma cosa c'entravano con Ranucci? La risposta è stata lampante sin da subito: niente.
I quattro non avevano nulla contro Ranucci, anzi, molto probabilmente nemmeno sapevano bene cosa facesse e quale fosse il suo mestiere. Erano meri esecutori materiali, pagati da qualcun altro molto più in alto di loro per piazzare la bomba. Nelle intercettazioni il gruppo, che ha fatto sempre ben attenzione a non farsi sfuggire nomi, a un certo punto parlava di un certo Corrado: un nome che però, vedremo dopo, molto probabilmente era solo un alias per coprire il loro contatto.
Le carte sugli arresti di Passariello, Mutone, D'Avino e De Filippis
Mentre i tre uomini sono stati portati in carcere, per la donna, Marica De Filippis, sono stati disposti gli arresti domiciliari in quanto non avrebbe preso parte alla fase esecutiva dell'attentato. La giudice per le indagini preliminari Iole Moricca ha individuato in Pellegrino D'Avino l'uomo che avrebbe procurato l’ordigno esplosivo. A posizionarlo sarebbe stato, invece, Saverio Mutone, che insieme a D'Avino e De Filippis era davanti a casa di Ranucci il 10 ottobre 2025 per un sopralluogo. Antonio Passariello sarebbe stato una figura chiave dell’organizzazione, determinante nell'architettura logistica dell'attentato. È lui a procurarsi la Fiat 500X utilizzata per raggiungere Torvaianica, noleggiandola.
La caccia ai mandanti
Subito dopo l'arresto degli esecutori, il dibattito pubblico si è spostato sui mandanti dell'attentato di Pomezia. Nell'ordinanza di custodia cautelare l'argomento non era toccato. Dalle carte è emerso, però, che chi ha ordinato ha una buona struttura organizzativa, capace di rendersi segreto a lungo e una disponibilità economica solida. Oltre alle migliaia di euro per piazzare l'esplosivo, ai quattro esecutori era stata promessa assistenza legale e anche la possibilità di fuggire all'estero, in Paesi a loro scelta tra Spagna, Austria e Francia, con un mantenimento di 200 euro al giorno. Idea rifiutata da D'Avino, Mutone, Passariello e De Filippis per paura di trappole.
È Valter Lavitola il mandante dell'attentato a Ranucci
Il 6 luglio è stato reso pubblico, a seguito di una perquisizione, il nome di colui che i magistrati della Direzione Distrettuale Antimafia ritengono essere il mandante. È Valter Lavitola, imprenditore, giornalista, ex editore con vari procedimenti giudiziari nel suo passato fra cui associazione a delinquere, truffa ed estorsione. Ma soprattutto Lavitola e Ranucci sono, come dichiarato più volte da entrambi, amici. Il nome di Lavitola ha attraversato tre decenni di politica italiana, da sinistra a destra. Nato a Salerno nel 1966, a soli diciotto anni è entrato nella loggia massonica romana ‘Aretè'. Negli anni ’80 si è avvicinato al Partito Socialista Italiano nella corrente craxiana.
I legami e i contrasti fra Lavitola e Silvio Berlusconi
Qualche anno più tardi conosce Silvio Berlusconi e tenta di entrare in parlamento. Vicino agli ex socialisti passati con Forza Italia, nel 1996 fonda e poi dirige il quotidiano L'Avanti (da non confondersi con lo storico giornale del PSI Avanti!). Nel 2004 si candida alle elezioni politiche con il partito di Berlusconi, senza essere eletto. È stato arrestato per la prima volta nell'aprile 2012, dopo vari mesi di latitanza in Sudamerica, con l'accusa di associazione a delinquere e corruzione internazionale.
Nello stesso periodo è stato condannato a 2 anni e 8 mesi di reclusione per una tentata estorsione ai danni del Cavaliere, a cui chiese 5 milioni di euro per non divulgare informazioni riguardanti lo scandalo delle escort. Nel 2015 è stato condannato a tre anni e otto mesi di reclusione per finanziamenti pubblici illeciti attraverso società riconducibili a lui e ai suoi soci.
Il legame fra Lavitola e Ranucci: "Eravamo amici"
"Siamo amici": lo ha sempre sostenuto Sigfrido Ranucci davanti agli investigatori che lo hanno ascoltato e che lo riconvocheranno nel mese di settembre. "L'attentato come gesto di amicizia? Saremmo stati due idioti", è stato il commento di Lavitola dopo l'arresto. Eppure, secondo chi indaga sul caso, l'amicizia che legava i due non ha fatto desistere Lavitola dall'organizzare l'attentato davanti alla casa di Ranucci. Il loro rapporto viene passato al setaccio anche nelle intercettazioni raccolte dagli investigatori: messaggi, chiamate fra le quali alcune anche non rintracciabili. Una chiamata di circa due ore è stata registrata fra i due anche dopo la perquisizione, alle ore 3.30 di notte: per farla è stata utilizzata una applicazione che non registra le chiamata. Nonostante questo gli inquirenti sono riusciti a ricostruire ciò che si sono detti: per buona parte delle telefonata Lavitola è rimasto in automobile dove ha parlato in vivavoce e tutto è stato raccolto da intercettazioni ambientali.
Le indagini sul factotum, Gomes Clesio Tavares
Nei giorni in cui Lavitola affermava, anche attraverso i suo avvocati Arturo e Sergio Cola, "la sua totale estraneità alla vicenda", le ricerche degli investigatori si sono spostate sul suo factotum, Gomes Clesio Tavares. L'uomo, che ancora oggi si trova in Africa da latitante, è considerato l'intermediario fra Lavitola e la banda dei quattro che hanno piazzato la bomba all'esterno della villetta di Ranucci. Inoltre, Tavares avrebbe messo a disposizione la macchina della compagna per gli appostamenti davanti casa del giornalista Rai.
"Si trova in Camerun, non per sfuggire alle indagini ma per curare degli interessi che Lavitola ha lì relativamente ai carbon credit", ha dichiarato a luglio Arturo Cola a Fanpage.it. La stessa linea è stata ripetuta dallo stesso Tavares al Tg1 il 19 agosto: "Non sono latitante, è solo un periodo di lavoro intenso. Appena mi sarà possibile tornerò in Italia", tanto che qualche giorno dopo ha annunciato l'imminente rientro in patria. Tavares ha conosciuto Lavitola in carcere e da quel momento sono stati inseparabili, come padre e figlio.
Lavitola confessa: "Sono stato io a organizzare l'attentato"
Il 10 agosto 2026, dopo circa un mese da quando si è scoperto che Valter Lavitola era ritenuto il mandante dell'attentato, è avvenuto l'arresto. Nel corso dell'interrogatorio, è stato lo stesso Lavitola a confessare di aver organizzato tutto. "Non volevo una bomba, per me qualche sparo sarebbe bastato", ha spiegato davanti agli inquirenti e alla pm l'ex direttore dell'Avanti!. Poi ha aggiunto: "L'ho fatto perché volevo fare in modo che gli fosse aumentata la scorta: dopo l'attentato gli agenti sono più che triplicati".
Tutti i dubbi sul movente di Lavitola: per gli inquirenti secondo le intercettazioni nelle carte non c'entra la scorta
La versione fornita da Lavitola, però, non convince gli inquirenti che, nel frattempo, hanno avuto modo di confrontare i messaggi, le chiamate e gli incontri dei due. Secondo l'idea che si è fatto chi indaga, Lavitola avrebbe organizzato l'attentato per cercare di aumentare le simpatie e la notorietà di Ranucci che poi, successivamente, si sarebbero potuti convertire in consensi elettorali. "Ogni attacco che ti fanno, serve a farti crescere", gli diceva Lavitola. Nel frattempo l'imprenditore gli mostrava i suoi piani per un papabile avviamento di una carriera politica.
"Se ti candidassi saresti premier al 110%", gli diceva. "Guarda le persone che ti seguono in tour – continuava, facendo riferimento alle presentazioni dei libri – Sembrano le tappe che fanno coloro che si preparano a candidarsi negli Stati Uniti".
I punti oscuri sul caso: Ranucci conosceva il piano di Lavitola?
Un piano per avviare Ranucci alla carriera politica. Questo sarebbe stato il vero progetto di Lavitola secondo quanto emerge dalle carte, che Fanpage.it ha avuto modo di visionare. Gli inquirenti devono riuscire a comprendere, però, se anche Ranucci fosse a conoscenza delle idee dell'imprenditore. Il giornalista ha sempre dichiarato di non credere al movente fornito da Lavitola e di non sapere cosa avesse in mente. Più volte, però, Lavitola avrebbe fatto riferimento ai suoi piani con Ranucci, come anticipato e come si legge nelle carte. E, chissà, forse aveva immaginato anche di entrare effettivamente nella carriera politica.
"Ranucci sapeva, aveva capito che sono io il mandante"
"Sigfrido aveva capito il mio piano", queste le parole di Lavitola riportate dall'avvocato Sergio Cola che lo assiste, dopo un primo "no comment". Secondo quanto spiegato dal legale, Lavitola era convinto della consapevolezza dell'amico e giornalista che a ordinare l'attentato c'era proprio lui. "Anche Ranucci aveva chiesto di aumentare la scorta", ha aggiunto ancora prima che il figlio Arturo Cola, anche lui avvocato difensore di Lavitola rendesse noto che un mese prima dell'esplosione di ottobre lo stesso Lavitola si era recato a casa di Ranucci per avvisarlo di possibili attentati.