Attentato Sigfrido Ranucci

Attentato Ranucci, Lavitola: “Ho chiesto solo di sparare alcuni colpi sul muro di casa”

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Valter Lavitola, nel riquadro Sigfrido Ranucci.
L’imprenditore Valter Lavitola, nel corso dell’interrogatorio avvenuto ieri, ha dichiarato di aver chiesto agli esecutori di sparare “solo” alcune volte verso il muro di casa di Ranucci. Una versione considerata poco credibile.

"Ho chiesto solo di sparare alcuni colpi di pistola sul muro di casa". Questo ha dichiarato Valter Lavitola nel corso dell'interrogatorio avvenuto ieri davanti il giudice per le indagini preliminari di Roma, in merito all'attentato avvenuto davanti la villa di Pomezia del giornalista Sigfrido Ranucci. Una versione che però non convince. Le persone scelte per eseguire l'attentato erano infatti contigue a canali di approvvigionamento di esplosivi e, se davvero avessero dovuto limitarsi a sparare "quattro o cinque colpi", come sostenuto da Lavitola, sarebbe stato molto più semplice rivolgersi ad altre persone. Una ricostruzione che gli inquirenti ritengono quindi poco credibile e che potrebbe essere servita soltanto ad alleggerire la sua posizione. In ogni caso, il gip ha respinto la richiesta di arresti domiciliari avanzata dal difensore Sergio Cola: l'imprenditore resta quindi in carcere.

Lavitola: "Convinto che intelligence israeliana volesse ucciderlo"

Lavitola ha provato a giustificare il suo gesto sostenendo di aver temuto per la vita di Ranucci dopo un servizio di Report sul cantiere navale Vittoria. Secondo la sua versione, avrebbe avuto paura che l’intelligence israeliana volesse uccidere il conduttore e avrebbe quindi organizzato l’attentato con l’intento di proteggerlo, facendo aumentare la sua scorta. Una spiegazione che però il gip giudica “inverosimile”, oltre che “priva di riscontro”. Il giudice sottolinea inoltre che Lavitola, “pur ammettendo di essere il mandante dell’azione delittuosa, ha cercato di ridimensionare fortemente il ruolo svolto nell’organizzazione dell’azione criminosa”, negando di conoscere le modalità concrete con cui l’attentato sarebbe stato realizzato. Una ricostruzione che, secondo il gip, è “contraddetta dalle risultanze in atti”. Ancora più netto il giudizio sul movente: si tratterebbe di “dichiarazioni fumose, assolutamente generiche e prive di qualsivoglia indicazione concreta suscettibile di riscontro”.

Il reperimento dell'esplosivo

Il gruppo di Avella arrestato dai carabinieri con l'accusa di aver eseguito materialmente l'attentato non era nuovo al reperimento di materiale esplosivo. Si tratta di persone che avevano contatti importanti con chi si occupava di procurare e confezionare ordigni, ed è quindi difficile pensare che Tavares si sia rivolto proprio a loro soltanto per organizzare una "stesa". L'esplosivo utilizzato, inoltre, pur non essendo stato collocato in una quantità o in una posizione tali da rendere evidente un intento omicida, era comunque estremamente pericoloso e dagli effetti imprevedibili. La gelatina da cava impiegata era infatti molto deteriorata e conservata in modo non adeguato: una condizione che avrebbe potuto provocare conseguenze gravi non soltanto per Ranucci e la sua famiglia, ma anche per gli stessi attentatori. È poi improbabile che D'Avino, Mutone, De Filippis e Passariello dovessero limitarsi a fare una "stesa". Dalle intercettazioni si capisce chiaramente che, già quando sono andati a fare il sopralluogo insieme a Tavares, si parlava del piazzamento dell'esplosivo. Questo lascia intendere che il piano fosse quello fin dall'inizio e non quello di limitarsi a esplodere qualche colpo di pistola.

Lavitola mandante dell'attentato: "Fatto per il bene di Ranucci"

Nel corso dell'interrogatorio Valter Lavitola ha ammesso di essere il mandante dell'attentato. Ha dichiarato di averlo fatto "per il bene" del giornalista, in modo da fargli aumentare la scorta a più uomini. Si tratta di parole con poco senso, non effettivamente molto credibili, il cui senso è al vaglio di chi indaga. Alla domanda rivolta al difensore di Lavitola se Ranucci fosse a conoscenza dell'attentato, il legale ha risposto con un "no comment". Dalle carte dell'inchiesta, però, questo non emerge. Quello che risulta è che il conduttore di Report fosse a conoscenza delle grandi aspettative che Lavitola nutriva nei suoi confronti, tanto da immaginarlo addirittura in un ruolo da premier. Secondo l'ipotesi accusatoria, l'imprenditore avrebbe fatto piazzare la bomba anche per favorire un'eventuale futura discesa in politica di Ranucci e ritagliarsi, in quel caso, un posto al sole. Ma anche questo è un aspetto ancora al vaglio degli inquirenti. La vicenda è complessa e, per molti aspetti, francamente assurda. Di certo c'è che Lavitola non è un personaggio secondario nello scacchiere politico nazionale: per anni è stato uno dei principali faccendieri dell'area di destra, coinvolto in vicende che hanno riguardato tentativi di far cadere governi e operazioni politiche contro gli avversari.

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