Lavitola confessa, Ranucci: “Non credo al suo movente”. E si indaga anche sulla posizione del giornalista
Continuano le indagini sull'attentato a Sigfrido Ranucci dello scorso ottobre, quando un ordigno è stato fatto esplodere davanti alla villetta a Pomezia in cui il giornalista e conduttore di Report vive con la sua famiglia. Dopo che ieri, nel corso di un lungo interrogatorio durato circa cinque ore, Valter Lavitola ha ammesso di essere il mandante dell'attentato, non si sono esauriti i dubbi degli inquirenti: sulla vicenda restano ancora molti punti oscuri su cui stanno continuando a lavorare gli investigatori.
I punti oscuri sull'attentato a Ranucci dopo la confessione di Lavitola
Sono principalmente tre i principali interrogativi rimasti aperti dopo l'interrogatorio di garanzia di ieri in cui Lavitola ha ammesso di essere il mandante dell'attentato. Il primo riguarda la posizione di Ranucci il quale, come ribadito in più punti all'interno dell'ordinanza di custodia cautelare a carico di Lavitola e del suo factotum Clesio Gomes Tavares, è persona offesa. Gli inquirenti, però, si chiedono se il giornalista possa aver intuito o sospettato qualcosa. Il secondo è sulla reale possibilità che Lavitola abbia organizzato tutto da solo, servendosi poi dell'aiuto di Gomesche avrebbe fatto da intermediario fra l'imprenditore e i quattro esecutori materiali dell'attentato. Davvero nessun altro sapeva cosa avesse in mente?
Il terzo interrogatorio, invece, è sul movente. Secondo quanto dichiarato da Lavitola, infatti, l'attentato sarebbe servito per "fare del bene", al giornalista suo amico. "L'ho fatto per salvaguardare la sua incolumità: un episodio sarebbe servito a fare in modo che la scorta gli fosse aumentata – avrebbe spiegato Lavitola – All'epoca aveva soltanto due uomini di scorta: dopo ottobre sono diventati otto. È più che triplicata". Nel frattempo, però, non mancava di sottolineare come “ogni attacco” servisse a far crescere la popolarità del giornalista e, di conseguenza, anche i consensi elettorali, secondo quanto gli inquirenti ipotizzano potesse pensare Lavitola.
Ranucci: "Non credo al movente di Lavitola"
Nel frattempo, mentre continuano gli accertamenti, non ha tardato ad arrivare anche il commento dello stesso Ranucci sulle parole dell'imprenditore e amico. "Non credo al movente dichiarato nel corso dell'interrogatorio", avrebbe dichiarato Sigfrido Ranucci, come riportato da la Repubblica. A suo avviso, infatti, potrebbe trattarsi invece di una strategia difensiva per uscire dal carcere: il legale di Lavitola, Sergio Cola, avrebbe già inoltrato la richiesta per i domiciliari. Un'alternativa secondo il giornalista è che Lavitola possa voler nascondere i veri mandanti dell'attentato.
Difficile per il giornalista credere al movente espresso da Lavitola: "La confessione ci lascia sgomenti: Ranucci è sotto scorta ininterrottamente dal 2021 per la gravità delle minacce di morte ricevute e rigorosamente valutate dal Ministero dell'Interno: se il movente è quello si colloca tra l'inutile e il rassicurante, lontano da ipotesi ben più gravi e gravose. Ma la confessione è ben diversa dalla valutazione della sua credibilità", ha commentato il legale del giornalista, Roberto De Vita.
Le parole di Lavitola a Ranucci: "Se non lo fai tu, trovo io una soluzione"
Per cercare di fare chiarezza sulla posizione di Ranucci e sulla possibilità che avesse intuito o compreso qualcosa, gli inquirenti stanno passando al vaglio i contatti fra i due, compresi quelli avuti nelle app di messaggistica. "Il tuo pericolo sono gli haters, chi ti odia. Bisognerebbe rafforzare la tua scorta. Mi dispiace dirtelo, ma se non lo fai troverò io la soluzione per farlo", gli avrebbe detto Lavitola con un messaggio su WhatsApp. Una frase che sembrerebbe combaciare, nonostante sia stata inviata a Ranucci quasi un anno prima dell'attentato, con il movente espresso nell'interrogatorio. Eppure, nonostante questo, neanche la Procura sembra riuscire a credere alla confessione di Lavitola.
Ciò che è certo è che, nei mesi successivi all'attentato, Lavitola avrebbe cercato di effettuare un depistaggio per evitare che fosse sospettato di essere il mandante di quanto accaduto: dai servizi segreti italiani e israeliani alla camorra, fino agli haters di Ranucci. "Da quando scendi dalla macchina devi avere un cerchio di protezione fino all'ingresso, devi avere chi ti faccia dei sopralluoghi", gli diceva nel corso di un pranzo nel ristorante pescheria di sua proprietà a Monteverde.
Ranucci coinvolto nell'organizzazione dell'attentato: le ipotesi investigative e la fine di Report
Nel corso dell'interrogatorio non sono state presentate domande su un possibile coinvolgimento di Ranucci, sebbene siano ancora in corso accertamenti su questa eventualità. Gli inquirenti, però, sembrano restare ancora abbastanza convinti del fatto che, dietro all'attentato commissionato da Lavitola, ci sia un altro movente, forse da collegare a un disegno politico ben preciso, consolidato dopo un ulteriore sondaggio secondo cui i consensi per Ranucci sarebbero cresciuti rispetto a quelli dei leader di sinistra. "Sarebbe presidente al 110%", diceva.
Nel frattempo, il Comitato Etico della Rai è invierà sul caso la sua relazione che potrebbe portare alsollevamento dell'incarico di Ranucci da Report per uno stop cautelativo. "Se insistono devono cacciarmi loro, così prendo anche un risarcimento. Se devo lasciare Report, decido io come e quando", ha poi concluso.