Attentato Sigfrido Ranucci

Perché Lavitola è il mandante dell’attentato a Ranucci per gli investigatori: il movente e le prove

Immagine
Dal sopralluogo con Clesio Tavares al presunto movente fino al tentativo di fuga in Africa: tutti gli elementi che, secondo la procura, inchiodano Valter Lavitola come mandante dell’attentato a Ranucci.

Valter Lavitola, alla fine, è stato arrestato. È lui che gli investigatori considerano il mandante dell'attentato al giornalista di Report Sigfrido Ranucci: le prove raccolte nelle ultime settimane dai carabinieri, secondo la procura, sarebbero schiaccianti e lascerebbero poco spazio ai dubbi. E questo nonostante Lavitola fosse da anni un caro amico del conduttore. Tanto che Ranucci, quando ha saputo che era proprio lui a essere finito sotto indagine, è rimasto incredulo, di sasso. Ma quali sono, nel concreto, le prove che il pubblico ministero ha raccolto contro Lavitola?

L'incontro con Ranucci e il sopralluogo con Tavares

Valter Lavitola era legato a Sigfrido Ranucci da un'amicizia di anni. Eppure non era mai andato a casa sua. Il 6 settembre 2025, l'imprenditore ha mandato un messaggio a Ranucci chiedendo di vedersi urgentemente il giorno dopo per "dieci/quindici minuti", sostenendo che si sarebbe trovato "proprio dalle sue parti". Il 7 settembre Lavitola ha contattato nuovamente Ranucci chiedendo esplicitamente dove potessero incontrarsi: il giornalista, spiegando che non poteva allontanarsi da casa senza avvertire la scorta, ha così dato il suo indirizzo a Lavitola, fornendo indicazioni precise su quale fosse il suo cancello e come riconoscerlo. Dettagli chiave che, secondo gli inquirenti, sarebbero serviti a Lavitola per organizzare l'attentato. E proprio quel primo sopralluogo sarebbe stato fatto per capire com'era strutturata l'abitazione e pianificare tutto nei minimi dettagli.

Una settimana dopo questo incontro, il 15 settembre, Lavitola si è recato di nuovo davanti all'abitazione di Ranucci a Torvajanica: le celle telefoniche lo collocano lì, insieme stavolta a Clesio Tavares Gomesattualmente ancora in Camerun e destinatario di un mandato d'arresto. Per i carabinieri, Lavitola sarebbe andato lì per mostrare al suo braccio destro cosa fare. Quel giorno non ha contattato mai Ranucci, e il giornalista non sapeva si trovasse a Torvaianica. Si tratta di uno degli elementi più pesanti che per gli inquirenti sono a carico dell'uomo.

Il messaggio di D'Avino a Tavares: "Tt ok"

Clesio Tavares Gomes conosce da tempo gli esecutori materiali dell'attentato. Pellegrino D'Avino e Marica De Filippis sono amici suoi e della sua compagna. Per questo ha deciso di commissionare loro il reperimento dell'esplosivo e la realizzazione dell'attentato, che è avvenuto poi il 16 ottobre, un mese dopo il sopralluogo. D'Avino, a sua volta, ha poi assoldato altre persone che gli sarebbero state utili a realizzate materialmente l'attentato, ossia il padre Antonio Passariello e Saverio Mutone. Che loro non avessero nessun astio nei confronti di Ranucci è acclarato: non lo conoscevano e non avevano motivo di volerlo attaccare. Erano solo gli esecutori materiali. In un'intercettazione, inoltre, D'Avino parla di Tavares proprio come la persona che lo avrebbe assoldato per conto di "un altro".

Il telefono di Tavares, inoltre, è stato agganciato insieme a quelli di D'Avino, Mutone e De Filippis davanti l'abitazione di Ranucci pochi giorni prima dell'attentato. Un sopralluogo richiesto da D'Avino, che a Tavares aveva scritto: "Ma quel fatto lo andiamo a vedere domani sera sì o no?". Ma c'è un altro elemento, ancora più pesante: l'attentato è stato realizzato alle 22.17 del 16 ottobre. Subito dopo D'Avino ha inviato un messaggio a Tavares con solo due parole: "Tt ok". La mattina del 17 ottobre, quindi il giorno dopo l'attentato, Tavares ha preso un treno per Roma ed è andato a Monteverde, quartiere dove vive Lavitola: per gli inquirenti, doveva riferire sull'esito dell'attentato.

Il movente

Qui si entra in una delle parti più assurde e contorte dell'intera vicenda. Per i pubblici ministeri, Lavitola non ce l'aveva con Ranucci. Erano amici, avevano confidenza, e se avesse voluto fargli del male, come dice d'altronde in altre intercettazioni, avrebbe potuto farlo in ogni momento. Il movente sarebbe piuttosto strumentale: Lavitola era fissato con l'entrata in politica di Ranucci. Faceva di tutto per spingerlo a candidarsi, era arrivato addirittura a commissionare un sondaggio politico pagato 8mila euro per testare la popolarità del conduttore. Nella sua ottica, l'attentato avrebbe dovuto dargli una spinta, aiutarlo a essere ancora più benvoluto. Sono tantissimi i messaggi che Lavitola ha inviato al giornalista di Report per convincerlo a candidarsi: non singole battute gettate lì tanto per, ma una vera e propria opera di convincimento andata avanti per oltre un anno. Ranucci non ha mai detto di volersi candidare, e lo ha sempre ribadito anche a Lavitola: ma le adulazioni dell'imprenditore erano costanti, e lui a un certo punto si è dimostrato curioso.

Nelle carte della procura si evince che probabilmente questo attentato è stato pensato non per far male a Ranucci, ma per "aiutarlo". Una cosa che ha dell'assurdo, soprattutto se si pensa: ma Lavitola, cosa ci avrebbe guadagnato? Probabilmente pensava a un suo rientro in politica. D'altronde il suo non è un nome nuovo ai palazzi del potere: Lavitola ha gestito quella che è passata alla storia come la "compravendita dei senatori", volta a far fuori il governo Prodi, ha avuto un ruolo nella gestione della "casa di Montecarlo" che ha segnato la fine politica di Gianfranco Fini. Che quindi si sappia muovere in politica è un dato di fatto.

Il tentativo di fuga in Africa

Dopo aver saputo dell'arresto di D'Avino, Passariello, Mutone e De Filippis, Lavitola ha provato ad andare in Africa. Una fuga vera e propria, secondo gli inquirenti. Aveva comprato un biglietto per il Camerun, voleva raggiungere Tavares: le forze dell'ordine lo hanno fermato mentre stava mettendo in macchina i bagagli, potendo così procedere alla perquisizione della sua abitazione. L'uomo ha provato a giustificarsi dicendo che si trattava di un viaggio di routine, legato a interessi economici in Camerun. Una tesi che, per gli inquirenti, non avrebbe senso, ma che sarebbe invece legata alla necessità di sparire dai radar per evitare l'arresto.

autopromo immagine
Più che un giornale
Il media che racconta il tempo in cui viviamo con occhi moderni
api url views