Dalla circolare al provvedimento disciplinare: nelle carte su Lavitola tutte le pressioni su Report e Ranucci

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All’interno dell’ordinanza su Valter Lavitola ci sono mesi di messaggi scambiati con il conduttore. Ne esce il diario privato del 2025: la circolare di gennaio, il provvedimento disciplinare di giugno, gli esposti. E una giornata raccontata ora per ora con Ranucci sempre più sotto pressione: “Li odio! Sono falsi!”.

Il messaggio arriva alle due di notte. È un link, lo manda Valter Lavitola, e porta a una pagina di Dagospia. Sigfrido Ranucci lo apre sei ore più tardi. Alle 8.04 del 26 giugno 2025 risponde con tre parole: "Li odio. Sono falsi". Dall'altra parte del link c'era un lancio d'agenzia sul provvedimento disciplinare appena notificato al conduttore di Report, a firma dell'amministratore delegato della Rai Giampaolo Rossi e del direttore delle Risorse Umane Felice Ventura. Le contestazioni le aveva rese pubbliche lui stesso, il giorno prima, con un post su Facebook: la partecipazione non autorizzata alla trasmissione di Lilli Gruber, la presentazione del suo libro a Mestre, un'intervista sulla libertà di stampa, una telefonata a Piazza Pulita in difesa del collega Giorgio Mottola. Il post si chiudeva con una rivendicazione: se il provvedimento arrivava per aver difeso la sua squadra, lo accettava "con orgoglio".

Alle 11.21 Ranucci inoltra a Lavitola un secondo lancio: il generale Mario Mori ha presentato, tramite il suo legale, un esposto contro il Fatto Quotidiano e Report per rivelazione di segreti d'ufficio. Alle 12.23 Lavitola commenta che è una cosa senza senso, e il conduttore replica: "Siamo sotto attacco". La risposta dell'ex direttore dell'Avanti! è una diagnosi: "Solo l'obiettivo di farti fuori… Dove è la novità??". Alle 12.55 Ranucci scrive una frase che, annota il giudice, non aveva mai scritto prima: "Sono stanco walter".

Nel contesto dell'ordinanza con cui il gip di Roma Iole Moricca ha disposto l'arresto di Valter Lavitola, questa giornata è fondamentale. Quella "stanchezza" di Ranucci è il grimaldello con cui Lavitola cerca di stargli accanto e che il giudice colloca al centro della propria ricostruzione. Lavitola gli raccomanda di tenere sotto controllo la salute, gli dice di non averlo mai sentito parlare così, poi aggiunge: "Ogni attacco che ti fanno serve a farti crescere ulteriormente. Cerca di cogliere, altrimenti rischi la salute". Per il gip quel passaggio dimostra che già mesi prima dell'attentato l'indagato aveva individuato nelle aggressioni al giornalista "un formidabile strumento di accrescimento del consenso elettorale".

Ma per capire da dove arrivava quella stanchezza bisogna tornare indietro di cinque mesi. Il 25 gennaio 2025, alle 13.30, Ranucci scrive a Lavitola: "Intanto la rai ha emesso circolare per farmi fuori". Tre minuti dopo gli gira tre documenti: una nota dell'Usigrai contro una direttiva dell'amministratore delegato, un intervento del senatore Walter Verini sull'autonomia dei conduttori e il testo della circolare firmata da Rossi sulla responsabilità nella realizzazione dei programmi televisivi, che tra le altre cose stabiliva che la gestione editoriale non potesse essere demandata al conduttore. Poi il commento: "Arrivata circolare antiranucci". E, subito dopo, una lettura politica che resta la sua e va presa per quello che è, l'opinione privata di una persona sotto pressione: "Gasparri & company hanno chiesto il controllo di Ranucci e Rossi ha eseguito".

Lavitola risponde con sarcasmo, insultando i responsabili dell'iniziativa e ipotizzando che sia il conduttore stesso a pagarli per fargli pubblicità. Ranucci risponde: "Io non li pago… anzi sono loro che non mi pagano". Dopo giugno, l'estate prosegue sullo stesso doppio binario. Il 7 luglio Ranucci esulta per gli ascolti – oltre un milione e mezzo di spettatori – e rivendica la reazione della redazione "dopo la settimana di tagli delle puntate e provvedimenti disciplinari insussistenti". Il 31 luglio confida di essere in mediazione per la causa civile promossa dal sottosegretario Giovanbattista Fazzolari, che gli aveva chiesto centomila euro di danni per l'inchiesta di Giorgio Mottola sulla scalata di Monte dei Paschi a Mediobanca.

Tre mesi e mezzo dopo, davanti alla sua abitazione, esplode l'ordigno. Queste conversazioni sono finite in un fascicolo che hanno dimostrato come Lavitola conoscesse nel dettaglio le difficoltà professionali dell'amico Ranucci, e che su quelle difficoltà avrebbe costruito il proprio progetto politico. Per arrivare alle conclusioni che hanno portato all'arresto di Lavitola, il giudice ha dovuto mettere agli atti un anno di pressioni su un programma del servizio pubblico. Raccontate, per la prima volta, dalla parte di chi le riceveva.

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