I colloqui in portoghese di Lavitola, il ruolo di Ivan: cosa manca ancora alla verità sulla bomba a Ranucci
Valter Lavitola è al volante della sua Toyota Aygo, convinto di non poter essere ascoltato. Parla in portoghese, attraverso un sistema che egli ritiene non intercettabile con gli strumenti convenzionali (un criptofonino?). È il 5 luglio, il giorno dopo la perquisizione nella sua abitazione. Dall'altra parte, un uomo che i carabinieri conoscono come Ivan.
Quella telefonata, insieme a milioni di altri dati estratti dal telefono di "Valterino", oggi apre la seconda fase dell'inchiesta sull'attentato del 16 ottobre 2025 alla casa del giornalista Rai e conduttore di Report Sigfrido Ranucci a Pomezia, quando un ordigno da un chilo di esplosivo distrusse la sua auto e quella della figlia, rientrata in casa venti minuti prima. Lavitola, ex direttore de "Avanti!", arrestato lo scorso 10 agosto e detenuto a Rebibbia, ha confessato nell'interrogatorio di garanzia della scorsa settimana di essere il mandante dell'attacco. Ma secondo gli investigatori avrebbe mentito su alcuni punti chiave: ed è dal suo smartphone, ricostruisce il quotidiano "la Repubblica", sulla base degli atti d'indagine, che gli inquirenti si aspettano le risposte mancanti.
L'ordigno esplode alle 22.17 del 16 ottobre 2025, incastrato tra due vasi davanti alla villetta di Campo Ascolano, frazione di Pomezia. Indaga da subito la Direzione distrettuale antimafia di Roma, coordinata dal procuratore capo Francesco Lo Voi. Il 30 giugno 2026 scattano i primi arresti: quattro presunti esecutori materiali, tutti tra il Napoletano e l'Avellinese. Antonio Passariello, 53 anni, di Cicciano, in provincia di Napoli, considerato il capo del gruppo. Il figlio Pellegrino D'Avino, Saverio Mutone, di Sperone, in provincia di Avellino, e Marika De Filippis, compagna di D'Avino, finita ai domiciliari. Per l'accusa avrebbero agito su commissione, in cambio di un compenso complessivo inferiore ai diecimila euro, con l'aggravante del metodo mafioso: gli inquirenti non abbandonano la pista dei clan del Casertano e del Napoletano, tra cui quello dei Moccia di Afragola.
All'inizio di luglio l'inchiesta risale al presunto mandante. Il 4 luglio i carabinieri perquisiscono l'abitazione di Lavitola e sequestrano i dispositivi. Il 10 agosto arriva l'arresto, con l'accusa di aver commissionato l'attentato anche attraverso un intermediario, il cittadino camerunense Clesio Gomes Tavares. Pochi giorni dopo, nell'interrogatorio di garanzia, la confessione.
Il movente che Lavitola offre ai magistrati – aver voluto aiutare «l'amico» Ranucci a ottenere un rafforzamento della scorta – non convince procura e gip. L'ipotesi degli inquirenti, che al momento è quella che sollecita di più le discussioni sui social e sui media, è che dietro l'attentato ci fosse il progetto di lanciare in politica il conduttore di Report, oppure la volontà di proteggere lui e la trasmissione in un momento di forte pressione politica e mediatica. Dal telefono emergerebbe anche un dettaglio ulteriore: per Lavitola, Report avrebbe rappresentato pure una vetrina utile ai propri affari, anche se Ranucci ha sempre smentito che il faccendiere sia mai entrato nelle scelte editoriali del programma.
Le telefonate di Lavitola a "meu amor"
Poi ci sono le due telefonate del 5 luglio. Con Ivan, definito dagli investigatori, racconta Repubblica, «di elevato interesse investigativo», Lavitola racconta di aver appena passato due ore al telefono con Ranucci, che si sarebbe infuriato con gli inquirenti in sua difesa: «Questo è il giornalista più potente, più vicino ai giudici che c'è in Italia». Poche ore dopo, alle 22:02, parla con una donna che chiama «meu amor» in portoghese: mette in conto il carcere «per qualche anno», ma rivendica di averlo fatto «per aiutarlo, non per ucciderlo». Della telefonata con Ranucci dice: «Mi ha dato molte informazioni, mi ha aiutato a chiarire le cose». Un elemento che, aggiunge, porterà «una confusione terribile» nell'inchiesta.
Per i carabinieri Lavitola non si sarebbe limitato a mentire. Avrebbe provato a orientare gli inquirenti su piste false, coinvolgendo anche persone estranee alla vicenda, e potrebbe aver "ripulito" i dispositivi: sul telefono non risulta alcun contatto con uomini dell'intelligence italiana, circostanza che gli investigatori giudicano poco credibile visti i trascorsi dell'ex direttore del giornale socialista.
Secondo il suo avvocato, Sergio Cola, durante l'interrogatorio Lavitola avrebbe detto di «non poter escludere» che Ranucci, in un secondo momento, abbia intuito qualcosa dell'attentato. Una sfumatura che la procura non sembra aver raccolto: sul fatto che il giornalista sia parte lesa, senza alcun elemento che lo colleghi alla preparazione della bomba, gli inquirenti restano fermi. Il nodo resta un altro: capire se, dopo l'esplosione, qualcun altro abbia saputo la verità e abbia guidato Lavitola nella gestione di quanto accaduto.
ll capitolo Ranucci e le teorie sull'attentato
C'è infine un capitolo che riguarda direttamente il giornalista Ranucci che dovrebbe essere risentito dagli inquirenti. Ranucci è al centro della tempesta mediatica ma, giova ricordarlo, ad oggi è esclusivamente parte lesa, ovvero la persona danneggiata. Sentito dai magistrati romani come persona informata sui fatti, il conduttore di Report non ha mai riferito dell'amicizia con Lavitola, nonostante gli inquirenti gli avessero chiesto di ripercorrere ogni aspetto della sua vita privata e lavorativa. Eppure, ricostruisce il Messaggero, Ranucci frequentava spesso il "Cefalù Bistrot", il locale di pesce di Lavitola a Roma, dove i due avrebbero discusso più volte di chi potesse essere dietro l'attentato. Anche davanti al procuratore Lo Voi, delle teorie del suo amico non avrebbe mai parlato.
Dal telefono di Lavitola emerge infatti che il faccendiere, già nei giorni immediatamente successivi all'attacco, aveva iniziato a suggerire a Ranucci la pista dei servizi segreti stranieri. Il 20 ottobre 2025, alle 16:47, gli scrive, letterale: «Dammi retta, ti scongiuro il nome di Dio»: secondo lui potrebbero aver avuto notizie da intelligence straniere. Insiste: «Non sottovalutare questa cosa». Ranucci risponde con un laconico «Sì certo». Sarebbe stata proprio questa pista, nell'ultima versione fornita da Lavitola, a spingerlo a organizzare un attentato finto per il timore di un'azione del Mossad, il famigerato servizio segreto per l'estero di Israele. Nelle settimane successive Lavitola indirizza l'amico anche verso la camorra, scrivendogli che il vero pericolo per lui sarebbero stati «gli odiatori». Entrambe le piste, sottolinea il gip, Ranucci non le ha mai riferite agli inquirenti.
Per i quattro accusati di aver materialmente piazzato l'ordigno la misura cautelare resta confermata dal Riesame: tre restano a Rebibbia, De Filippis ai domiciliari. Per Lavitola la partita si gioca ora sull'analisi integrale dello smartphone, che la procura dovrà incrociare nelle prossime settimane per stabilire chi altro, oltre al faccendiere, sapesse.