Il rapporto ISTAT / ISS sull’impatto dell’epidemia Covid-19 sulla mortalità della popolazione italiana dà consistenza e valore a quella che era già un’ipotesi largamente condivisa fra ricercatori e analisti: il numero dei morti a causa del coronavirus è sottostimato e, in particolare, nel primo trimestre del 2020 i dati della Protezione Civile non hanno restituito con chiarezza la portata dell'impatto dell'epidemia sul nostro Paese. Qualche settimana fa tale problema era emerso in tutta la sua rilevanza a seguito delle comparazioni effettuate in alcune aree particolarmente colpite dal Covid-19: ora il report restituisce un quadro più ampio e coerente, con una indagine che copre l’86% della popolazione. Come vi abbiamo spiegato nel dettaglio qui, assumendo come periodo di riferimento il periodo che va dal primo decesso Covid-19 riportato al Sistema di Sorveglianza integrata (20 febbraio) fino al 31 marzo, si registrano 90.946 decessi, mentre la media del periodo 2015-2019 restituisce un numero pari a 65.592; dunque, per il periodo considerato si registrano 25.354 decessi in più.

Le morti "fantasma"

Il punto è che il numero dei morti diagnosticati per Covid-19 nello stesso periodo è 13.710, dunque ci sono circa 11.600 decessi “in eccesso” rispetto alle corrispondenti medie degli anni precedenti. L’ISS spiega che al momento possiamo “soltanto ipotizzare tre possibili cause: una ulteriore mortalità associata a Covid-19 (decessi in cui non è stato eseguito il tampone), una mortalità indiretta correlata a Covid-19 (decessi da disfunzioni di organi quali cuore o reni, probabili conseguenze della malattia scatenata dal virus in persone non testate, come accade per analogia con l’aumento della mortalità da cause cardiorespiratorie in corso di influenza) e, infine, una quota di mortalità indiretta non correlata al virus ma causata dalla crisi del sistema ospedaliero e dal timore di recarsi in ospedale nelle aree maggiormente affette”. Detto in altre parole: non possiamo dire con certezza che queste 11.600 persone siano morte direttamente o indirettamente a causa del coronavirus, ma il confronto con gli anni precedenti e altre indicazioni specifiche rendono molto probabile che sia così.

La cosa non è di poco conto, perché apre la strada ad alcuni ragionamenti di metodo e di merito. Considerando che i numeri del Sistema di Sorveglianza Integrata Covid-19 spiegano solo il 52% della mortalità in eccesso per il periodo 20 febbraio – 31 marzo, è lecito ipotizzare una stima al ribasso anche per il mese di aprile, in cui le vittime accertate da Covid-19 sono state circa 15mila. Di conseguenza crescerebbe in modo notevole anche il bilancio totale delle vittime, al momento di poco inferiore a 30mila. Non è una questione secondaria, perché le scelte del decisore politico sono influenzate in modo determinante dai dati e dalla trasmissione delle informazioni tra i vari livelli: se queste sono sbagliate, c'è il concreto rischio di prendere decisioni affrettate o errate. Peraltro, l'incapacità di testare un numero sufficientemente ampio di soggetti rappresenta uno dei limiti maggiori all'avvio della fase due, che appunto si basa sulla tempestività e ampiezza della fase di campionamento, tracciamento e isolamento dei contagi. La conclamata inaffidabilità dei dati forniti dalla Protezione Civile (qui vi avevamo spiegato come i resoconti non fossero corretti né sui contagi, né sui guariti, né sui test effettuati), poi, ha effetto anche sulla percezione della minaccia da parte dell’opinione pubblica, con conseguenze potenzialmente dannose su scelte e comportamenti individuali.

Anche nel caso in cui il Covid-19 fosse indirettamente la causa delle morti in eccesso ci troveremmo di fronte a problemi di grande rilevanza. Tra gli effetti indiretti su specifiche cause di morte, si legge sempre nel report, ce ne sono alcuni che sono “riconducibili alle difficoltà del sistema ospedaliero nel lavorare in condizioni di forte stress ma anche al minor ricorso alle prestazioni del servizio sanitario da parte dei cittadini per timore del contagio”. In molti casi, dunque, il sistema sanitario non è stato in grado di fornire cure adeguate a cittadini colpiti da altre patologie; in altre circostanze, i cittadini hanno preferito non recarsi negli ospedali o non fare ricorso alle cure del medico perché terrorizzati dalla paura di contrarre il Covid-19. Elementi (che permangono in questi giorni e permarranno con ogni probabilità anche nelle settimane a venire) su cui è necessario intervenire nel modo più rapido e incisivo possibile. Andrea Capocci sul Manifesto fa un esempio illuminante:

Nello periodo 20 febbraio-31 marzo, infatti, il numero di accessi in pronto soccorso per ischemie e infarti in tutto il nord Italia è calato del 30%, secondo uno studio pubblicato sull’autorevole New England Journal of Medicine. Allo stesso tempo, le morti per arresto cardiaco sono aumentate del 60% nelle province della bassa Lombardia. Lo dimostra altro studio di prossima pubblicazione sulla stessa rivista condotto nelle province di Cremona, Pavia, Mantova e Lodi, dove i decessi per crisi cardiache sono addirittura triplicate. Conti alla mano, nella provincia che rimarrà tristemente famosa per l’epicentro di Codogno, la paura dei focolai ospedalieri ha fatto quasi più vittime dello stesso Covid-19.

Mettere in sicurezza gli ospedali, renderli nuovamente “luoghi sicuri” anche nella percezione collettiva, appare come una vera priorità per le autorità competenti. Un ruolo cruciale lo gioca la comunicazione, che deve essere improntata a criteri di correttezza formale e sostanziale, nonché di trasparenza e onestà: rendere i cittadini consapevoli dei rischi e del quadro reale della situazione significa responsabilizzarli e tutelarli al tempo stesso. Ma non basta, occorre ripristinare in fretta la capacità di cura del sistema sanitario nel suo complesso, intervenendo con risorse adeguate e scelte strategiche efficaci, senza illudersi che il decongestionamento di reparti e terapie intensive sia un elemento sufficiente per dire che il peggio è passato.