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Opinioni

Il gigantesco fallimento della politica estera di Giorgia Meloni

Scaricata da Donald Trump, guardata con sospetto dai principali alleati europei, appesa a ciò che resta del “rapporto speciale” con von der Leyen, ora Giorgia Meloni si trova costretta a cambiare precipitosamente strategia in politica estera. E no, stavolta non basterà il controllo dei mezzi di informazione per imporre la propria narrazione.
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Qualcuno, tra quelli che solitamente si autodefiniscono i “bene informati”, è pronto a giurare che a Palazzo Chigi abbiano accolto con grande sollievo le durissime parole di Donald Trump su Giorgia Meloni. Il ragionamento è abbastanza semplice: la presidente del Consiglio stava da tempo cercando una scusa per riabilitarsi agli occhi dell’opinione pubblica e l’intervista al Corriere della Sera le fornisce un assist comodo. La sensazione, in effetti, è che l’abbraccio col presidente degli Stati Uniti fosse diventato uno degli elementi più problematici per la comunicazione pubblica e per l’agibilità sulla scena internazionale della presidente del Consiglio. Gli eventi degli ultimi mesi hanno determinato non solo un calo di popolarità per Donald Trump nel Vecchio Continente, ma anche una sorta di effetto contagio su leader e movimenti che ne avevano espressamente sostenuto le scelte o che si erano mostrati accondiscendenti di fronte a strategie chiaramente penalizzanti per la stabilità e il benessere dell’Europa. I dazi, le pretese sulla Groenlandia, i continui attacchi alle scelte strategiche dell’Europa, infine l’attacco in Iran e la scomposta pressione sugli stati Ue perché “diano una mano”: elementi che hanno portato l’opinione pubblica a riflettere su quanto la nuova amministrazione americana sia, in fin dei conti, un fattore di rischio per la stabilità europea e per ciò che rappresenta, anche solo idealmente, dal punto di vista di una costruzione sociale fondata sui diritti individuali e collettivi, sull’inclusione e via discorrendo.

Quanto questo si sia già tradotto o si tradurrà in un arretramento del consenso verso gli avamposti della destra di ispirazione trumpiana nei singoli Paesi Ue non è dato sapere (qui ne ragionavamo a proposito del voto in Ungheria). Di certo, come vi abbiamo raccontato nei giorni immediatamente successivi alla batosta referendaria, da noi qualcuno ha fiutato l’aria e ha deciso di provare lentamente a sganciarsi. Persino dal quartier generale della Lega trapela qualche garbato accenno di critica alle ultime scelte dell'idolatrato Donald.

Il primo vero segnale di questo goffo tentativo di riposizionamento del nostro governo lo abbiamo visto sull'Iran. Non era affatto scontato, considerando che stiamo pur sempre parlando di un esecutivo che ha avuto l'incredibile coraggio di sostenere, ad esempio, che l'operazione in Venezuela, con l'arresto di Maduro e la sua sostituzione al potere, avesse un carattere "difensivo", dunque legittimo sul piano del diritto internazionale. Ma è un fatto che Meloni e i suoi, dopo una prima fase di attesa e tra mille contraddizioni, si siano mossi di concerto con gli alleati europei, mostrandosi indisponibili a sostenere la scriteriata azione in Iran e rispondendo picche a ogni ipotesi di coinvolgimento diretto dei nostri militari. La sospensione del rinnovo automatico dell'accordo con Israele è stata un tassello ulteriore. Le parole di Trump e Vance sul papa, hanno autorizzato un minimo di coraggio in più: con un occhio ai sondaggi e uno alle reazioni Oltretevere, la presidente ha capito che non fosse una buona idea "lasciar passare" all'amico di Washington anche questo attacco scomposto e del tutto irrituale.

L'intervista di Trump al Corriere arriva nel pieno di questo tentativo di riposizionamento e, dicevamo, potrebbe finire per aiutarlo. Perché ora Meloni sembrerebbe aver in mano una carta da giocare con l'opinione pubblica italiana. Una roba del tipo: "Visto? Non abbiamo paura di dire ai nostri alleati che sbagliano, tuteliamo sempre gli interessi dell'Italia e non ci facciamo condizionare dall'appartenenza ideologica o dai rapporti personali". Uno spin ripreso con grande abnegazione dai giornali di area, che in queste ore stanno raccontando l'eroica battaglia contro l'amico di un tempo in nome della "responsabilità".

Le cose, però, non sono così semplici e Meloni lo sa benissimo. Prima di tutto perché l'appoggio di Trump è stato un elemento centrale nella costruzione del suo profilo internazionale, sotto l'aspetto comunicativo ma anche per quel che riguarda la definizione di una rete di rapporti e relazioni con player di primo livello e ambienti che contano. Dovesse essere irreversibile, insomma, lo strappo non sarà privo di conseguenze per il nostro Paese. In secondo luogo, la nostra presidente si trova costretta ad ammettere l'inconsistenza del principio base della sua azione in politica estera, ribadito non più tardi di una settimana fa nella sua informativa in Parlamento. Quella visione "testardamente unitaria e testardamente occidentale", del governo italiano come pontiere del rapporto fra Usa e Ue, che non solo si è rivelata inadeguata di fronte alla realtà di fatti, pensieri e opere del presidente statunitense, ma anche miope di fronte alla trasformazione globale in atto. Evidentemente, non è più possibile leggere il mondo con le vecchie coordinate e fingere di non vedere che il dualismo che ci si presenta è quello tra autocrazie e democrazie, fra cesarismo/bonapartismo e liberalismo. In questo contesto, "l'unità dell'Occidente" è un concetto vuoto, che rischia di essere riempito solo dalla retorica populista. Non da ultimo, va detto che sarà complesso riconquistare la credibilità persa presso alcuni degli alleati a Bruxelles. Non è un mistero Meloni fosse vista come la quinta colonna trumpiana all'interno dell'Ue e che fosse chiaro fin dall'inizio l'obiettivo della destra identitaria e sovranista di indebolire la costruzione europea, o addirittura provocarne la disgregazione. La scelta di opporsi al superamento del principio dell'unanimità è probabilmente il manifesto di una stagione che pure Meloni rivendica "in nome dell'interesse nazionale". Ma che ha determinato un certo livello di isolamento dell'Italia in Europa, nonostante il rapporto privilegiato con la presidente von der Leyen e le affinità ideologiche col cancelliere tedesco.

C'è poi un altro aspetto da non sottovalutare e riguarda la parte meno commentata dell'intervista di Trump. Quello che un tempo si usava definire "il leader del mondo libero" ha scelto di attaccare la presidente del Consiglio su uno dei terreni a lei più cari: quello dell'immigrazione. Dopo anni di retorica sull'Italia che sta "finalmente difendendo i propri confini", che ha convinto l'Europa a cambiare registro, non deve essere stato semplice sentirsi dire dall'amico di un tempo che, a differenza di Orban, "non ha fatto un buon lavoro con l’immigrazione" e "ha lasciato che la gente entrasse e rovinasse il suo Paese". È un cortocircuito dal quale sarà difficile uscire, perché è il campo su cui la destra identitaria mondiale ha scelto di combattere la battaglia contro globalisti e progressisti, lavorando a modelli radicalmente alternativi nei Paesi in cui governa. E fallendo, essenzialmente, sia sul piano della capacità di governare i processi, sia su quello di controllare la narrazione.

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A Fanpage.it fin dagli inizi, sono condirettore e caporedattore dell'area politica. Attualmente nella redazione napoletana del giornale. Racconto storie, discuto di cose noiose e scrivo di politica e comunicazione. Senza pregiudizi.
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