Non è semplice capire come si sia giunti a questo punto, superati i diecimila morti e i centomila contagi anche nelle stime ufficiali. E ancora meno semplice appare ricostruire la catena delle responsabilità e discernere l’ineluttabile dall’evitabile, il plausibile dal possibile, il prevedibile dall’imprevedibile, il doloso dal colposo. Negli ultimi giorni, nonostante la valanga di parole, di dichiarazioni, di analisi e di informazioni più o meno accurate, sembra essersi consolidata una verità tanto spiazzante quanto incontestabile: ci sono delle zone del Paese in cui non abbiamo più il controllo della situazione, non sappiamo più quanti siano i morti da coronavirus e non abbiamo idee reali del numero di contagiati, di guariti e di asintomatici o paucisintomatici. Siamo al buio e trovare la strada giusta per uscire dalla crisi è impresa complicata.

Recentemente uno studio dell'Università di Harvard ha provato a fare il punto di cosa non abbia funzionato in Italia, a partire dal ritardo con il quale la politica si è accorta di ciò che stava per arrivare e dalla diffidenza con la quale sono stati accolti gli appelli degli scienziati e degli esperti. Errori che si sono ripetuti anche nei primi giorni dell'emergenza, con l'adozione di provvedimenti parziali e dilazionati nel tempo, determinati anche dalle particolarità del sistema italiano, che dà ampio margine di manovra alle Regioni e ai Sindaci. Il problema vero, però, è che sembriamo aver imparato poco da questi giorni di confusione, decisioni errate e ritardi, se non a usare un "supplemento di cautela", che non sempre si concilia con la necessità di prendere decisioni rapide ed efficaci.

La vicenda dei tamponi, di cui vi abbiamo ampiamente parlato qui, qui e qui, è emblematica: arriveremo alla fine dell'emergenza senza essere riusciti ad adottare un criterio unico su tutto il territorio nazionale, senza che la mappatura sia servita a elaborare una strategia complessiva o a prevenire la diffusione del contagio. Ma non è l'unica questione su cui non ci stiamo capendo molto.

I dati diffusi dalla Protezione Civile e dalle Regioni non servono a nulla

La conferenza stampa della Protezione Civile delle 18 è ormai diventata poco più che un format televisivo: un momento nel quale Borrelli e l’esperto di turno sciorinano dati che, per loro stessa ammissione, non solo hanno poca attinenza con la situazione reale, ma non sono nemmeno dettagliati quel tanto che serve per dare materiale utile a tecnici e analisti di settore. Sono al massimo una traccia, un riferimento grossolano con cui l’opinione pubblica cerca di capire se sta andando male, malissimo, peggio di ieri o leggermente meglio di ieri. Con informazioni così frammentarie e non sempre attendibili (come nota Cima su ScienzaInRete) resta complicato fare previsioni o analisi di senso e si complica il lavoro di ricercatori e studiosi, che sarebbe invece determinante per elaborare una strategia efficace.

Cominciamo dai “positivi”, o meglio, “attualmente positivi” per usare la stessa terminologia della Protezione Civile: si tratta di un dato che si riferisce ai tamponi effettuati, ovviamente, ma che ormai non serve praticamente a nulla. Perché? Semplicemente perché il numero dato dalla Protezione Civile non è reale ma ampiamente sottostimato, sia perché facciamo pochi tamponi, sia perché vi è una massiccia presenza di asintomatici, di paucisintomatici o di malati cui non viene fatto il tampone. Non è semplice districarsi fra le stime dei contagiati che in questi giorni rimbalzano sui media di tutto il mondo e che divergono anche in modo significativo. Uno studio recente dell’Imperial College stima i contagi in Italia in 5,9 milioni (ma con un ampio margine di incertezza, al punto che potrebbero essere 1,5 milioni o addirittura 15,2 milioni); altre stime sono più conservative e si orientano intorno al milione di casi totali e circa 900mila casi attivi, mentre la Fondazione Gimbe ipotizzando “una distribuzione di gravità della malattia sovrapponibile a quella della coorte cinese” stima  che “la parte sommersa dell’iceberg contenga circa 165.000 casi lievi/asintomatici non identificati, per un totale di quasi 260.000 casi”.

Discorso simile andrebbe fatto per il dato sui guariti, sbagliato più o meno per le stesse ragioni. Al momento, siamo in grado di tracciare solo le persone che sono guarite “dopo” essere state inserite nel circuito di presa in carico dei servizi sanitari: un dato più che inutile, considerando che la Protezione Civile non mette a disposizione neanche i dettagli (età, tempo di ricovero o di isolamento, eventuale presenza di patologie pregresse, eccetera), rimandando tutto alle pubblicazioni dell’ISS (su cui torneremo). Peraltro, come ha rivelato uno studio della Fondazione GIMBE in collaborazione con Youtrend, la dicitura dimessi / guariti “è un contenitore eterogeneo che include sia pazienti dimessi dall’ospedale (non sempre guariti), sia casi di guarigione clinica o virologica”, il che determina una sovrastima di quel dato specifico e alimenta “un irrealistico senso di ottimismo sul reale andamento dell’epidemia, rischiando di affidare le decisioni sanitarie e politiche ad un numero che contiene anche casi ancora attivi”.

Qualcosa potrebbe cambiare con l’introduzione di piani per la diagnostica sierologica, ovvero la ricerca di anticorpi nel sangue per riuscire a individuare i soggetti ora immuni all’infezione. Ancora una volta è il Veneto a segnalarsi come la Regione più pronta, con l’annuncio del direttore generale della Sanità Mantoan dell’utilizzo di “un test rapido per rilevare nel sangue la quantità di anticorpi protettivi contro il Covid-1, tramite un kit prodotto da una ditta cinese, validato dalle Università di Padova e Verona e con un’affidabilità del 90%: ci consentirà di individuare i soggetti immuni all’infezione”. Test rapidi che dovrebbero essere adottati anche dal Lazio e che sarebbero riservati in una prima fase almeno al personale sanitario, permettendo di avere una fotografia chiara della situazione negli ospedali e negli altri luoghi cruciali nella lotta al Covid-19.

Per la verità, come ha spiegato più volte anche Ilaria Capua, si tratterebbe di una strada da adottare anche per il resto della popolazione, proprio per avere un’idea del livello di diffusione dell’epidemia e per cominciare a immaginare come e quando ripartire. Parte della comunità scientifica in questi giorni sta spingendo per dei controlli a campione con i test sierologici (cui stanno lavorando alcune aziende e centri di ricerca), in modo da avere una fotografia più chiara, anche delle differenze regionali. Spiegava Capua a La7: “Il test sierologico è il più adeguato per capire come siamo messi. Fare un test a campione sulla popolazione sarebbe anche semplice, bisognerebbe capire se in Lombardia abbiamo il 60% di positivi e in Calabria il 10%. Si potrebbe dire che la Lombardia possa pensare ad una ripartenza, mentre la Calabria debba aspettare ancora un po'. L'immunità di gregge è il fenomeno che si contrappone al picco”. Anche in questo caso, attendiamo che dal ministero, dall'ISS o dalla Protezione Civile qualcuno batta un colpo.

Purtroppo, neanche il numero dei morti è corretto ma ampiamente sottostimato. Il problema centrale è rappresentato dai dati della Lombardia, che il professor Bucci della Temple University ha bollato come “assolutamente inutili sia per descrivere la situazione sia, soprattutto, per fare previsioni”. Nella Regione più colpita dall’epidemia sono saltati tutti i parametri di rilevazione e il sistema sanitario è da settimane in affanno, incapace di reggere il peso di segnalazioni, ricoveri e trasferimenti nei reparti di terapia intensiva e sub-intensiva, malgrado l’incredibile lavoro fatto dagli operatori sanitari. Uno degli effetti collaterali di questa enorme pressione sul sistema sanitario è l’aumento della sensazione di sfiducia e di paura della collettività. Come segnalano diversi osservatori, molto spesso i cittadini malati aspettano fino all’ultimo momento prima di chiedere aiuto, per paura del ricorso alle cure ospedaliere: i nosocomi sono visti alla stregua di lazzaretti, che moltiplicano le possibilità di contagio e non garantiscono cure adeguate. Di conseguenza, come spiegava il Sindaco di Bergamo Gori, ci sono moltissime persone che si ammalano, peggiorano e muoiono a casa loro, che non entrano nel conteggio complessivo perché non sottoposti a tampone. Per la città di Bergamo, il conteggio è drammatico, come raccolto da Fanpage.it:

Abbiamo dei numeri dell'Anagrafe che ci dicono quante persone sono decedute nelle prime settimane di marzo. Rispetto allo storico che era di 98 decessi qui ne abbiamo 348 in più. Di questi, quelli che i numeri ufficiali riportano al covid-19 sono soltanto 136, quindi ce ne sono 212 in più che in questo momento nessuno dice di cosa siano morti, ma sono morti di polmonite.

Discorsi simili per i Comuni di Alzano e Nembro, con numeri di 4 volte superiori rispetto a quelli ufficiali. Insomma, non sappiamo quanta gente sia morta a causa del coronavirus e di quanto stiamo sbagliando le nostre stime. Un primo confronto sui dati ISTAT dello scorso marzo potete trovarlo qui ed è inquietante.

I dati sugli ospedalizzati, direte voi, almeno servono a qualcosa. Non proprio, senza altre informazioni che nessuno fornisce. Già detto dell'assenza di dettagli specifici sulla "popolazione ospedalizzata", bisogna considerare anche il rapporto fra i tamponi effettuati e le persone ospedalizzate, che è incredibilmente alto e lascia supporre che ci siano enormi problemi di gestione dell'emergenza. Proviamo infatti a considerare il rapporto tra gli ospedalizzati e le persone attualmente positive otteniamo delle indicazioni molto interessanti, che ci aiutano a capire quale possa essere la dimensione del contagio. I dati, Regione per Regione, sono questi (al 27 marzo):

  • Molise 62
  • Liguria 56
  • Lombardia 55
  • Lazio 54
  • Piemonte 54
  • Campania 53
  • Abruzzo 47
  • Toscana 46
  • Emilia Romagna 42
  • Marche 40
  • Puglia 40
  • Sicilia 39
  • Trento 37
  • Calabria 36
  • Veneto 30
  • Bolzano 29
  • Friuli Venezia Giulia 29
  • Basilicata 29
  • Sardegna 25
  • Valle D’Aosta 24
  • Umbria 24

Si tratta di percentuali molto elevate, che non solo restituiscono la portata dello stress del sistema sanitario in alcune zone d'Italia, ma che chiariscono anche come sia ridotto il numero di persone positive e non ospedalizzate. Un dato che sembra collidere con le caratteristiche del COVID-19 (l'ultimo studio organico per la Cina parlava di un 14% di ospedalizzazioni e 5% di terapia intensiva), a meno che non si assuma l'ipotesi che la stragrande maggioranza dei tamponi sia fatta in ambiente ospedaliero e su soggetti già gravi. Detto in altre parole: è possibile che in molte zone d'Italia non si stia riuscendo a intercettare in tempo rapido i contagiati da Coronavirus, ma che l'intervento (e l'accertamento della positività) avvenga solo quando le condizioni siano già peggiorate in modo sensibile.

I ricoveri in terapia intensiva, dunque? Anche in questo caso occorre fare alcune precisazioni, non di poco conto. Nelle ultime settimane si è lavorato in modo alacre per aumentare il numero di letti nei reparti di terapia intensiva e si sta continuando a farlo (+68% è la stima di Borrelli). Al primo aprile risultano poco più di 4mila persone in terapia intensiva, di cui oltre mille in Lombardia, Regione che non ha fatto ricorso se non in modo marginale alla CROSS nemmeno nei giorni di maggiore pressione. Il dato della pressione sulle terapie intensive è uno dei più indicativi, ma da tempo ci sono delle anomalie, in particolare in Lombardia e Campania, su cui probabilmente si riuscirà a far luce solo alla fine dell'emergenza (sono saltati criteri "standard" per i ricoveri in terapia intensiva? Perché a fronte di centinaia di morti al giorno restano costanti i ricoveri in TI?).

A cosa servono i dati e perché è necessario intervenire

C'è una narrazione che si sta imponendo in questi giorni che oscilla fra il fatalismo e lo "sta andando tutto bene, non si poteva fare di meglio". In realtà, nonostante lo sforzo straordinario dei medici e del personale sanitario (che non siamo stati in grado di tutelare, considerando che il 9% dei casi totali in Italia riguarda loro, percentuale molto più alta rispetto alla Cina, 3,8%), dovremmo avere l'onestà intellettuale di dire che non sta andando tutto bene, che stiamo pagando un prezzo altissimo in termini di vite umane e che stiamo attendendo gli eventi con troppa passività, dopo aver agito con colpevole ritardo. Non è il momento delle accuse e delle commissioni d’inchiesta, siamo d’accordo, ma siamo agli sgoccioli per intervenire, cambiare pratiche che fin qui non hanno funzionato e fare tutto il possibile per evitare un nuovo caso Lombardia.

E i dati sono centrali, come alcune Regioni stanno cominciando a capire. Lo spiegava il professor Crisanti (che ha dato un contributo essenziale al “modello Veneto”) in una intervista a Globalist con la quale spiegava il senso di ampliare la mappatura e immaginare una strategia di contenimento nelle aree in cui ancora è possibile adottare criteri epidemiologici standard: “Se io ad un certo punto mappo l’intorno di una persona positiva, individuo tutte le altre persone che sono positive e le metto tutte in quarantena, diminuisco la probabilità che questi trasmettano ad altre persone. È ovvio che io queste persone le testerò dopo 7/8 giorni. Che è esattamente quello che abbiamo fatto a Vo”. E ancora, a proposito della necessità di conoscere i dati e la situazione reale per evitare di lasciare che siano solo gli ospedali a sobbarcarsi il peso dei malati, coinvolgendo la medicina di prossimità: “Come fa un Sistema Sanitario a far fronte a questa marea se non sono stati identificati i casi sul territorio? Non hanno fatto la tracciabilità, non hanno fatto prevenzione? Nessuna Epidemia si controlla con gli ospedali, nessuna, si controlla sui territori”. Trace, test and treat: una strategia efficace non può prescindere da questi passaggi, soprattutto nelle fasi iniziali della diffusione dei contagi. E in Italia ci sono tante Regioni che stanno sperimentando in questi giorni una crescita contenuta ma non insignificante dei contagi (e anche in questi casi dovremmo fare attenzione anche al rapporto fra positivi, tamponi effettuati e ospedalizzazioni).

Conoscere i dati è fondamentale anche per elaborare una risposta immediata, evitando di mandare fuori strada ricercatori e analisti, come accaduto nelle prime settimane in cui la letalità apparente in Lombardia aveva raggiunto la doppia cifra percentuale (per chi volesse approfondire il discorso generale, qui uno studio di Villa per ISPI sulla letalità) e in molti avevano ipotizzato la presenza di altri fattori.

Ma è fondamentale anche per immaginare una ripartenza e impostare una strategia che ci consenta di ritornare a una parvenza di normalità. Perché non avrebbe senso allentare le misure di contenimento al buio, senza un'idea precisa di contagiati e immuni, senza piani per la "gestione" dei guariti e dei soggetti meno a rischio. I numeri, lo ripetiamo, sono tutto. I numeri salvano vite.