Due settimane fa, in pieno effetto Papeete, paventavamo il rischio che la crisi di governo potesse diventare una farsa. La realtà si è incaricata di andare ben oltre le più fosche previsioni e ciò che è avvenuto nei giorni successivi rappresenta una delle pagine peggiori della storia politica contemporanea. Con tutta la buona volontà, si fatica a individuare una sola condotta lineare e coerente da parte degli attori in campo, in un contesto nel quale hanno avuto un peso davvero determinante il circo mediatico e le reazioni dell'opinione pubblica a esso collegate. Nei giorni più caldi della crisi, in effetti, è apparso arduo distinguere i livelli, quello politico, quello istituzionale, quello giornalistico e mediatico, e a dettare l’agenda sono stati gli spifferi, i retroscena, le indiscrezioni, gli spin. Come avrete notato, il protagonista assoluto è stato il dottor “Fonti”, l'entità che ha monopolizzato il racconto della crisi e determinato accelerazioni e rallentamenti della stessa trattativa tra PD e Movimento 5 Stelle.

La responsabilità della confusione è però prima di tutto della politica, che ha offerto uno spettacolo indecoroso e irrispettoso nei confronti dei cittadini, gli stessi per cui tutti, ma proprio tutti, dicevano di volersi sacrificare e mettere in gioco. Salvini ha aperto una crisi senza spiegare davvero il perché, facendo dopo pochi giorni una parziale retromarcia, poi delle aperture e infine provando a tornare in ginocchio dai Cinque Stelle (leggendario il suo “rifarei tutto”, pochi minuti prima di ritirare la mozione di sfiducia nei confronti del governo). Di Maio e Zingaretti hanno impostato e poi condotto una trattativa che resterà a futura memoria come una pagina nerissima della nuova era della politica italiana.

Entrambi hanno fatto leva sulla memoria cortissima degli italiani, smentendo se stessi non solo rispetto a quanto dichiarato poche settimane prima, ma finanche a trattativa in corso. Non c’è stata una e una sola fase della trattativa in cui si sia parlato il linguaggio della verità e della trasparenza nei confronti dei cittadini. Il capo politico dei 5 Stelle ha parlato pochissimo con i giornalisti, ha esternato raramente sui canali ufficiali del Movimento e sui suoi social ma, dopo aver diramato un invito a “diffidare” dalle fonti non ufficiali e dalle parole di coloro che non fossero autorizzati a parlare a nome e per conto del M5s, ha fatto ampio uso degli spin, dei retroscena, del dottor Fonti. Gli esponenti del M5s hanno negato per giorni che ci fosse un'offerta della Lega per mandare Di Maio a Palazzo Chigi, per poi rivelarlo dal Quirinale, nel giorno delle consultazioni bis. Per giorni si è puntato tutto sul taglio dei parlamentari, per abbandonare o quasi la questione nelle fasi cruciali della trattativa col PD. Fatta tutta rigorosamente a porte chiuse, così come le riunioni ristrette e allargate dei gruppi dirigenti. Il partito dello streaming e dei palazzi del potere come “case di vetro”, insomma, resta solo in qualche brochure della campagna elettorale per le politiche del 2018.

Peggio ha fatto il Partito Democratico, senza dubbio alcuno. In questo caso gli spin e il dottor Fonti sono stati usati non solo per influenzare il dibattito pubblico, ma anche per colpire avversari interni al partito e per provare a sabotare l’intera trattativa. Del resto, quello che è accaduto nel PD ha del paradossale e del surreale. A imprimere la svolta decisiva, dopo l’apertura della crisi da parte di Salvini, è stato il senatore semplice Matteo Renzi, da sempre punto di riferimento dei più intransigenti oppositori del dialogo con il Movimento 5 Stelle. Una mossa spregiudicata, quella dei “senza di me se con i grillini” che di colpo diventano “con i grillini senza se e senza ma”, che ha rappresentato il primo mattone, forse decisivo, della costruzione dell’alternativa al ritorno alle urne. Un triplo salto mortale carpiato rovesciato di chi, fino a pochi giorni prima, mostrava le foto di Sibilia e Toninelli chiedendosi chi fosse il folle all'interno del PD che volesse allearsi con loro. Di fronte alla proposta, la risposta di Zingaretti era stata chiara, chiarissima, nettissima: “Francamente no”. Coerente e inappuntabile, anche perché solo qualche giorno prima, il 17 luglio, aveva detto:

Confermo che nel caso si arrivasse a una crisi di governo la nostra posizione era, è e rimarrà sempre la stessa: di fronte a una crisi di queste proporzioni la via maestra è quella di ridare la parola agli italiani e di avviarci verso elezioni anticipate. Non esiste alcuna ipotesi di governo con i 5 stelle, né esiste o è esistito alcun tipo di incontro o confronto su ipotesi di questo tipo. Sono ipotesi totalmente prive di fondamento

Poi la crisi era arrivata davvero e, di fronte a pressioni (in)immaginabili (la quasi totalità dei parlamentari democratici e non solo, i partner europei, le alte sfere istituzionali, i ceti produttivi), Zingaretti aveva legittimamente messo al primo posto l’unità del partito e la responsabilità verso il Paese. E deciso di sedersi al tavolo e trattare, chiedendo l’unica cosa che avesse un minimo di senso: provare a mettere in campo il miglior governo possibile, un esecutivo di altissimo profilo con un programma che rappresentasse una svolta per il Paese e andasse oltre lo spoil system degli incarichi di governo, nel solco della netta discontinuità con quello precedente. Tradotto: niente Conte e Di Maio, niente contratto di governo, un programma politico comune e una grossa stagione di cambiamento. Risultato: una settimana di mercato delle vacche, a contrattare posti e posticini nel governo, a tener buone le correnti interne, a evitare agguati, fino a cedere prima su Conte, poi su Di Maio e infine pure sulla votazione dei 5 Stelle su Rousseau. L’unica cosa che resta è l’impuntatura sulla figura del vicepresidente del Consiglio, che si vuole unica e affidata a un esponente del PD. Il gol della bandiera in una partita finita 5 a 1. Si dirà che la politica è questa: mediazioni e compromessi, in cui alla fine ottiene di più chi ha più peso e meno da perdere. Verissimo. Ma il punto è che Zingaretti sapeva e sa benissimo che c'è un aspetto non secondario di cui avrebbe dovuto tenere conto: un governo debole, figlio del ribaltone parlamentare e di un rimpastino, non serve né al Paese né al Partito Democratico. E, ad ampio raggio, sa che ha ragione Calenda quando dice che "difendere la democrazia dalla democrazia conduce solo al populismo e al discredito delle istituzioni democratiche".

È chiaro, infatti, che la prospettiva di una maggioranza divisa in più anime, con gruppi interni ai partiti che non rispondono ai vertici e con la possibile formazione di nuove correnti in occasione di snodi parlamentari cruciali, non appare il miglior viatico a un governo di svolta e rischia di far apparire questo esperimento per ciò che è: un modo per garantire qualche anno di sopravvivenza politica a un paio di centinaia di parlamentari, sperando che la bolla populista si sgonfi e che si abbia la forza e la capacità di trovare risorse economiche in grado di invertire il ciclo e regalare un po' di tranquillità ai cittadini. L'orizzonte francamente non sembra tanto differente da quello che si era aperto nel giugno dello scorso anno, con il governo Lega – Movimento 5 Stelle. Perché i problemi strutturali che hanno decretato l'insuccesso e la fine dell'alleanza tra grillini e leghisti rischiano di ripresentarsi nei prossimi mesi.

La cosa surreale è che gli stessi protagonisti sembrano esserne perfettamente consapevoli. Zingaretti, nel replicare a Calenda, parla esplicitamente di tentativo. E alla direzione nazionale del PD avverte che si tratta di una sfida piena di insidie e che l’obiettivo è: “La possibilità di ancorare un movimento eterogeneo come i 5 Stelle a un processo politico radicalmente opposto alla strategia che avevano privilegiato – anche per nostra scelta e volontà – dopo le urne di un anno fa […] Disancorare quel movimento dall’abbraccio con la destra peggiore di sempre e ricondurlo nell’alveo di un europeismo critico ma fermo nel respingere le sirene di una democrazia illiberale”. Ma i 5 Stelle non sono più il partito di un anno e mezzo fa e hanno un impianto radicalmente diverso da quello di 5 anni prima. La Lega ne ha svuotato in parte il bacino elettorale e nei mesi di governo sono nati rapporti e relazioni che ne hanno accelerato la destabilizzazione. De facto, il partito, blindato e non scalabile fino a qualche settimana fa, sta attraversando una fase di riassetto senza precedenti nella sua storia, con una spaccatura storica al vertice e la prima vera decisione presa dai gruppi parlamentari, motivata essenzialmente da due ragioni politiche solo “in senso lato”: la risposta allo strappo di Salvini e la consapevolezza di poter perdere da un giorno all’altro decine e decine di seggi in Parlamento, di incarichi di governo e via discorrendo.

Scegliendo l’abbraccio con la Lega, i grillini si erano tuffati in un mare aperto pieno di squali, senza protezioni o barche di salvataggio. Avevano cercato la strada del compromesso, illudendosi di poter continuare a “essere né di destra né di sinistra” anche alleandosi con la destra estrema. E si erano persi, finendo travolti da Salvini e dal salvinismo, sfidati e battuti anche sul terreno della costruzione della community. Schiacciandosi e appiattendosi sulle posizioni del leader del Carroccio sui temi più rilevanti nella “narrazione” pubblica dell’esperimento di governo. Ecco perché i prossimi mesi saranno decisivi per il Movimento 5 Stelle, che dovrà necessariamente aprire una fase di riflessione interna, verso quella che Roberto Fico descriveva come la costruzione di “un percorso identitario forte, con valori e principi sempre più chiari e saldi che nessuno potrà mai calpestare”. Farlo in questo contesto e con l’alleato più odiato di sempre forse non è la migliore delle soluzioni, soprattutto se alla svolta politica e ideologica non segue un robusto riassetto degli organismi dirigenti interni, l'equivalente di quello che nei partiti tradizionali si chiama "congresso", per intenderci.

Insomma, per opposte ragioni, entrambi i partiti si giocano tanto, forse tutto, in una partita che potrebbe cambiare il futuro del nostro Paese nel medio e lungo periodo. Ecco perché il modo in cui si è arrivati all’accordo è un pessimo segnale. Costruire un sentire comune e dar vita a un orizzonte comune non è mai semplice. In queste condizioni, con lo spauracchio Salvini, diventa impresa quasi proibitiva, almeno se non si ha la consapevolezza che la crisi, quella vera, che è politica, economica e culturale, non è affatto chiusa.

PS: In tutta onestà, dobbiamo riconoscere che anche il nostro racconto e la nostra proposta ai lettori hanno risentito della schizofrenia generale. Ne ha parlato qui il direttore Francesco Piccinini e la questione è ancora più chiara alla luce di quanto accaduto nelle ultime ore. La scelta di pubblicare una notizia, il via libera definitivo a Conte da parte di Zingaretti giunto dopo una telefonata tra i due, era dettata dalla volontà di anticipare ai lettori un fatto che ci sembrava fosse indiscutibile. Del resto, avevamo avuto la conferma direttamente da “entrambe” le parti in causa, della telefonata e della caduta del veto, ricevendo altre certezze anche dalla “terza” parte in causa. E invece, qualche ora dopo, nel vertice notturno fra Zingaretti, Orlando, Conte e Di Maio, tutto sembrava tornato in discussione e risultava “ancora in essere” quel veto sul nome del Presidente del Consiglio uscente, che da “inderogabile” al mattino era “caduto” il pomeriggio. A pranzo del giorno dopo, il veto cadeva di nuovo e si spostava sul vicepresidente del Consiglio Luigi Di Maio. Il resto è cronaca.