Partiamo col ribadire l’ovvio: il governo Lega – Movimento 5 Stelle era solo uno degli esiti possibili dopo le politiche del 2018, neanche il più auspicabile per il Paese (come il caos di queste ore sta ampiamente dimostrando), dunque non dovrebbe meravigliare se il percorso di uscita dalla crisi aperta da Salvini prevedesse sbocchi diversi dall’immediato ritorno alle urne. La formazione di una nuova maggioranza, oltre che legittima dal punto di vista della prassi istituzionale e parlamentare, non costituirebbe una anomalia, né una novità nella storia passata e recente della nostra democrazia. L’immediato ritorno alle urne, del resto, presenta problemi evidenti e noti a tutti, sia dal punto di vista delle prerogative costituzionali (decide il Presidente della Repubblica, secondo i suoi tempi e le sue valutazioni), sia da quello della stabilità del sistema Paese (con il rischio molto concreto di un esercizio provvisorio che determinerebbe l’aumento dell’IVA e una probabile tempesta finanziaria a breve giro).

La crisi di governo ci sarà o no?

Il percorso verso la crisi di governo sembra essersi ulteriormente complicato dopo il voto in Senato, la ridicola apertura di Salvini al taglio dei parlamentari e la retromarcia dello stesso ministro degli Interni. Nelle ultime ore è emersa la possibilità che il 20 agosto Conte vada in Parlamento senza che poi sia presentata alcuna mozione, con l'ulteriore slittamento della calendarizzazione della mozione di sfiducia nei suoi confronti. A quel punto, il 22 si voterebbe alla Camera il taglio dei parlamentari e la crisi sarebbe "naturalmente congelata" per mesi, in attesa che sia tecnicamente possibile tornare al voto. Salvini tornerebbe al Viminale con la coda tra le gambe e Conte si riaccomoderebbe sulla traballante poltrona di Palazzo Chigi. Forse dopo un rimpasto robusto e un nuovo contratto di governo, più probabilmente dopo un rimpastino e qualche frasetta di circostanza sulla necessità di mettere in sicurezza i conti, di non disperdere il lavoro fatto e così via. Scenario tremendo, ovviamente, perché avremmo di fronte un governo ultradebole, che una opposizione seria potrebbe mandare sotto spesso e volentieri (e ci sarebbe anche la mozione di sfiducia nei confronti di Salvini…). Al momento, appare lo scenario più probabile, con la prospettiva concreta che al voto si vada nel giugno del 2020.

Ok, sbrigata la faccenda delle ovvietà, ora possiamo parlare con franchezza del vero punto in questione, l'alternativa che ha spostato l'asse della crisi e messo Salvini in condizioni di oggettiva difficoltà. Lasciate (solo) per un momento da parte le formule, governo istituzionale, di scopo, tecnico, di legislatura, e concentratevi sulla sostanza: si sta parlando di una alleanza politica fra Movimento 5 Stelle e Partito Democratico, per un governo che in sede parlamentare sia sostenuto anche dalle Autonomie, da membri del gruppo Misto e dai rappresentanti di Liberi e Uguali. Una possibilità che, lo ripetiamo, ha più un peso politico che di reale concretezza, tanti e tali sono i problemi a essa connessi. Proviamo comunque a fare uno sforzo e a prendere sul serio questa cosa, immaginando che vada in porto. Gli scenari possibili sono essenzialmente tre: uno moderatamente pessimistico, che chiameremo "catastrofe immediata", uno realista, lo chiameremo "Prima Repubblica mon amour" e l'altro molto, molto, molto ottimistico, che prenderà il nome "il miracolo, o quasi".

La catastrofe immediata

È il primo dei futuri alternativi. Nasce un governo PD – M5s, con la benedizione del Quirinale e un mandato a tempo (chi dice che non esista questa formula dovrebbe ricordarsi dell’incarico che Sergio Mattarella assegnò a Carlo Cottarelli, che prevedeva l’approvazione della legge di bilancio e il voto immediatamente dopo). Un “governo di scopo”, che abbia come obiettivo quello di varare la nuova legge di bilancio, sterilizzare l’aumento dell’IVA e permettere al Parlamento di concludere il percorso di riforma costituzionale ormai giunto alle ultime battute.

Il compito viene affidato a una figura istituzionale o comunque di alto profilo, mettiamo il caso che l’identikit corrisponda a quello di Roberto Fico, gradito al PD, alla base “militante dei 5 Stelle, ma anche politico che i parlamentari considerano “ugualmente distante” tanto da Matteo Renzi che da Luigi Di Maio. Più difficile che possa farlo Conte, troppo esposto e poco disposto a intestarsi una transizione che dovrebbe ufficialmente tamponare i disastri combinati dal suo stesso governo (bilancio, sicurezza, gestione dei flussi migratori, eccetera). L'accordo però prevede per Conte un ruolo in Europa.

È una sorta di governo tecnico, dunque, a mettere mano alla legge di bilancio più complessa degli ultimi anni. Per disinnescare le clausole di salvaguardia serve mettere le mani in tasca agli italiani, o con tagli alla spesa o con l’aumento della pressione fiscale, in modo “non eccessivo” solo nell’ipotesi remotissima che un esecutivo a tempo non determini speculazioni finanziarie, aumento dello spread e un’altra quota di interessi sul debito da caricarci sul groppone. Certo, potremmo elemosinare un altro po’ di flessibilità in Europa, ma in cambio di cosa? Tagli, altre riforme, interventi su pensioni o sanità? La natura “dichiaratamente a tempo” dell’esecutivo renderebbe molto fluida la maggioranza parlamentare, con deputati e senatori in uno stato di agitazione permanente, pronti a dar vita alle tradizionali scenette da legge di bilancio: marchette, favori agli amici degli amici, emendamenti inseriti di notte, ritirati al mattino e riproposti due ore prima dell’approvazione.

Un governo debole, costretto a tagliare per far quadrare i conti, legato a triplo filo alla UE e retto da due partiti dilaniati da guerre intestine, che potrebbero pure posizionarsi su fronti opposti al referendum confermativo della riforma Fraccaro. Partiti indeboliti dal lento stillicidio e che, dai palazzi del governo non potrebbero nemmeno giocarsi la carta del "fronte repubblicano contro i barbari". A giugno del 2020, dopo aver per mesi e mesi bombardato "i ladri di democrazia", attaccato il capo dello Stato e scippato del tutto il vessillo di "interprete della volontà popolare" ai 5 Stelle, Salvini imposta una campagna elettorale su promesse e miracoli di ogni tipo. Il risultato non serve neanche scriverlo.

Prima Repubblica mon amour

Il governo istituzionale si forma in seguito a un patto di legislatura tra PD, Movimento 5 Stelle, LeU e rappresentanti delle autonomie locali. C'è un patto scritto, alla tedesca, più o meno come nel 2018. Lo scettro del patto di legislatura viene consegnato nelle mani di una personalità di altissimo livello, scelta da Mattarella tra una rosa di nomi concordata da Di Maio e Zingaretti. La farsa dei due vicepresidenti del Consiglio non viene replicata, ma Di Maio conserva il ministero del Lavoro a garanzia del reddito di cittadinanza e del salario minimo e ai Trasporti torna Delrio, per gestire TAV e migranti, di concerto col nuovo ministro dell’Interno, un tecnico del Viminale, ex prefetto, che ha lavorato con Alfano e Minniti.

Il governo parte bene, anche grazie alla benevolenza della UE, che chiude un occhio sulle scadenze, e dei governi amici, che ci danno una mano nella redistribuzione dei migranti. L'esperimento pare funzionare, perché ognuno vi legge dentro ciò che più desidera. A Bruxelles e Strasburgo sembra il modo migliore per isolare Salvini, secondo la logica del cordone di sicurezza politico – istituzionale. Per i parlamentari italiani è la garanzia del mantenimento di seggi e poltrone. Per grillini e democratici è tempo prezioso per riorganizzarsi e mettere mano a legge elettorale e, forse, riforma costituzionale. Per i renziani è il secondo tempo della strategia dei popcorn, quella in cui si è addirittura determinanti con i voti in Parlamento. Per i forzisti è ossigeno puro, andare al voto con Salvini 35 – Berlusconi 5 non è il massimo, in effetti.

Il ritorno della Prima Repubblica è celebrato in grande stile a giugno del 2020, quando Renzi forma il proprio gruppo parlamentare e diventa decisivo coi numeri. Segue primo rimpasto, con pattuglia renziana nell'esecutivo. Poi Di Battista e Renzi si beccano per giorni dopo un comizio dalla spiaggia di Marina di Grosseto dell'ex Presidente del Consiglio, torna la crisi di agosto e si riparte a settembre con un tagliando al contratto di governo. Due ministri grillini di area fichiana si dimettono, nuovo rimpasto. E così via, con nuovi protagonisti e nuove emozionanti puntate a mezzo social network. Fino a… Teoricamente anche fino al 2023, al Mattarella bis e a nuove elezioni col proporzionale, per ricreare le condizioni di partenza. E ricominciare.

Il miracolo

Lo scenario del miracolo è quello in cui l'accordo tiene, la legislatura va avanti in modo sensato e ragionevole, i conti del Paese sono in sicurezza, la delegazione italiana in UE imposta il percorso per la revisione di Dublino ed emergono leadership nuove e autorevoli in grado di riportare il Paese al voto in tempi ragionevoli, non necessariamente fino alla scadenza naturale della legislatura, con una legge elettorale che regali il giusto equilibrio fra rappresentanza e governabilità. La precondizione perché si determini uno scenario di questo tipo è l'abbassamento del livello di scontro politico, il ricorso agli strumenti della Costituzione per garantire serenità al dibattito pubblico, la presa di coscienza da parte dei cittadini che non c'è un futuro possibile in un Paese avvelenato dall'odio.

Ok, mi fermo qui, mi rendo conto che fra previsione ottimistica, wishful thinking e allucinazione da crisi di governo agostana le differenze sono ancora sostanziali.