Qualunque cosa leggiate sul tema, non credeteci: nessuno, proprio nessuno, aveva previsto la crisi di governo in pieno agosto. L’eventualità di una simile escalation a cavallo di Ferragosto non ha colto di sorpresa solo i giornalisti e gli analisti politici, ma soprattutto gli stessi parlamentari, già con la testa e il cuore alle vacanze, convinti che le polemiche e i botta e risposta fra Di Maio e Salvini fossero la “solita” manifestazione pubblica di dissensi che puntualmente sarebbero stati ricomposti nelle sedi istituzionali. Come accaduto negli ultimi 14 mesi, polemica dopo polemica, voto dopo voto.  Invece, ora dopo ora è apparso tutto molto più serio e il colpo di grazia è arrivato con i messaggi inviati dallo stato maggiore leghista ai parlamentari: preparatevi a tornare a Roma e disdite le prenotazioni. Il resto è cronaca di una crisi di governo dalle motivazioni ancora in larga parte oscure e dagli sviluppi molto singolari.

Il più eclatante dei quali, come noto, è quello che va sotto la voce “governo istituzionale”, un’espressione che in effetti può significare tutto o niente. L’idea, che viene incontro anche alla preoccupazione di decine e decine di parlamentari di dover lasciare lo scranno a Palazzo Madama o Montecitorio dopo pochissimi mesi con zero possibilità di essere rieletti, nasce qualche settimana prima dell’apertura formale della crisi da parte di Matteo Salvini. Le riflessioni su “maggioranze alternative a Lega – M5s", giova ricordarlo, hanno per settimane accompagnato il percorso del governo Conte, rafforzandosi ogni volta che i due vicepresidenti del Consiglio (o i loro fedelissimi) si beccavano a mezzo social, magari in concomitanza con snodi parlamentari di una certa rilevanza (il ddl Pillon, il decreto sicurezza, il caso Diciotti). E che ci fossero contatti fra PD e M5s era un po’ il segreto di Pulcinella.

In questi giorni, però, abbiamo assistito a un clamoroso capovolgimento delle posizioni “pre – Papeete”. A mettere sul tappeto la questione sono stati i più netti oppositori non dell’alleanza, ma finanche di ogni possibilità di dialogo fra PD e M5s, ovvero le aree che fanno riferimento rispettivamente a Renzi e al trio Di Maio – Grillo – Casaleggio. Basta scorrere le cronache di qualche settimana, in effetti, per trovare i gruppi interni a PD e M5s su posizioni radicalmente opposte a quelle prese in queste ultime ore. Tra le considerazioni più surreali ascoltate vi è certamente l'apertura renziana a votare la riforma Fraccaro che taglia il numero dei parlamentari, dopo che per tre volte il PD ha votato contro, due al Senato (dove Renzi ha il seggio) e una alla Camera. La mossa di Renzi, che ha convocato una conferenza stampa un'ora prima del voto in Senato sul calendario e aveva lanciato la proposta di governo istituzionale poche ore prima dell'assemblea dei parlamentari del PD, incontra l'opposizione del segretario del suo stesso partito Nicola Zingaretti, ma il sostegno di tanti esponenti dem, alcuni noti per essere da sempre o da poco fieri avversari del senatore semplice di Rignano.

Intanto, Salvini rompeva il fronte delle opposizioni blandendo i parlamentari berlusconiani con la promessa di mantenere una coalizione ampia alle prossime elezioni, in modo da scongiurare il rischio di sorprese nei prossimi passaggi al Senato. Si torna a parlare di centrodestra unito, dopo mesi di faide e guerra interna, dopo decine di voti in dissenso in Aula. Si parla di accordi notarili, di Berlusconi nelle liste con l'insegna "Salvini premier". Oltre la Prima Repubblica, insomma, anche perché il leader leghista pare non intenzionato a dimettersi e vorrebbe ottenere l'impossibile da Mattarella: il via libera a gestire da ministro dell'Interno le elezioni in cui si candiderà alla guida del Paese, lasciando che a pagae la sua macchina propagandistica siano di fatti i contribuenti italiani.

Del tutto peculiare anche la gestione dei passaggi istituzionali, con la Presidente del Senato Elisabetta Casellati che ha immediatamente accolto il diktat salviniano dalle spiagge e ha convocato la riunione dei capigruppo a Camere chiuse, il 12 di agosto. Cui è seguita la convocazione dell'Aula, il 13 agosto.

E qui si è consumato l'ennesimo atto di una imbarazzante commedia. Il risultato finale parla di una sconfitta netta per Salvini, con la formazione di una nuova maggioranza, PD-M5s-Leu-Autonomie intorno al rinvio della discussione sulla sfiducia a Giuseppe Conte. Ma la discussione ci ha regalato una perla assoluta.

Matteo Salvini, infatti, ha preso la parola per ribadire la volontà di andare al voto subito e, dopo aver fatto un paio di battute sull'abbronzatura dei parlamentari (lui che ha aperto la crisi dalle spiagge…), si è reso protagonista dell'ennesimo ribaltone. Non bastasse l'aver presentato una mozione di sfiducia contro Conte a pochi giorni di distanza dall'avergli rinnovato la fiducia in Parlamento sul decreto sicurezza, il leader leghista ha cambiato idea sul taglio dei parlamentari per la terza volta in tre giorni. L'11 agosto Salvini era a favore del taglio, che del resto i leghisti hanno votato tre volte in Parlamento. Il 12 agosto scriveva questo:

Oggi 13 agosto però smentisce che servano mesi di tempo per tornare alle urne: "Ho sentito l’amico e collega Luigi Di Maio più di una volta ribadire in questi giorni ‘votiamo il taglio di 345 parlamentari e poi andiamo subito al voto’. Prendo e rilancio: alla capigruppo la Lega voterà per tagliare il numero di parlamentari. Si tagliano 345 parlamentari e poi per dignità e coerenza si va subito al voto. Noi ci siamo”. Un ennesimo colpo di teatro che apre diverse questioni, dal momento che ci troveremmo in presenza di un unicum nella storia repubblicana:

  • il Parlamento potrebbe votare per la riforma della Costituzione dopo una eventuale sfiducia al governo?
  • si può tornare a votare senza ridisegnare collegi, dunque senza attendere il referendum ed eventualmente applicare una riforma della Costituzione?
  • Lega e M5s hanno ancora i numeri per approvare la riforma Fraccaro, per cui serve la maggioranza assoluta dei voti alla Camera?

La risposta alla prima domanda è "No", perché in caso di caduta del governo il calendario va annullato e l'attività parlamentare fermata. Diverse le considerazioni sugli altri due punti. Salvini ha spiegato che la riforma dovrebbe entrare in vigore nella legislatura successiva, citando (a casaccio) il caso della devolution del 2005, che c’entra poco o nulla. Vero è che, senza promulgazione, la Costituzione resterebbe quella attuale, dunque si potrebbe votare con lo schema attuale, ma siamo certi che Sergio Mattarella possa mandare il Paese al voto “in latenza” di un referendum confermativo sulla riforma della Costituzione (o comunque durante i “tre mesi di attesa” obbligatori)?

A Salvini in realtà importa poco e la mossa di oggi serve solo per togliere un elemento chiave alla macchina della propaganda del Movimento 5 Stelle. Di Maio, però, esulta e rilancia, chiedendo che il Parlamento ora tagli anche gli stipendi dei parlamentari: una strana concezione delle priorità per un Paese a un passo dal caos istituzionale e dall'esercizio provvisorio, che determinerebbe anche l'aumento dell'IVA di tre punti percentuali.

Tutti, ma proprio tutti, si appellano a Mattarella. Che certamente avrà un ruolo cardine, ma che non può (e non deve) andare oltre le proprie prerogative imponendo una volontà propria a gruppi che hanno invece la responsabilità di gestire la crisi, di fornire risposte, di essere al servizio dei cittadini e del Paese.

Una situazione a dir poco surreale, che vede partiti ed esponenti politici impegnati esclusivamente nella cura del proprio "particulare". Con un'unica certezza: finirà male, molto male, in ogni caso.