La decisione di Matteo Salvini di provocare una crisi di governo in pieno agosto, a Camere chiuse, è un fatto nuovo, difficilmente prevedibile considerando gli ultimi passaggi tanto in Parlamento che all'interno del Consiglio dei ministri. In effetti, se si guardasse soltanto alle ultime settimane si dovrebbe sottolineare come il governo fosse chiaramente a trazione salviniana, con il via libera al decreto sicurezza bis (essenzialmente nella versione caldeggiata dalla Lega), l’ok di Giuseppe Conte alla TAV (ratificato dall’Aula, malgrado il voto contrario dei 5 Stelle), l’apertura alle modifiche sul bonus 80 euro (precondizione per impostare la flat tax) e il silenzio dei grillini di fronte all’ennesima “chiusura dei porti” a una nave ONG con a bordo 121 persone. Dunque, perché rompere ora, a Camere chiuse e con l’obiettivo di andare al voto a ottobre, cosa mai accaduta nell’Italia repubblicana? Proviamo a capirlo, ipotizzando cosa stia passando nella testa di Salvini e quale sia il vero obiettivo della crisi di governo.

Le ragioni politiche dietro la crisi di governo

Chiedo agli italiani se hanno la voglia di darmi pieni potermi per poter fare quello che abbiamo promesso senza palle al piede”. Ufficialmente la tesi di Matteo Salvini verte sull’assunto secondo il quale il Movimento 5 Stelle costituisca un limite per una azione di governo incisiva e proficua, almeno nella direzione desiderata dalla Lega. Dunque, mandare a casa Conte e porre fine all’alleanza con i 5 Stelle sarebbe un passo obbligato per cambiare marcia al Paese e realizzare compiutamente le riforme e i provvedimenti di cui gli italiani avrebbero bisogno. In questo senso, lo strappo di Salvini somiglia molto a quello operato a suo tempo da Matteo Renzi con Enrico Letta: un governo giudicato “lento e compassato” doveva fare a spazio a chi si proponeva di cambiare passo. In quel caso, la strada scelta da Renzi fu quella della manovra parlamentare, che non solo era garantita dai numeri, ma rispondeva perfettamente anche alla “naturale predisposizione” di deputati e senatori appena eletti di restare qualche altro annetto tra Palazzo Madama e Montecitorio. Ora pare (pare) che il percorso possa essere diverso, anche se ci sono diverse ipotesi su come Mattarella intenda gestire la crisi.

La linea ufficiale però presenta diverse crepe: Salvini si è accorto solo ora che i 5 Stelle siano un ostacolo alla risoluzione dei problemi degli italiani? Perché ha firmato un contratto di governo sapendo di non fare gli interessi dei suoi elettori? A cosa si riferisce, nello specifico, il ministro dell’Interno quando parla di “soliti no”, considerando che, se si esclude il ddl Pillon (peraltro solo accantonato), Lega e M5s hanno sempre trovato la quadratura del cerchio sulle principali questioni poste dall’esecutivo e dal Parlamento?

La spiegazione è in parte contenuta nel testo della mozione di sfiducia presentata al Senato, in cui si mette l'accento su alcune questioni politiche che avrebbero determinato la fine dell'alleanza, ovvero "la giustizia, l’autonomia e le misure della prossima manovra economica". Più che di veri e propri "no", però, si tratta di questioni aperte, su cui un accordo sarebbe stato possibile, anche tenendo conto di ciò che c'era nel contratto di governo e di ciò che Salvini e Di Maio avrebbero potuto scrivervi, ottemperando anche alla richiesta di Conte di "fare un tagliando" all'accordo fra Lega e Movimento 5 Stelle. Stesso discorso andrebbe fatto per la questione TAV. Ciò che i leghisti rimproverano a Conte è di non essere stato "presente in aula, nel momento delle votazioni sulle citate mozioni, per ribadire l’indirizzo favorevole alla realizzazione dell’opera che egli stesso aveva dichiarato pochi giorni prima nell’altro ramo del Parlamento", determinando la situazione per cui due membri dello stesso governo hanno espresso pareri contrastanti sulla stessa questione. Ecco, ora il M5s rimprovera Conte per aver cambiato idea sul TAV e la Lega lo accusa di non aver cambiato idea in modo abbastanza convinto. Siamo oltre la beffa.

Insomma, una mozione di sfiducia poco credibile, o almeno monca, senza il nocciolo della questione.

Giuseppe Conte ha provato ad abbozzare una diversa interpretazione nel corso della sua breve dichiarazione di ieri: Salvini vuole capitalizzare il consenso personale di cui gode nel Paese. Tutti i sondaggi in effetti restituiscono l'idea che, in caso di elezioni, il leader della Lega abbia concrete possibilità di ottenere la maggioranza dei seggi in Parlamento, sia che riproponga la coalizione di centrodestra del 2018 sia che scelga di escludere Forza Italia e si allei solo con Fratelli d'Italia. È una spiegazione che ha più senso, ma che non risponde alla domanda centrale: perché ora, perché in pieno agosto e sapendo perfettamente quali siano gli ostacoli a un immediato ritorno alle urne?

La tempistica della crisi di governo

È l'elemento centrale da considerare se si vuole provare a capire qualcosa in più su ciò che sta accadendo. La Lega chiede di discutere la mozione di sfiducia a Conte subito, magari già il 13 agosto, per accelerare il percorso verso nuove elezioni. Come vi abbiamo spiegato, infatti, ci sono dei passaggi obbligati e dei tempi tecnici da rispettare prima di poter ridare la parola ai cittadini. La Costituzione indica che dallo scioglimento delle Camere alla data delle elezioni è necessario che intercorra un periodo di che va da un minimo di 45 giorni a un massimo di 70 giorni. Tecnicamente si potrebbe votare anche a ottobre, ma occorrerebbe un rapido percorso parlamentare e la volontà di tutti gli attori in campo, a cominciare da Sergio Mattarella. Il Presidente della Repubblica dovrebbe rinunciare a ogni velleità di formare un nuovo governo, velocizzare al massimo le consultazioni e mandare il Paese alle urne con il rischio dell’esercizio provvisorio o di uno scontro frontale con l’Unione Europea, lasciando che a organizzare la macchina elettorale sia un ministro dell’Interno che è anche candidato premier.

Un po’ troppo ottimistico come percorso, anche per uno come Salvini, che non può aspettarsi che l'intero sistema istituzionale e politico italiano gli stenda un tappeto rosso verso Palazzo Chigi, non provando nemmeno a immaginare un percorso diverso da quello del voto in autunno. Ottobre poi è un mese cruciale, perché entro il 15 va inviata alla UE la legge di bilancio e nel breve volgere di qualche settimana va incardinata in Parlamento: le prime fasi possono slittare di qualche giorno, magari anche a inizio novembre, ma la legge va approvata entro la fine dell'anno. La tempistica, dunque, sembrerebbe escludere che il vero obiettivo di Salvini sia quello di andare al voto in autunno, per trovarsi a Palazzo Chigi a novembre, a ratificare un aumento dell'IVA che a quel punto sarebbe ineluttabile. Però… Ecco, ci sarebbe un però, che vale la pena approfondire.

Oltre la crisi: il piano zero e l'incidente pianificato

Qualcuno già ipotizza che uno degli esiti scontati della crisi possa essere l’esercizio provvisorio, ovvero l’applicazione (previa autorizzazione del Parlamento) di un piano di bilancio non approvato per un massimo di 4 mesi. Nel caso attuale, si applicherebbero le linee indicate nei saldi di finanza pubblica (quelle del Documento di Economia e Finanza del governo Conte), che tra l’altro prevedono l’aumento automatico di tre punti dell’IVA e il rapporto deficit – PIL al 2,1%. L’esercizio provvisorio è eventualità che non solo Mattarella sembrerebbe intenzionato a scongiurare, ma anche le altre forze politiche italiane. La mossa leghista può essere dunque interpretata in vari modi, a seconda dello scenario che potrebbe determinarsi.

Se Mattarella riuscisse nell’impresa di formare un’altra maggioranza senza la Lega (chi scrive non ha idea di come possa riuscirvi…), toccherà a questi malcapitati prendere le drastiche decisioni necessarie a recuperare i circa 23 miliardi necessari per scongiurare l’aumento dell’IVA, più altre risorse per mettere in sicurezza i conti pubblici (è infatti molto probabile che lo spread rosicchi altre risorse in queste settimane) e finanziare provvedimenti di una certa rilevanza (Il Sole 24 ore calcola in 35 miliardi i saldi di una manovra comunque prudente). Un governo di questo tipo avrebbe vita breve e la Lega potrebbe bombardarlo “comodamente” dall’opposizione, in attesa di raccogliere i frutti in cabina elettorale, a questo punto a febbraio / marzo. Inoltre, se Conte accettasse di guidare questo tentativo, Salvini avrebbe buon gioco nel presentarlo come un uomo della “vecchia politica”, incrinando l’unica immagine pubblica che sembra poterlo impensierire, almeno stando ai sondaggi sulla fiducia nei leader politici. A maggior ragione se, come testimoniato dalle aperture di Renzi e Grillo, fossero proprio PD e M5s a prendere l'iniziativa per impostare un governo di scopo, magari guidato da Roberto Fico…

Se il Presidente non riuscisse a compiere con successo questo esperimento di ingegneria politica, ma la finestra elettorale si chiudesse a causa della lentezza nelle consultazioni e nei passaggi formali, Salvini proverebbe ad addossare l’aumento dell’IVA a “quelli che non hanno voluto le elezioni” (e il bombardamento sui social in tal senso è già cominciato). Elezioni in pieno periodo “di bilancio”, con lo Stato in esercizio provvisorio e con l’incubo della troika: vi ricorda qualcosa? È o no il modo migliore per avviare "l'incidente", per pianificare quello che la Lega da anni vuole, la revisione totale dei rapporti con la UE o, alla peggio, l'uscita dall'euro?

Certo, Mattarella potrebbe anche provare a forzare la mano al leader leghista, dandogli l'incarico di formare un nuovo governo,  dopo aver capito quanti fra i parlamentari grillini possano essere disposti a formare un nuovo gruppo per "consentire" la nascita di un governo di centrodestra con Salvini a Palazzo Chigi. Ma questa ipotesi non può avvenire "senza" il consenso dello stesso leader leghista, che non a caso si è preoccupato di escludere altri scenari che non siano il ritorno al voto.

Le ragioni "personali" dietro la crisi di governo

La confusione di queste ore sta mostrando quanto fossero tesi i rapporti fra leghisti e grillini e quanto fossero profonde le distanze fra i due gruppi parlamentari. Paradossalmente, alla formazione di un vero e proprio elettorato "governista" non è mai seguita la nascita di un senso di appartenenza all'interno della maggioranza, se non come blanda forma di contrapposizione all'opposizione parlamentare. Non è un mistero, inoltre, che il leader leghista sia rimasto fortemente contrariato dall'atteggiamento del Movimento 5 Stelle su due questioni che hanno fortemente incrinato la sua immagine pubblica: il caso Savoini e la vicenda del giro sulla moto d'acqua della polizia del figlio sedicenne. Salvini avrebbe gradito un sostegno personale, o almeno che gli alleati non utilizzassero tali vicende per mettere in dubbio la sua onestà e correttezza, provando a sfruttare a loro vantaggio l'oggettiva difficoltà in cui si è venuto a trovare. La vicenda Savoini in particolare ha definitivamente incrinato il rapporto con Conte, che lo ha platealmente smentito in Parlamento. Per inciso, ma mica tanto, la reticenza del titolare del Viminale nel rispondere alle richieste di chiarimento della Presidenza del Consiglio e le contraddizioni fra il racconto di Salvini e quello di Conte sui fatti di Mosca e Roma rappresentano una questione serissima e gravissima, che ha segnato un punto di rottura anche dal punto di vista istituzionale.

Ora, nei panni di Salvini (e al netto delle valutazioni sui fatti in questione, che per chi scrive sono inequivocabili), come avreste potuto continuare a sostenere un Presidente del Consiglio che vi ha fatto fare la figura del bugiardo e dell'omertoso davanti al Parlamento? Con quale spirito vi sareste seduti al tavolo del Consiglio dei ministri accanto a chi vi ha accusati di utilizzare le forze dell'ordine per lo svago di tuo figlio? Come rivendicare ancora un'alleanza con chi non perde occasione per associarvi a Berlusconi o a Renzi, come fatto negli ultimi giorni?

Il punto è che non ha più senso ragionare secondo logiche tradizionali, proprio perché siamo nel tempo dello spontaneismo e del cinismo. Quello in cui un politico è tanto più autorevole quanto più è schietto, autentico; quello in cui il concetto stesso di responsabilità ha subito una mutazione di senso fino a sfumare in mero artificio retorico; quello in cui la competenza è un orpello da lasciare ai professoroni, mentre uno Stato si può amministrare col semplice buonsenso. In questo contesto la politica è un fatto personale, anche perché caduti i grossi riferimenti ideologici o le coordinate culturali, non resta altro che la logica della fazione, del tifo, della comunità di appartenenza. Stupirsi ora significa aver dormito negli ultimi 7 anni. Almeno.