
Riassunto delle puntate precedenti, come in una telenovela sudamericana.
Ieri pomeriggio, Alessandro Giuli, ministro della cultura ha licenziato in tronco due strettissimi collaboratori al ministero della cultura. Più precisamente, Emanuele Merlino, responsabile della segreteria tecnica del ministero. E, si dice, uomo di fiducia del potentissimo sottosegretario alla presidenza del consiglio Giovanbattista Fazzolari. Ed Elena Proietti, esponente di Fratelli d’Italia umbra e molto vicina a Giorgia Meloni, che era a capo della segreteria personale del ministro.
Lo stesso Giuli, nei giorni scorsi, ha litigato ferocemente con il presidente della Biennale di Venezia Pietrangelo Buttafuoco, reo di aver voluto consentire alla Russia di partecipare all’esposizione con un suo padiglione. Secondo Giuli, quello dell’ex amico Butafuoco è stato “un auto-commissariamento del governo” e “un pasticcio”.
A difendere la scelta di Buttafuoco, tuttavia, ci ha pensato Matteo Salvini, che di quello stesso governo è vicepremier, che si è detto totalmente d’accordo con Buttafuoco ed è andato a visitare il padiglione russo, uscendone “con una grande idea di serenità”.
Serenità che evidentemente non ci doveva essere nel corso dell’ultimo consiglio dei ministri, quando – si dice – Giuli e Salvini sono quasi venuti alle mani in occasione dell’approvazione del cosiddetto Piano Casa, con Salvini che ha difeso una norma che aggirava il parere delle sovrintendenze che fanno capo al ministero della cultura per le ristrutturazioni in centro storico e Giuli che le difendeva dicendo che questa norma rischiava di far cancellare “i fasci littori” dalle facciate dei palazzi storici, minacciando di non votare il provvedimento.
Per la cronaca Giuli e Salvini hanno continuato a beccarsi in televisione e anche nella chat su Whatsapp dei ministri – con il primo che accusa il secondo, sostanzialmente, di non lavorare, scatenando – come da prassi – quella che i giornali sono abituati a definire come “l’ira della Meloni”. La stessa Meloni che, nel frattempo, immaginiamo non proprio serena, con due dei suoi defenestrati dal ministro della cultura, ormai in aperta fronda.
E con Salvini che non perde occasione di baciare la pantofola di Putin – il cui anchorman di riferimento Vladimir Soloviev ha definito Meloni stessa come una fascista e una donna dai facili costumi – e di provare a sostituirsi alla premier nel cuore di Trump, con cui si è recentemente definito da sempre in accordo su tutto, nei giorni in cui il presidente americano insultava la premier italiana.
È con quest’animo, in questi giorni, che Meloni andrà al vertice di maggioranza sulla nuova legge elettorale, con Salvini che vuole tirar dritto senza dialogare con le opposizioni e Antonio Tajani di Forza Italia che invece ci vuole dialogare. Così come del resto Salvini vuole violare il patto di stabilità e crescita europeo per avere soldi da spendere in vista della prossima legge di bilancio, mentre Tajani no. E men che meno la famiglia Berlusconi, che vorrebbe il buon Antonio ancor più europeista e autonomo da Meloni.
Animi non esattamente sereni, insomma, quelli del governo quasi più longevo della storia della Repubblica. Ma si sa, l’amore è bello se non è litigarello. Ed evidentemente a destra si amano tantissimo. Come nelle migliori telenovelas.