Guerra Iran, la crisi alimentare è già iniziata e colpirà anche l’Italia: lo spiega Martina (FAO)

Gli effetti della guerra in Iran e del blocco dello Stretto di Hormuz si stanno facendo sentire non solo sull'energia, ma anche sul settore alimentare. Fanpage.it ha intervistato Maurizio Martina, vicedirettore generale della FAO (o Food and Agriculture Organization, l'organizzazione delle Nazioni unite che si occupa di alimentazione e agricoltura) nonché ex ministro dell'Agricoltura tra il 2014 e il 2018 ed ex segretario del Pd. Martina ha spiegato che all'origine del problema c'è il fatto che i "Paesi del Golfo sono tra i principali esportatori mondiali di fertilizzanti azotati".
Se il commercio si ferma, come avvenuto con il blocco di Hormuz, nasce "una carenza globale di offerta senza sostituti rapidi". Così i prezzi salgono rapidamente. Le conseguenze sono rapide e "le perdite risultanti non sono recuperabili", perché l'agricoltura segue dei ritmi ben precisi: "Nel giro di pochi mesi, le rese iniziano a diminuire; e nel giro di un anno, l’offerta alimentare globale cala, facendo crescere l’inflazione alimentare e l’insicurezza alimentare". Che in Italia potrebbe significare soprattutto un aumento dei prezzi ulteriore, in aumenta a quello dell'energia.
Già a fine marzo, quando il conflitto era iniziato da meno di un mese, lei sosteneva che la crisi energetica nata con la guerra in Iran rischiava di trasformarsi in un’emergenza alimentare, e sottolineava che, senza una stabilizzazione, saremmo andati incontro conseguenze durissime. Di mesi ne sono passati più di due, e la stabilizzazione non è ancora arrivata. Qual è la situazione oggi?
Il conflitto sta generando interruzioni sistemiche nei sistemi agroalimentari mondiali. La chiusura di rotte marittime strategiche sta provocando scosse nei mercati energetici, nel commercio dei fertilizzanti e nelle catene di approvvigionamento alimentare di tutto il mondo. Al centro di questa crisi si trova un punto di strozzatura strategico.
Lo Stretto di Hormuz, appunto?
Esatto. Non è semplicemente un passaggio regionale: è un collo di bottiglia globale senza alternative valide. In condizioni normali, vi transita circa il 35% delle esportazioni mondiali di petrolio greggio, il 20% di gas naturale liquefatto e circa il 25% dei fertilizzanti commercializzati a livello globale .
Dopo l’escalation, il traffico marittimo attraverso lo Stretto è crollato di oltre il 95%, bloccando di fatto i movimenti. Questo ha provocato gravi disagi logistici: i ritardi nelle spedizioni sono aumentati di 15 giorni, i costi assicurativi sono saliti vertiginosamente e i costi del carburante sono cresciuti di circa il 50% .
Questi disagi non sono temporanei. Come dimostrano i fatti, le conseguenze dureranno ben oltre la crisi immediata, poiché le scorte si accumulano e i mercati assicurativi si adeguano lentamente al ritorno della stabilità.
Del blocco di gas e (soprattutto) petrolio si è parlato molto a lungo, anche perché è al centro della crisi energetica che stiamo vivendo in questo momento. Ma anche fermare il trasporto di fertilizzanti può avere conseguenze durissime, come alcuni esperti avevano segnalato già poco dopo lo scoppio della guerra. Ci spiega perché?
Le ripercussioni sui sistemi agroalimentari sono immediate ed estese.
I mercati energetici hanno reagito rapidamente, con una riduzione della produzione nel Golfo di circa 10 milioni di barili al giorno e un aumento significativo dei prezzi a livello globale. Anche i mercati dei fertilizzanti hanno subito uno shock acuto. I Paesi del Golfo sono tra i principali esportatori mondiali di fertilizzanti azotati, e l’improvvisa interruzione ha causato una carenza globale di offerta senza sostituti rapidi. Di conseguenza, i prezzi dei fertilizzanti sono aumentati del 50–75% a livello globale.
Questi shock colpiscono i sistemi agroalimentari attraverso quattro principali canali di trasmissione.
Quali?
Primo: interruzione delle importazioni alimentari, soprattutto nei Paesi del Golfo che dipendono dalle importazioni per fino all’80% del loro approvvigionamento alimentare. Secondo: trasmissione dei prezzi energetici, che fa aumentare i costi in tutto il sistema alimentare – dall’irrigazione e produzione al trasporto e alla trasformazione.
Terzo: aumento dei costi degli input, in particolare dei fertilizzanti, che porta gli agricoltori a ridurre i dosaggi e, infine, a diminuire la produzione. Quarto: effetti economici collaterali, tra cui la riduzione dei flussi di rimesse e la diminuzione del potere d’acquisto in molti Paesi in via di sviluppo.
Questi effetti negativi si possono fermare? E se la crisi dovesse rientrare domani (cosa che pure appare improbabile), si può riportare la situazione alla normalità ed evitare le conseguenze?
I dati della FAO presentati durante un recente Consiglio straordinario dell’Organizzazione mostrano chiaramente che l’interruzione dei fertilizzanti si traduce rapidamente in una minore produzione. Nel giro di poche settimane, i costi maggiori degli input agricoli ne riducono l’utilizzo; nel giro di pochi mesi, le rese iniziano a diminuire; e nel giro di un anno, l’offerta alimentare globale cala, facendo crescere l’inflazione alimentare e l’insicurezza alimentare.
Stiamo già assistendo alle prime fasi di questa reazione a catena. Tra 1,5 e 3 milioni di tonnellate di fertilizzanti al mese risultano ritardate nel commercio. L’agricoltura opera secondo finestre stagionali fisse. Se i fertilizzanti non vengono applicati in tempo – per grano, riso o mais – le perdite risultanti non sono recuperabili. Anche un ritardo di poche settimane si traduce direttamente in rese inferiori.
Quali sono gli Stati che rischiano di pagare il prezzo più caro di questa crisi, o che lo stanno già pagando, sul fronte alimentare?
L’impatto è particolarmente grave per i Paesi vulnerabili. Gli agricoltori del Sud Asia, dell’Africa orientale e di parti del Medio Oriente sono tra i più esposti, a causa della loro dipendenza dai fertilizzanti importati e della scarsa capacità di assorbire gli shock dei prezzi.
Questi rischi sono aggravati da vulnerabilità preesistenti. In Libano, per esempio, quasi 900mila persone stanno già affrontando livelli di emergenza di insicurezza alimentare, mentre in Yemen più di 17 milioni di persone sono colpite.
In Italia quali sono i rischi più concreti? E immaginando che la guerra tra Iran e Usa non si risolva a breve, quando li affronteremo?
Questa crisi non è confinata a una sola regione. È globale e sistemica. In Italia, se le catene di approvvigionamento vengono interrotte, se gli agricoltori hanno più costi e difficoltà ad accedere agli input, le conseguenze impatteranno sia i produttori, riducendo i loro margini, sia i consumatori, con una possibile inflazione alimentare, sia i mercati agricoli, a causa di una maggiore volatilità dei prezzi.
Chiaramente in Italia, e guardando anche alla regione allargata del Mediterraneo, vedremo una maggiore instabilità dovuta a pressioni sulla sicurezza energetica e le relazioni commerciali.
Negli ultimi giorni gli Stati Uniti hanno lanciato il cosiddetto Project Freedom per tentare di risolvere per via militare, o almeno di limitare, l’impatto del blocco. È un bene riprendere la circolazione dei beni al più presto e a qualunque costo, quindi anche con iniziative di questo tipo? O è più importante garantire stabilità con il confronto diplomatico che arrivi a una soluzione condivisa, anche se potrebbero volerci mesi?
Per cominciare, è fondamentale ribadire un principio basilare: il diritto al cibo è un diritto umano fondamentale e la pace e la stabilità ne sono prerequisiti imprescindibili. Abbiamo conoscenze, strumenti e analisi. Abbiamo istituzioni e strutture multilaterali, comprese agenzie tecniche e fora politici. Ora serve un’azione decisa e coordinata – prima di arrivare ad una crisi alimentare globale. Vorrei concludere con un ultimo messaggio: deve prevalere la pace, affinché i sistemi agroalimentari – e le persone che ne dipendono – possano riprendersi e guardare avanti.