video suggerito
video suggerito
Guerra tra Iran, Usa e Israele

Con la guerra in Iran avremo prezzi più alti e stipendi reali più bassi fino al 2028: lo studio Svimez

La crisi energetica causata dalla guerra in Iran sta già avendo effetti che si faranno sentire per tutto l’anno prossimo, anche se il conflitto dovesse terminare a breve. L’ultimo studio di Svimez mostra che l’inflazione salirà più del previsto e il Pil scenderà anche nel 2027. Con effetti che, in termini di stipendi e potere d’acquisto, colpiranno soprattutto il Sud.
A cura di Luca Pons
0 CONDIVISIONI
Immagine
Attiva le notifiche per ricevere gli aggiornamenti su

Gli effetti economici della guerra in Iran si faranno sentire per parecchio tempo. A prescindere dal momento in cui il conflitto avrà fine – che sia tra pochissimo o tra mesi – l'impatto della crisi energetica che stiamo già attraversando avrà ripercussioni che resteranno anche nel 2027. Anzi, in alcuni casi saranno anche più intense l'anno prossimo. Lo ha riportato l'ultima analisi di Svimez, Associazione per lo sviluppo dell’industria nel Mezzogiorno.

Svimez ha immaginato due scenari: uno in cui la guerra si conclude praticamente subito, e quindi complessivamente lo shock energetico dura circa tre mesi (visto che comunque ci vorrebbe circa un mese per tornare alla normalità); e un altro in cui invece la guerra va avanti e lo shock dura sei mesi. In entrambi i casi, per quanto riguarda il Pil ci sarà una contrazione che colpirà soprattutto il Centro-Nord. L'impatto sui prezzi, e quindi sul costo della vita, sul potere d'acquisto e sui consumi, sarà invece più duro al Sud.

La corsa dei prezzi: inflazione su, nel Mezzogiorno cresce anche nel 2027

L'associazione ha subito messo in chiaro che "shock energetico complessivo rischia di essere più ampio di quello del solo rincaro del petrolio". In altre parole, anche se il prezzo del petrolio è salito del 50% circa (e potrebbe aumentare ancora) non sarà questa l'unica cosa di cui tenere conto. Gli effetti, a cascata, si sentiranno in molti altri settori. Dall'industria del Centro-Nord, che acquista molti prodotti dai Paesi asiatici, al terziario e ai servizi.

Se lo shock dovesse durare tre mesi, e a fine maggio le cose tornassero alla normalità per quanto riguarda lo Stretto di Hormuz, l'inflazione quest'anno sarebbe più alta dello 0,8% rispetto alle previsioni. L'anno prossimo si tornerebbe in linea con le aspettative pre-guerra, ma solo nella media nazionale. In realtà, nelle Regioni del Mezzogiorno, i prezzi crescerebbero ancora di uno 0,4% in più.

Se invece la crisi dovesse durare di più, per ipotesi sei mesi, l'inflazione vedrà un'accelerata decisamente maggiore. +1,7% rispetto alle previsioni, quest'anno. Nel 2027 il Centro-Nord sarebbe protetto, mentre il Sud vedrebbe ancora un +0,8%. Concretamente, questo significa che possiamo già stare certi che la guerra in Iran ha causato un aumento maggiore dei prezzi, e che come minimo l'anno prossimo si stabilizzeranno su questo nuovo livello più alto.

L'effetto sulle buste paga e il potere d'acquisto

Inutile dire che, se i prezzi salgono, gli stipendi diventano più ‘deboli'. A parità di soldi in busta paga, il potere d'acquisto scende. E "già nello scenario a tre mesi lo shock inflattivo sarebbe sufficiente a sterilizzare l’incremento del reddito disponibile reale delle famiglie nel 2026". Insomma, nessun recupero del potere d'acquisto. "In uno scenario più prolungato", il rischio è peggiore: "Una riduzione del reddito reale". Dopo la crisi energetica del 2022-23, che ha ridotto molto il potere d'acquisto, un'altra emergenza che cancella tutti gli eventuali progressi fatti negli ultimi anni.

Visto che l'inflazione sale di più nel Mezzogiorno, è che qui il calo del potere d'acquisto si fa sentire maggiormente. "L’impatto sulla spesa delle famiglie risulta sistematicamente più intenso nel Mezzogiorno". Il motivo è che le famiglie meridionali sono più "vulnerabili" agli shock dei prezzi, a causa dei "livelli di reddito più bassi" e del fatto che i costi dell'energia pesano di più, in proporzione, nei bilanci familiari.

Non solo: nel 2027 l’impatto sulla spesa delle famiglie sarà "significatamene superiore rispetto all’anno precedente". Perché i prezzi certamente non "rientreranno" sui livelli pre-guerra: tenderanno a "stabilizzarsi" dopo il picco di quest'anno. L'orizzonte temporale sarà più lungo al Sud perché c'è una "produttività oraria più bassa" e "una struttura dell’offerta nei servizi più frammentata".

Il Pil e lo spettro della recessione

Tutto questo, naturalmente, avrà delle conseguenze sul Pil. La crescita economica crescerà dello 0,3% in meno rispetto a quanto inizialmente previsto, quest'anno. L'impatto sarà più duro al Centro-Nord, mentre il Sud si fermerà a un -0,1%. Tuttavia, nel 2027 il Mezzogiorno sconterà ancora un -0,2% mentre il resto del Paese tornerà in linea con le aspettative.

Tutto questo, a patto che la guerra si interrompa subito. Se invece dovesse durare di più, il calo sarà dello 0,5% quest'anno (0,6% al Centro-Nord, 0,2% al Sud) e dello 0,2% l'anno prossimo (ben 0,4% al Mezzogiorno).

Il maggiore impatto nel Centro-Nord è "riconducibile alla struttura produttiva dell’area", più esposta "all’aumento dei prezzi energetici e dei beni intermedi". Questi hanno un impatto rapido sui prezzi industriali. E così, le zone più industrializzate vengono colpite più rapidamente. Al Sud, invece, le conseguenze arrivano in modo più prolungato perché la struttura produttiva si concentra su altri settori.

0 CONDIVISIONI
autopromo immagine
Più che un giornale
Il media che racconta il tempo in cui viviamo con occhi moderni
api url views