
Per fare i fertilizzanti ci vogliono gas e petrolio bloccati a Hormuz. Il 30% della produzione mondiale passa comunque dallo stretto bloccato dall'Iran. E il brutto è che ormai il danno è fatto. Cerchiamo di capire che impatto può avere tutto questo e che soluzioni ci possono essere con Maurizio Martina, vice direttore generale della Fao
Oggi rispondo alla domanda di Lucia:
Ma davvero rischiamo una carestia globale per colpa della guerra in Iran?
Cara Lucia, la storia la conosciamo, no? In seguito all’attacco americano e israeliano, l’Iran ha chiuso lo stretto di Hormuz, una lingua di mare larga poco più di 30 km che collega il golfo Persico al mare d’Arabia, e da lì all’Oceano Indiano. Da quel collo di bottiglia non passano solo gas e petrolio, ma anche i nutrienti che sostengono la produzione alimentare globale, tra cui azoto, fosforo e zolfo. Per dire: passa da Hormuz un terzo dei fertilizzanti azotati come urea e ammoniaca utilizzati dagli agricoltori di tutto il mondo.
Giusto un ripasso veloce. Un fertilizzante azotato, lo dice la parola, arricchisce il suolo di azoto, il nutriente fondamentale delle piante, per lo sviluppo di foglie, fusti e germogli. Le piante assorbono questo elemento tramite le radici per produrre clorofilla, proteine ed enzimi vitali per la crescita e la fotosintesi.
Cosa c’entra l’azoto con Hormuz? Semplice: l'idrogeno necessario per produrre l'azoto sintetico proviene dai combustibili fossili come gas e petrolio. Che non possono più passare dallo stretto di Hormuz. Non solo: La produzione di fertilizzanti richiede un elevato consumo energetico. Ancora una volta: gas e petrolio.
Dire che è un problema piuttosto serio è quasi un eufemismo. Per diversi motivi.
Primo: perché se diminuisce la quantità, aumentano i prezzi. E i prezzi dei fertilizzanti sono aumentati del 30% circa dal 28 febbraio a oggi, arrivando anche a +78%.
Secondo: perché i tempi della semina e della crescita se ne fregano della geopolitica e delle guerre. Non puoi aspettare a seminare. Non puoi chiedere alle stagioni di interrompere il loro ciclo. Per la cronaca: il blocco di Hormuz è arrivato all'inizio della stagione di crescita nell'emisfero settentrionale, ma avrà impatti anche sulla semina nell’emisfero meridionale e sulla successiva semina nell’emisfero settentrionale. È probabile che gli agricoltori utilizzino meno fertilizzanti del solito, il che potrebbe ridurre i raccolti e portare a gravi carenze alimentari più avanti nel corso dell'anno.
Terzo: perché a differenza di quanto accade con gas e petrolio, non esistono riserve strategiche coordinate a livello globale per i fertilizzanti. Se ce ne sono di meno, è ognuno per sé. Chi ha riserve, le usa. Chi ha i soldi per rastrellare quel che c’è sul mercato, si prende tutto.
Quarto: perché, anche se sembra un paradosso, i fertilizzanti servono soprattutto in quei Paesi dove se ne usano meno. Cioè, nei Paesi in cui l’agricoltura è più arretrata. Togli un po’ di fertilizzanti ai campi di mais del Midwest americano e magari c’è una lieve riduzione del raccolto. Togli quel poco che si usa nell’Africa Subsahariana e non cresce più nulla.
Gli effetti? Secondo Máximo Torrero Cullen, capo economista della FAO, l’agenzia dell’Onu che si occupa di cibo e alimentazione, i produttori di cereali, in particolare, potrebbero subire perdite di reddito fino al 5% nel 2026, con ripercussioni durature fino al 2030.
L’effetto domino non finisce lì, ma porterà a prezzi alimentari più elevati, inflazione alimentare più alta, riduzione della crescita economica e aumento della fame nel mondo.
Ecco perché l’Europa, ad esempio, è corsa ai ripari sospendendo per un anno i dazi doganali sui principali fertilizzanti azotati per calmierare i prezzi. Mentre il Governo italiano ha stanziato 100 milioni di euro sotto forma di credito d'imposta per alleggerire i rincari che pesano sulle aziende agricole.
Tutto risolto, quindi? A che punto siamo, oggi, con la crisi dei fertilizzanti? L’abbiamo chiesto a Maurizio Martina, che è stato ministro dell’agricoltura nel governo Renzi e oggi è vice direttore generale proprio della Fao.
La crisi dei fertilizzanti non è finita, si è sostanzialmente trasformata. Oggi non parliamo più tanto di scarsità globale, quanto di accesso diseguale e i mercati si sono parzialmente stabilizzati, ma per milioni di agricoltori, soprattutto nei paesi più vulnerabili, i fertilizzanti restano ancora troppo costosi o semplicemente fuori portata. E attenzione, la crisi non è più nei mercati, ma è nei campi degli agricoltori e la difficoltà, la loro difficoltà ad acquistare fertilizzanti rimane una delle principali nostre preoccupazioni. Il risultato è molto concreto, meno fertilizzanti significa meno produzione e più pressione sui sistemi alimentari. Proprio per questo nel nel maggio del 26, anche l'Italia ha preso un'iniziativa importante, lanciando questa coalizione per i fertilizzanti e la sicurezza alimentare che sta cercando insieme di mobilitare i paesi, innanzitutto, per rendere evidente che questa è una questione cruciale, non solo per oggi, ma per domani, perché quello che non si riesce a raccogliere oggi e non si riesce a seminare oggi inciderà profondamente sui raccolti di domani.
Quando si parla di problemi globali, insomma, c’è sempre da distinguere tra chi ha le risorse per superarli e chi non le ha. E in questo contesto bisogna ricordare che anche nella produzione alimentare, così come in tutto il resto dell’economia capitalista, c’è chi ha vinto e c’è chi ha perso. In questo caso, soprattutto, ci sono 15 paesi che producono, da soli, il 70% del cibo mondiale. E che, di fatto, da soli tengono in mano le catene di approvvigionamento del resto del pianeta.
Sì, siamo ancora in tempo a evitare il peggio, a livello globale produciamo abbastanza cibo, il vero problema è chi può permetterselo e chi no. Di nuovo il tema è garantire un accesso equo al cibo, garantire un accesso a tutti e non solo a pochi. Se le tensioni geopolitiche continueranno noi vedremo una pressione prolungata sui prezzi e sugli input agricoli. Ma il rischio principale non è una scarsità globale, è una frattura crescente, direi, tra paesi che riescono a proteggere i propri sistemi alimentari e quelli invece che non riescono a farlo e quindi sono chiaramente più esposti a tutto quello che stiamo vedendo. In altre parole, la sfida non è evitare una scarsità globale di cibo, ma prevenire una crescente diseguaglianza nell'accesso al cibo.
Come fare? La risposta sicuramente sta nel mantenere aperti i mercati, nel sostenere le produzioni locali, nell'investire in particolare sui piccoli e medi agricoltori, sulle catene del valore all'interno delle filiere agricole e alimentari, ridistribuire in maniera più equa anche i profitti e quindi di porsi il tema dell'equità e del sostegno a chi produce di prezzi giusti che riescano a coprire i costi di produzione e quindi regolare se si può in alcuni contesti in maniera più chiara anche i rapporti tra i vari soggetti dei sistemi agricoli alimentari al loro interno, i produttori, i trasformatori e anche che i distributori. Alla fine la sicurezza alimentare si costruisce principalmente nei territori ed è su questo equilibrio che si gioca la stabilità dei sistemi alimentari, in particolare nelle realtà più delicate, più fragili.
Che impatto può avere El Nino in tutto questo? Ricordiamo di cosa stiamo parlando: di un fenomeno atmosferico che si verifica ogni sette anni circa, e che determina un forte riscaldamento della superficie del Pacifico tropicale orientale. Questo fenomeno – che quest’anno pare sarà particolarmente intenso, al punto che è stato definito Super El Nino, genera un massiccio rilascio di calore verso l'atmosfera, con anomalie di diversi gradi Celsius: “Dobbiamo prepararci a un evento di El Niño potenzialmente intenso, che aggraverà la siccità e le forti piogge e aumenterà il rischio di ondate di calore sia sulla terraferma che negli oceani” ha dichiarato il Segretario Generale dell’organizzazione metereologica mondiale. Maurizio Martina parla esplicitamente di “tempesta perfetta”
Può cambiare rapidamente lo scenario in peggio, è un potentissimo fattore di aggravamento, è un vero e proprio moltiplicatore di crisi, direi, in un contesto già fragile con fertilizzanti costosi, input limitati, eventi climatici estremi possono ridurre ulteriormente i raccolti e gli agricoltori si trovano a produrre meno proprio quando il bisogno aumenta. Il rischio è una tempesta perfetta, una combinazione estremamente pericolosa, meno produzione, prezzi più alti, una maggiore instabilità. In questo senso il nino non crea la crisi, ma ne amplifica enormemente l'impatto.
E se tempesta perfetta sarà, lo sarà soprattutto per quei paesi che, a loro volta, rischiano di essere più colpiti dalla crisi dei fertilizzanti. Cioè quei Paesi già di loro soggetti più di altri a eventi climatici estremi, che già di loro hanno un’agricoltura di sussistenza o quasi, scarsamente meccanizzata e molto poco resistente ad agenti esogeni. O allo stesso modo, quei Paesi che dipendono dall’importazione di prodotti agricoli da quei 15 Paesi che producono il 70% del cibo del mondo. Per loro – e avete già capito a che continente faccio riferimento – sarà molto difficile sia mettere assieme un raccolto agricolo degno di questo nome, sia importare cibo da fuori, senza pagarlo tantissimo. Cosa che, qui sì, potrebbe dare origine a carestie. Che a loro volta potrebbero dare origine a tumulti o a vere proprie rivolte. Che a loro volta potrebbero scatenare guerre civili. Parliamo di centinaia di migliaia, se non di milioni di persone alla ricerca di cibo, o in fuga dagli eventi climatici estremi o dalle guerre. E quindi, di una forte pressione migratoria in arrivo sulle coste europee.
I paesi più a rischio sono i paesi che dipendono dalle importazioni, hanno meno margini fiscali per reagire e sono già vulnerabili agli shock climatici. Penso alla all'Africa subsahariana, sicuramente ad aree come il Sahel, il Corno d'Africa, anche il Nord Africa, il Medio Oriente sono fortemente dipendenti dalle importazioni di cereali e di input agricoli, quindi restano molto esposti in generale direi paesi a basso reddito importatori netti di cibo. Che si fa, quindi? Una strada è quella di passare a colture che non richiedano impiego di fertilizzanti, o ne richiedano meno. Soprattutto, che siano in grado di fissare l’azoto da sole, senza aiuti. Al posto di mais e grano, ad esempio, si può coltivare la soia, che può fissare l'azoto in modo naturale, senza uso attraverso processi biologici. Molti agricoltori stanno già riallocando terreni da colture ad alta intensità di azoto, come mais e grano, alla soia. I dati di mercato confermano che questa tendenza è già in atto, con prezzi dei prodotti derivati dalla soia in aumento rispetto a quelli dei cereali. Una seconda possibilità, ovviamente, è lavorare per aumentare i livelli di sovranità e autosufficienza alimentare nel mondo. E una soluzione c’è: si chiama agricoltura rigenerativa. In pratica un’agricoltura che non sfrutta ogni millimetro di terreno e non cerca di massimizzare a ogni costo le rese di ogni singolo pezzo di terra. Ma è un’agricoltura che prevede la riduzione dell'aratura, la rotazione delle colture, la promozione della biodiversità, la semina di colture di copertura per prevenire l'erosione e fornire nutrienti al suolo. E l'integrazione del bestiame per consentire la fertilizzazione naturale del suolo.
Se vi sembra una cosa da utopisti, sappiate che sta già accadendo. A oggi l’agricoltura rigenerativa copre il 15% dei terreni coltivabili mondiali e sta crescendo del 18,7% all'anno. Il motivo è un po’ quello che ha spinto la crescita delle energie rinnovabili. Perché le imprese si sono rese conto di anno in anno che un mondo che si nutre dipendendo da 15 paesi non è più sostenibile. Che un’agricoltura che dipende dagli idrocarburi non è più sostenibile. Che rotte commerciali in cui ciclicamente si crea un collo di bottiglia – oggi Hormuz, ieri Panama o Suez, domani chissà – non è più sostenibile. Che un’agricoltura che impoverisce il suolo in un mondo di temperature estreme ed eventi climatici estremi non è più sostenibile.
È un po’ come con le rinnovabili, insomma. Ma davvero sarà possibile una rivoluzione globale nella produzione di prodotti agricoli e cibo, nel suo complesso? O l’agricoltura rigenerativa rimarrà sempre una percentuale minoritaria e residuale? Secondo Maurizio Martina questa è un’occasione enorme. E la politica può dare una grande mano, se volesse.
Io direi che questa crisi ci ha dimostrato quanto i nostri sistemi agricoli e alimentari siano fortemente interdipendenti e vulnerabili. Possiamo trasformarla sicuramente in un punto di svolta se sapremo riequilibrare questi sistemi, se sapremo utilizzare meglio i fertilizzanti, se sapremo sviluppare delle alternative forti, se sapremo rafforzare la produzione locale a rendere i sistemi agricoli più giusti, più resilienti, meno vulnerabili. Questa transizione dal mio punto di vista non può avvenire da un giorno all'altro, ha bisogno di essere accompagnata, in particolare verso quei soggetti deboli che rischiano di viverla come un problema e non come un'opportunità. Penso anche a tanti soggetti cruciali nella trasformazione dei sistemi agricoli e alimentari, in particolare agli agricoltori, naturalmente, che devono essere aiutati nell'investire in questa transizione, nel garantire che questa transizione non riduca la produzione nel breve periodo, ma che, appunto, la si possa sviluppare meglio in maniera più più giusta, più equa, più più resiliente, più sostenibile. E la crisi dei fertilizzanti è un chiaro campanello d'allarme. Oggi cerchiamo di gestire l'emergenza, ma domani dobbiamo assolutamente cambiare il modello.
Avete capito? La chiave è cambiare modello. Sebbene, come diceva Mark Fisher, ormai per noi “è più facile immaginare la fine del mondo, anziché la fine del capitalismo”.