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Era l’alba quando i Pasdaran, i Guardiani della Rivoluzione, hanno attaccato e sequestrato due navi cargo nello stretto di Hormuz. Non due navi qualsiasi: delle imbarcazioni che in un modo o nell’altro sono legate a Msc, la Mediterranean Shipping Company, una società con sede a Ginevra, in Svizzera, ma fondata e controllata dall’armatore italiano Gianluigi Aponte e dalla moglie Rafaela Diamant, di origine israeliana. Parliamo del primo operatore mondiale nel trasporto dei container, che muove ogni giorno migliaia e migliaia di tonnellate di merci. Non un piccolo tassello, ma un ingranaggio fondamentale della logistica globale, controllato da una famiglia miliardaria che opera e ha legami a livello internazionale. Msc opera su tutte le rotte commerciali, quindi anche quelle da e per Israele.
Il sequestro di due navi da parte dei Pasdaran
Ragione per la quale Teheran ha anche sostenuto, di una delle due navi prese di mira, che avesse legami con “il regime sionista”. Si tratta della portacontainer Francesca, una nave battente bandiera panamense, ma che opera sotto il controllo di Msc. L’altra è la nave cargo Epaminondas, della compagnia greca Technomar Shipping, battente bandiera liberiana, ma anche lei gestita dalla Msc. Poi ci sarebbe anche una terza nave, di cui la sorte è però più incerta: sarebbe stata colpita, senza però finire nella mani dei Pasdaran. Secondo la Bbc si tratterebbe della nave Euphoria, secondo un’agenzia di stampa iraniana, invece, della nave Evia.
Quanto accaduto ha un significato preciso. L’Iran vuole ribadire al mondo intero – ma soprattutto agli Stati Uniti, che alcuni giorni fa avevano intercettato e posto sotto sequestro una nave iraniana, la nave Touska – che ha ancora il potere di controllare il traffico in quella rotta. La marina iraniana ha il potere, come ha fatto nelle ultime ore, di avvicinarsi a delle navi commerciali, sparare dei colpi sul ponte, danneggiarle, dirottarle e poi sequestrarle. Ma il messaggio iraniano non si ferma a una dimostrazione di forza. C’è dell’altro: Teheran vuole anche dire al resto del mondo che mentre l’economia globale soffre, quella iraniana si arricchisce. Oggi degli esponenti del parlamento iraniano, tra cui anche il vicepresidente Babaei, hanno annunciato che le casse di Teheran hanno incassato i primi introiti derivati dai pedaggi per il passaggio attraverso lo stretto, già depositati presso la Banca Centrale.
La chiusura dello stretto di Hormuz e l'economia
Chiaramente è un annuncio difficile da verificare: i funzionari iraniani non hanno né detto a quanto ammonterebbe la somma incassata, né da chi sarebbe stata versata. Prima del cessate il fuoco l’Iran aveva specificato che avrebbe limitato il passaggio o a navi battente una bandiera amica – e, ad esempio, sappiamo che alcune petroliere cinesi hanno sempre continuato a transitare indisturbate – oppure che avrebbe applicato un pedaggio. Ma nessuno, finora, ha mai confermato di aver pagato: anzi, lo scorso marzo la stessa ambasciata iraniana in India aveva smentito la versione per cui sarebbe stato applicato un pedaggio di due milioni di dollari a ogni imbarcazione di passaggio. In tutto ciò Donald Trump non solo ha imposto il blocco navale a tutte le navi provenienti o dirette verso porti iraniani, ma ha anche dato istruzioni alla marina militare statunitense di intercettare e fermare tutte quelle colpevoli di aver pagato un pedaggio all’Iran.
Il presidente statunitense nelle ultime ore si è anche detto convinto di come l’economia iraniana stia soffrendo a causa della guerra. Secondo Trump starebbe perdendo 500 milioni di dollari ogni giorno. Ma come è difficile verificare gli annunci degli Ayatollah, così è complesso capire quanto vadano prese sul serio le dichiarazioni di Trump, spesso infondate o gonfiate. La realtà misurabile è quella dell’economia mondiale in gigantesca difficoltà a causa della crisi scoppiata con la guerra nel Golfo. Bastano sempre pochi numeri per dare un’idea della gravità delle cose: il Brent tornato sopra i 100 dollari a barile.
L'allarme povertà
O ancora, oggi dalle Nazioni Unite è arrivato un altro allarme. Lo stretto di Hormuz non è solo una delle principali rotte mondiali per i carburanti: è anche una via preferenziale del commercio di fertilizzanti. E per l’ONU le ripercussioni della guerra in Iran porteranno oltre 30 milioni di persone a cadere in povertà. Il capo del Programma di sviluppo delle Nazioni Unite, Alexander De Croo, ha spiegato che la carenza di fertilizzanti ha già ridotto la produttività agricola, cosa che chiaramente si riflette sui raccolti. E, di conseguenza, sui livelli di insicurezza alimentare.
Non sono solo le economie più vulnerabili a soffrire duramente gli effetti della crisi. Anche le economie europee fanno fatica. Italia compresa. Ieri il governo ha approvato il Documento di finanza pubblica per il 2026, nello stesso giorno in cui l’Eurostat ha messo nero su bianco che il rapporto tra deficit e Pil italiano quest’anno sarà sopra il 3%, cioè sopra quel paletto messo dall’Unione europea. Cosa che, quindi, esclude automaticamente la possibilità che l’Italia possa uscire dalla procedura d’infrazione europea per disavanzo eccessivo. Il ministro dell’Economia, il leghista Giancarlo Giorgetti, quando è andato in conferenza stampa dopo l’approvazione di questo Documento ha ammesso che il governo abbia approvato un quadro diverso dagli anni passati, che fotografa l’andamento economico attuale. In altre parole, che fotografa la crisi.
Cosa fa l'Italia
C’è un passaggio interessante del Documento, sempre a firma Giorgetti, che spiega meglio la situazione:
Il contagio è per il momento limitato agli indicatori finanziari e di percezione e non si è ancora propagato all’economia reale. Tuttavia, vi sono molteplici canali di trasmissione ed è al momento difficile predire con esattezza quali di questi si attiveranno e con quale intensità, non solo perché non è chiaro quanto si protrarrà il conflitto in atto, e in particolare quanto a lungo lo Stretto di Hormuz resterà totalmente o parzialmente chiuso, ma anche perché non è possibile stabilire la durata e l’entità degli impatti economici delle strozzature dell’offerta che si sono già verificate. (…) In ogni caso, appare chiaro che il quadro di riferimento risulta in peggioramento rispetto allo scorso autunno, in conseguenza di elementi che operano in senso stagflativo: per tale motivo, la crescita economica è stata rivista al ribasso in ciascun anno fino al 2028, mentre l’inflazione è stata rivista al rialzo per quest’anno e per il prossimo.
Insomma, le cose non stanno andando affatto bene e non abbiamo idea di quanto ancora potrebbe essere così la situazione. Sicuramente, ancora a lungo. Perchè anche nella migliore delle ipotesi, anche ipotizzando che la guerra finisca domani, il Pentagono ha già messo in chiaro che per sminare lo stretto di Hormuz ci potrebbero volere fino a sei mesi.
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