Trump sospende il Project Freedom in tempo record: il flop della missione a Hormuz

È un paradosso quasi letterario il modo in cui la Casa Bianca sta gestendo ormai da mesi le acque agitate del Golfo Persico: la velocità con cui un'operazione militare viene annunciata, esaltata e infine congelata supera sistematicamente il tempo necessario agli analisti per spiegarne l'inevitabile inefficacia. Stavolta è toccato al Project Freedom, l'ambiziosa iniziativa statunitense nata per "liberare" le centinaia di navi commerciali intrappolate nello Stretto di Hormuz dai miasmi del conflitto tra Washington e Teheran. Una missione che, nelle intenzioni, avrebbe dovuto "riportare l'ordine" nel collo di bottiglia più strategico del mondo e che invece, a meno di quarantott'ore dal via, è già stata chiusa in un cassetto, in attesa di tempi migliori o di una diplomazia meno umorale.
La retorica del "favore al mondo" contro la realtà del Pentagono e il miraggio di una scorta senza navi
Il peccato originale di Project Freedom risiedeva tutto in una distanza siderale tra la promessa politica e la fattibilità militare. Mentre Donald Trump e il Segretario di Stato Marco Rubio dipingevano l'operazione come un "favore a tutto il mondo", un atto di forza benevola per spezzare il blocco iraniano, i dettagli tecnici filtrati dal Pentagono rivelavano nel frattempo una realtà ben più modesta e, per certi versi, velleitaria.
Non c'era, infatti, alcuna intenzione di schierare i cacciatorpediniere della Marina in una scorta ravvicinata (un atto che avrebbe trasformato il Golfo in una polveriera definitiva e impegnato risorse immense in un confronto diretto con i Pasdaran). Gli Stati Uniti si sarebbero invece limitati a fornire una sorta di "consulenza remota": indicare alle imbarcazioni i corridoi di navigazione ritenuti più sicuri e coordinarsi via radio con assicuratori e armatori. In pratica, Washington offriva un "Waze" per zone di guerra, una sorta di servizio di consulenza "stradale" per navigare, sperando che i capitani delle petroliere si accontentassero di un suggerimento digitale mentre le mine magnetiche e i droni iraniani continuavano a pattugliare le acque. Di fatto, il rischio materiale restava interamente sulle spalle delle compagnie private, sprovviste della protezione fisica di una scorta armata ma "guidate" dalla voce degli Stati Uniti.
Il "colpo di scena" su Truth
Ma la vera "sorpresa" non è tanto l'inefficacia del piano, quanto la sua improvvisa eclissi. Proprio mentre le redazioni di mezzo mondo cercavano di mettere in fila i motivi per cui una missione simile non avrebbe mai convinto i colossi del trasporto marittimo a rischiare i propri scafi, infatti, il Tycoon ha giocato d'anticipo, scompigliando nuovamente le carte. Citando i progressi "formidabili" ottenuti con la forza militare e la pressione diplomatica di paesi come il Pakistan, Trump ha annunciato che Project Freedom è, di fatti, sospeso. Una pausa "breve", la definisce lui, necessaria per capire se il regime di Teheran sia davvero pronto a firmare quell'accordo "completo e definitivo" che la Casa Bianca insegue da settimane.
L'impatto sui mercati e lo stato della mobilitazione
Nel fratempo l'annuncio della sospensione ha immediatamente fatto sobbalzare i mercati, con i futures azionari che hanno reagito con un timido ottimismo alla speranza di un cessate il fuoco. L'atmosfera sul campo resta però profondamente elettrica: se da un lato Rubio rassicura che gli Stati Uniti non spareranno "se non per primi", dall'altro il Centcom, cioè il Comando Centrale degli Stati Uniti che supervisiona tutte le operazioni militari in quello che noi chiamiamo Medio Oriente e in Asia Centrale, aveva già mobilitato 15mila uomini e oltre cento aerei a supporto di una missione che ora fluttua nel limbo.
Sullo sfondo, lo Stretto di Hormuz resta ancora un cimitero di navi immobili e marinai in attesa, dove il 20% del petrolio mondiale resta ostaggio di una partita a scacchi giocata a colpi di post sui social media.