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Il Project Freedom di Trump e i tentativi di Rubio di ricucire con il Vaticano e Roma: la caotica diplomazia USA

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Gli attacchi di Donald Trump a Papa Leone XIV non sono piaciuti a gran parte del suo elettorato, conservatore e profondamente cattolico. Ovviamente il presidente statunitense non ha alcuna intenzione di fare marcia indietro sulle sue dichiarazioni, l’ego non glielo permetterebbe, e così tocca al segretario di Stato Marco Rubio provare a ricucire. Per il governo Meloni questa è l’occasione perfetta per mettere una pezza anche all’altro strappo, quello che c’è stato con la presidente del Consiglio dopo il caso Sigonella e dopo le critiche sulla guerra in Iran. Da quando Trump ha fatto quelle sfuriate, dicendo di essere rimasto deluso da Meloni e minacciando di ritirare le truppe statunitensi dalle basi italiane, non ci sono stati contatti diretti tra Palazzo Chigi e la Casa Bianca. Nel senso che Meloni e Trump non si sono parlati. Ma le rispettive amministrazioni, invece, hanno lavorato.

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Rubio dal Papa, Meloni prova a ricucire

E così quando è arrivata la notizia che a un anno dall’insediamento del Pontefice, Rubio sarebbe venuto in Vaticano a fargli visita, Antonio Tajani si è subito attivato per fissare degli incontri. L’appuntamento dovrebbe essere per l’8 maggio a un pranzo a Villa Madama a cui sarà presente anche Guido Crosetto. Quindi i ministri di Esteri e Difesa. E in agenda ci saranno discussioni sullo stretto di Hormuz, sui negoziati di pace (non solo con l’Iran, ma anche tra Israele e Libano) e poi in generale sui rapporti bilaterali tra l’Italia e gli Stati Uniti.

Anche nei giorni di tensioni con Trump, Meloni aveva sempre ribadito che l’alleanza con Washington rimane salda, che gli amici rimangono tali anche quando non si è d’accordo. Per cui un bilaterale con Rubio sarebbe coerente con la sua posizione, al di là degli attacchi di Trump. Dopo essere stata accusata di servilismo dalle opposizioni, però, la presidente del Consiglio non ha intenzione di fare il primo passo e starebbe aspettando un invito formale dal segretario di Stato. E nel frattempo continua a fare sponda con gli europei, che – al di là dei suoi progetti iniziali, cioè di essere il canale privilegiato con gli Stati Uniti e, al tempo stesso, la più indipendente dalle dinamiche europee a traino francese e britannico – si sono comunque rivelati i più affidabili.

L'assist di Trump a Salvini

La diplomazia che stiamo vedendo in queste ore è un affare delicato. Sicuramente Trump con le sue uscite non aiuta. E non aiuta nemmeno Matteo Salvini, a cui il presidente statunitense nelle ultime ore ha offerto un incredibile assist per riproporsi come vero volto sovranista in Italia. Tra i vari post su Truth, Trump infatti ha anche ricondiviso un’intervista del leader leghista a Breitbart, sito di estrema destra, caro al mondo MAGA. Un’intervista rilasciata in realtà a febbraio, quindi prima delle uscite trumpiane contro Meloni, che però è stata pubblicata solo ora. E che prende come titolo un virgolettato di Salvini, per cui il coraggio di Trump nel porre delle fondamenta culturali sta salvando l’Occidente.

Ora che Meloni non è più nelle grazie del presidente statunitense, viene da chiedersi se Salvini non stia cercando di colmare quel vuoto. Oggi il vicepremier si è limitato a commentare sottolineando di aver fatto quell’intervista mesi fa, durante le Olimpiadi invernali, ma che “se il presidente della più grande democrazia al mondo rilancia delle tue riflessioni e delle tue proposte, sicuramente fa piacere”. Nel merito dello scenario geopolitico, Salvini ha solo detto che maggio è il mese della Madonna e che quindi si aspetta che porti un po’ di buon senso e di spirito di pace sia in Ucraina che in Iran. E poi ha concluso confermando di non avere in programma incontri con Rubio, almeno al momento.

Il Project Freedom nello stretto di Hormuz

Tra gli impegni di questi giorni del segretario di Stato non ci sono solo i tentativi di riappacificazione a Roma e in Vaticano. C’è anche da gestire una questione molto più urgente: il ping pong di piani di pace con l’Iran. Ormai ne sono stati proposti e rifiutati diversi, da entrambe le parti, e c’è sempre un divario (più o meno esplicito) tra quello che accade dietro le quinte dei negoziati, nel segreto della mediazione, e gli annunci ufficiali. Sappiamo che si continua a trattare per trovare un punto di caduta, anche se le posizioni rimangono distanti: nello specifico gli iraniani puntano a risolvere la crisi nello stretto di Hormuz senza mettere sul tavolo anche la questione del programma nucleare, mentre per gli Stati Uniti questo rimane il fulcro di qualsiasi accordo. Ma le dichiarazioni ufficiali portano l’escalation – con il ritorno alle bombe e i missili – perennemente dietro l’angolo.

L’ultima è quella sul Project Freedom, che dovrebbe cominciare proprio oggi. Un altro degli annunci di Trump su Truth, questa volta su un piano per liberare le navi cargo bloccate nello stretto di Hormuz. Un piano umanitario, così almeno è stato definito, che però potrebbe assumere tutt’altra connotazione se verrà ostacolato. E non è chiaro se alcuni scontri siano già avvenuti. Gli Ayatollah hanno infatti rivendicato di aver lanciato dei missili contro una fregata statunitense, in modo da impedirle l’ingresso nello stretto di Hormuz. Hanno detto di averla colpita con almeno due missili vicino all’isola di Jask, dopo che questa aveva ignorato gli avvertimenti della Marina iraniana di non avanzare.

Ma un funzionario statunitense ha smentito il tutto al sito Axios, negando che una fregata sia stata colpita. Al tempo stesso questo funzionario ha però spiegato che le regole di ingaggio delle forze armate in quella regione sono cambiate e che ora c’è l'autorizzazione ad attaccare le minacce immediate contro le navi che attraversano lo stretto. Parole a cui hanno subito fatto eco le minacce iraniane, avvertendo che se i Marines cercheranno di avvicinarsi allo stretto saranno subito attaccati. Insomma, non solo un ping pong di piani di pace. Ma anche di minacce

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