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“In questi anni abbiamo raggiunto il record di numero di occupati, il tasso di occupazione femminile non è mai stato così alto, la disoccupazione – sia giovanile sia generale – è ai minimi da sempre. In sostanza è aumentato il lavoro stabile e diminuita la precarietà”. Parola di Giorgia Meloni. Parole pronunciate durante la conferenza stampa di alcuni giorni fa, dopo l’approvazione del decreto Lavoro. La presidente del Consiglio prima di presentare le misure ha fatto un po’ il quadro della situazione e, come già accaduto, ha rivendicato numeri record per quanto riguarda l’occupazione.
Le rivendicazioni di Meloni sul lavoro
Ha detto che è cresciuta la percentuale del lavoro full time, mentre scendono i contratti part time. Che da quando c’è lei al governo ci sono oltre un milione di occupati in più e oltre mezzo milione di precari in meno. Specifiche, queste, che sembrano indirizzate ai critici delle sue millantazioni sul mercato del lavoro. Perché ogni volta che Meloni rivendica nuovi primati per quanto riguarda l’occupazione c’è sempre chi le fa notare che però ad aumentare sono i contratti precari e che comunque il nostro Paese rimane fanalino di coda per quanto riguarda il mercato del lavoro.
Ma al di là del quadro occupazionale, che misure contiene questo decreto? Sostanzialmente non ci sono troppe novità, per quanto riguarda i provvedimenti in sé. Quello che ha fatto il governo è stato stanziare un miliardo di euro per prorogare l’universo di incentivi e agevolazioni per le imprese che assumono le categorie più vulnerabili, come donne e giovani, oppure in zone più difficili, come nel Mezzogiorno.
Il salario giusto e il nuovo decreto
Più nello specifico: vengono prorogati dei bonus sulle assunzioni di giovani, donne e nell’area Zes (la zona economica speciale), ma – e qui sta la vera novità – a poterne usufruire saranno solo le imprese che riconoscono ai loro lavoratori un salario giusto. Questa cifra non è stabilita nel decreto. Viene identificata di volta in volta attraverso i contratti collettivi, quelli più rappresentativi. In altre parole: possono beneficiare dei bonus e delle agevolazioni che sono state prorogare solo quelle imprese che applicano i contratti collettivi più rappresentativi, dove le cifre concordate con le sigle sindacali sono più elevate. Più giuste.
Meloni in conferenza stampa ci ha tenuto a specificare che il salario giusto sia ben diverso dal salario minimo. In primis perché non riguarda solo la cifra corrisposta all’ora – la soglia dei famosi 9 euro lordi l’ora – ma il salario nel suo complesso. E ha ripetuto la sua contrarietà al salario minimo per legge, che secondo la premier rischia di rivedere a ribasso i diritti dei lavoratori, non fissando una soglia di garanzia, ma legittimando una cifra alla quale i datori di lavoro possono ripiegare. Per il governo la strada è quella di puntare sui contratti collettivi e il salario giusto va in quella direzione.
I dati Istat
Nel pacchetto del 1 maggio ci sono poi ancora norme per contrastare il caporalato digitale, più tutele ai rider e anche delle novità per quanto riguarda i contratti collettivi. Si stabilisce, cioè, che se il rinnovo non avviene entro un anno dalla scadenza del contratto, allora scattano degli adeguamenti alla retribuzione, tenendo conto dell’inflazione. Tutto questo, prendendo sempre in prestito le parole di Giorgia Meloni in conferenza stampa, renderebbe ancora di più l’Italia “una Repubblica fondata sul lavoro”.
Però c’è sempre un quadro più ampio da prendere in esame. Perché i dati decontestualizzati possono essere fuorvianti. Ad esempio, gli ultimi dati disponibili dell’Istat, quelli di febbraio 2026 dicono che il numero di occupati in Italia (pari a poco più di 24 milioni) è leggermente in calo rispetto al mese precedente, con un tasso di disoccupazione in crescita al 5,3% e quello di inattività sostanzialmente stabile. Ma appunto, i numeri mensili raccontano ben poco, se presi senza un contesto di riferimento. Andando a guardare il contesto trimestrale potremmo giungere a conclusioni diverse: sempre l’ultimo aggiornamento dell’Istat ci dice infatti che rispetto al trimestre precedente (quello tra settembre e novembre 2025) gli occupati sono in crescita.
Il contesto europeo
Bisogna sempre allargare lo sguardo, cercare il contesto in cui inserire questi dati. Se andiamo a guardare la banca dati dell’Eurostat vedremo che nel 2025 il tasso di occupazione è cresciuto in Italia, ma il nostro Paese rimane fanalino di coda in Europa. E a pesare è soprattutto la scarsissima partecipazione femminile al mercato del lavoro. Nel nostro Paese, tra i 15 e i 64 anni, lavora poco più di una donna su due, il 53,8%, mentre la media europea si alza al 66,6%. E questi sono dati che continuano a pesare come macigni sul nostro Paese. Sulla nostra società, sulla nostra cultura, e pure sulla nostra economia.
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