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Falle nel sistema di sicurezza, reazioni strane e dichiarazioni sospette: sui social è partita la caccia a tutti quegli elementi che potrebbero supportare la tesi per cui l’attentato alla cena dei corrispondenti della Casa Bianca non sia stato altro che una gigantesca messinscena. E post dopo post, si sono formate e consolidate vere e proprie teorie del complotto e interpretazioni cospirazioniste. Ovviamente nulla di fondato in elementi oggettivi, nulla di vagliato da fonti ufficiali. Ma tanto basta per mettere una pulce nell’orecchio dell’opinione pubblica e innescare reazioni a catena che gridano alla congiura. Non sono fenomeni nuovi, lo stesso Trump ha cavalcato quest’onda di populismi, congetture e fake news per anni. Solo che ora gli si sta ritorcendo contro.
Quello che sappiamo è che mentre l’hotel Washington Hilton ospitava la tradizionale cena dei corrispondenti della Casa Bianca – a cui partecipavano Donald Trump, Melania Trump, JD Vance, il capo del Pentagono, il segretario di Stato e molti altri esponenti dell’attuale amministrazione – si sono sentiti degli spari. Appena fuori dal salone dove era in corso la cerimonia un uomo di 31 anni, Cole Tomas Allen, aveva aperto il fuoco contro gli agenti, ferendone uno. È stato subito fermato e arrestato. E poco dopo è emerso un manifesto anti-trumpiano, che aveva inviato ai familiari poco prima di aprire il fuoco, in cui si definiva un “assassino federale e gentile”. Nessuno è rimasto ucciso, ma quella del Washington Hilton – lo stesso dove nel 1981 Ronald Reagan subì un tentativo di ucciderlo – avrebbe potuto essere una strage.
Cosa ha innescato le teorie cospirazioniste
Alcuni elementi sono effettivamente strani. E i cospirazionisti li stanno mettendo in fila, uno dopo l’altro (aggiungendo anche delle vere e proprie rivisitazioni della normalità, per suggerire che sia stato tutto orchestrato. Una messinscena per distogliere l’attenzione dell’opinione pubblica dai veri problemi di Trump e dai suoi consensi in caduta libera. In primis ci sono le falle nel sistema di sicurezza: come è possibile che l’attentatore abbia viaggiato trasportando tutte quelle armi (un fucile, una pistola e diversi coltelli) soggiornando lui stesso all’hotel Hilton, dove era in programma una cena di gala con il presidente degli Stati Uniti e mezza Casa Bianca? Un presidente, lo ricordiamo, che nell’estate del 2024 (quando era in campagna elettorale, non era ancora stato eletto) era già sopravvissuto a un attentato dopo il quale erano emersi diversi problemi di sicurezza. Che a quanto pare non sono stati del tutto risolti.
Oltre alla dinamica, i complottisti online hanno sottolineato però altri elementi “sospetti”. Ad esempio il fatto che, come si vede da un video, non appena si sentono gli spari JD Vance viene scortato immediatamente fuori, al riparo, mentre Trump rimane al tavolo con Melania e un mentalista che stava facendo il suo numero. Solo dopo gli agenti della sicurezza corrono verso di lui. Ma c’è anche una foto del segretario della guerra, Pete Hegseth, immortalato mentre se la ride circondato dal caos: immagine che ha scatenato varie teorie cospirazioniste. Per non parlare della profezia involontaria della portavoce della Casa Bianca, Karole Leavitt, che prima della cena aveva detto, intendendo che il discorso di Trump sarebbe stato tagliente, “shots will be fired tonight”. Letteralmente significa “verranno sparati dei colpi questa sera”, ma c’è un significato allegorico, appunto quello per cui sarebbe stata una serata scoppiettante, cosa non difficile da credere visti i rapporti di Trump con la stampa.
L’attenzione dei complottisti si è fissata anche su Kash Patel, il direttore dell’FBI, rimasto impassibile mentre le persone corrono e urlano attorno a lui. O su un altro uomo che continua a mangiare come nulla fosse mentre tanti altri ospiti si buttano sotto i tavoli. O, infine, su Erika Kirk, vedova di Charlie Kirk, mostrata in un video mentre viene accompagnata fuori in lacrime, una reazione giudicata troppo teatrale per non destare sospetti.
I problemi di Trump
Il punto dei cospirazionisti, diventato presto virale, è che si sarebbe trattato di una gigantesca messinscena per distogliere l’attenzione pubblica dai guai di Trump, che gli stanno costando caro nei consensi. In primis ovviamente la guerra in Iran. Una guerra che rischia di far tracollare l’economia mondiale. Una guerra che Trump ha iniziato e che non sa come finire. Proprio oggi il presidente ha convocato una riunione nella situation room della Casa Bianca, per capire come affrontare i negoziati e lo stallo attuale. Nelle ultime settimane Trump ha provato a superare la stagnazione con le minacce e le prove di forza, tra cui il blocco navale allo stretto di Hormuz, già bloccato dagli iraniani. Ma la situazione si è solo aggravata, senza alcuno spiraglio di risoluzione. Trump oggi ha anche detto che se vogliono gli Ayatollah possono sempre alzare il telefono e chiamare la controparte statunitense, ma che non c’è motivo di incontrarsi se non mettono da parte il loro programma nucleare.
In realtà Teheran sta cercando di fare esattamente quello. Di togliere di mezzo la questione del nucleare e trovare intanto una soluzione per il blocco dello stretto. Axios, che è un sito statunitense fondato da vecchi giornalisti di Politico, molto specializzato sui retroscena di questo tipo, oggi ha raccontato che gli Ayatollah avrebbero proposto di negoziare prima per la riapertura dello stretto di Hormuz e solo in un secondo momento del programma nucleare iraniano. Un fronte complicato, su cui si cerca una soluzione da decenni, ma su cui al momento non c’è nemmeno una quadra tra i vertici del regime iraniano, su come affrontare la questione.
La guerra impossibile con l'Iran
Lo avrebbe confermato ai mediatori pachistani anche Abbas Araghchi, che è il capo delle delegazione iraniana, nonché ministro degli Esteri. E proprio Araghchi oggi era a Mosca, per incontrare Vladimir Putin in persona e incassare il sostegno del presidente russo nelle trattative con Washington. Anche a Putin Araghchi avrebbe ribadito che Teheran è aperta al dialogo, ma che non è possibile portarlo avanti se dall’altra parte arrivano solo minacce e richieste eccessive. Esattamente quelle che riguardano il programma nucleare, ad esempio. Su cui le posizioni rimangono agli antipodi.
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