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C’è una forte contrapposizione nelle immagini che in queste ore arrivano da Cipro. L’isola che era stata colpita da un drone, diretto verso una base britannica, nei primi giorni della guerra in Iran, sta ospitando il Consiglio europeo informale, quel vertice che riunisce i capi di Stato e di governo. Quindi anche Giorgia Meloni. In agenda ci sono diversi temi, ma uno è più urgente degli altri: la chiusura dello stretto di Hormuz, nell’ambito di una guerra tanto folle quanto caotica nel Golfo, che sta innescando una crisi energetica devastante. Nel luogo dove si sono riuniti i leader europei, Aya Napa, una località turistica nella parte a est dell’isola, si vedono gli yacht sullo sfondo. Ma non c’è nulla di lussuoso e patinato in quello di cui si sta discutendo.
Il Consiglio europeo a Cipro
Anche l’Ocse lo ha certificato, mettendolo nero su bianco: la guerra tra Stati Uniti, Israele e Iran, che ha causato un’impennata nei prezzi del carburante e dell’energia, peserà sulla crescita almeno per i prossimi due anni. Almeno, in Italia sarà così secondo l’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico. Meloni a Cipro starebbe cercando un’intesa con Ursula von der Leyen, con la Commissione europea. Perché il piano proposto da Bruxelles per fare fronte a questo nuovo caro energia – quello che prevede aiuti di Stato per i settori più vulnerabili, voucher energetici e taglio delle accise e maggiore coordinamento sulle riserve di gas e petrolio – è un primo passo, ma non basta. O meglio, costa tanto alle casse dello Stato, quindi non ci si può aspettare che tutti i Paesi riescano a mettere in atto proposte di quel tipo.
Meloni ha chiesto espressamente risposte più coraggiose. Ad esempio che possano riguardare il Patto di Stabilità. L’altro giorno è stato certificato che l’Italia quest’anno sforerà il paletto del 3% del rapporto tra deficit e Pil e sarà quindi costretta a ricorrere allo scostamento di bilancio, cioè – in parole povere – si dovrà indebitare per coprire tutte le sue spese. Se le cose non cambieranno in tempi brevi, chiaramente lo Stato dovrà spendere ancora di più per evitare la catastrofe. Quello delle accise sui carburanti è un esempio molto pratico: con la guerra in Iran e la chiusura dello stretto di Hormuz, l’offerta di petrolio si è molto ridotta, facendo aumentare i prezzi. Il governo è intervenuto e ha tagliato le accise in modo che i costi stratosferici non ricadessero troppo sulle tasche dei cittadini. Ma per farlo ha dovuto mettere mano ai conti pubblici, andando a spendere un miliardo di euro da metà marzo ad oggi. È chiaro che questa non può essere una soluzione sostenibile, perché vorrebbe dire indebitarsi ben oltre quello che ci permette Bruxelles.
Meloni chiede aiuto all'UE
Anche per gli aiuti di Stato il discorso è simile e Meloni lo ha sottolineato: è ragionevole, da parte dell’Unione europea, dare il via libera agli aiuti di Stato per quei settori che sono messi più in difficoltà dalla situazione attuale, ma non tutti i Paesi hanno lo stesso margine fiscale. Per dirla in altre parole: la Germania potrà aiutare le imprese tedesche in un modo semplicemente impossibile per un Paese come l’Italia. Insomma il messaggio è chiaro. C’è bisogno che l’Europa si muova unita, in modo uniforme, in modo da non lasciare tutto sulle spalle dei singoli Paesi. Però non sono tutti d’accordo. E a proposito della Germania: il cancelliere Friedrich Merz, proprio durante il summit di Cipro, ha messo in chiaro di essere assolutamente contrario all’idea che l’Europa possa emettere di nuovo del debito comune per affrontare la crisi. Dal punto di vista tedesco, ha detto, la soluzione non è un maggiore indebitamento e l’Europa questa volta dovrà cavarsela con i soldi che ha. Ad esempio stabilendo quali sono le priorità.
Meloni, che avrebbe avuto un incontro tête-à-tête con Merz proprio ieri sera, ha assicurato che ci sia una volontà di venirsi incontro, anche perché le nostre economie sono talmente interconnesse che non è nell’interesse di nessuno che un Paese come l’Italia vada in serie difficoltà. E poi la presidente del Consiglio ha sottolineato un altro punto, forse in qualche modo connesso anche alle priorità di cui parlava il cancelliere tedesco. Per la prima volta Meloni ha fatto un parallelismo tra le spese per l’energia a quelle in Difesa. Per la precisione ha detto: “Bisogna riflettere su un modello per cui anche queste spese non siano conteggiate, come avviene per il Safe sulla Difesa”.
Le spese per l'energia e quelle per le armi
Ovviamente però è complesso scorporare tutte queste spese e fare in modo che non pesino sul bilancio. Quindi forse, tra le righe, Meloni sta considerando l’idea di ridimensionare l’impegno militare in modo da liberare risorse con cui poi affrontare la crisi energetica. Una linea su cui spinge apertamente Matteo Salvini, oltre che alcune voci dall’opposizione, e su cui Meloni finora non ha mai indugiato. Anzi. La presidente del Consiglio ha sempre ribadito l’importanza di investire di più in Difesa in modo da essere completamente liberi e sovrani. Una posizione che poi si sposava bene con le richieste di Donald Trump in ambito Nato. E che si incastrava anche perfettamente con il sostegno all’Ucraina. Non è un caso che questa titubanza emerga ora, quando l’Europa – non più sotto scacco per il veto di Viktor Orban – sta per sbloccare i 90 miliardi di euro di prestiti a Kiev.
E a proposito della guerra in Ucraina. Su una cosa Meloni e Salvini sembrano rimanere in disaccordo. Perché se Meloni anche negli ultimi giorni ha chiuso all’idea di ricominciare a comprare il gas russo – dicendo che la pressione economica rimane la nostra migliore arma contro Vladimir Putin – il leader della Lega invece insiste su questa strada. E dice che piuttosto che chiudere le fabbriche, è meglio tornare a comprare petrolio e gas dalla Russia.
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