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Oggi la fiducia e poi ci sarà tempo fino a venerdì per l’approvazione definitiva alla Camera del decreto Sicurezza, mentre contestualmente si lavora anche a un decreto legge parallelo per correggere una misura che non solo aveva innescato lo scontro con le opposizioni, ma su cui anche la presidenza della repubblica aveva storto il naso. Cioè quella del premio per gli avvocati che assistono i migranti nelle pratiche per il rimpatrio volontario. Un provvedimento che, non a caso, invece era piaciuto moltissimo alla destra più a destra – quella del generale Vannacci, per capirci – che anche in Italia ormai inizia a normalizzare il concetto di “remigrazione”.
Questo ennesimo pacchetto sulla sicurezza, però, non riguarda solo il fronte migratorio. Il decreto era stato approvato dopo alcuni fatti di cronaca che avevano toccato molto l’opinione pubblica: da un lato i disordini che c’erano stati qualche mese fa a Torino, nelle manifestazioni contro lo sgombero del centro sociale Askatasuna (su cui era stato fatto un discorso ben preciso da una certa parte politica, al di là di quelli che erano stati i fatti), e dall’altro lato alcuni episodi violenti tra giovanissimi, come quello del ragazzo accoltellato a scuola. Parliamo di un provvedimento in cui la maggioranza ha inserito norme molto identitarie: da una sorta di scudo penale – che all’inizio era pensato esclusivamente per le forze dell’ordine, battaglia da sempre cara all’elettorato di destra – al fermo preventivo fino a 12 ore nei cortei ritenuti a rischio per la sicurezza pubblica, fino al divieto di vendita di armi da taglio ai minori.
Il caos sul decreto Sicurezza
Questo decreto era stato approvato dal governo circa due mesi fa e il tempo per la sua conversione in legge in Parlamento sta per scadere. Venerdì c’è stata l’approvazione in Senato e le cose si sono complicate quando il testo è passato alla Camera, dove tra l’altro, per la corsa contro il tempo, è stato completamente annacquato il lavoro in commissione. Il problema principale, però, è stato l’intervento di Sergio Mattarella in merito a una norma precisa: quella che introduceva una sorta di compenso economico per gli avvocati che assistono i migranti nelle pratiche di rimpatrio volontario, nel caso in cui questo andasse a buon fine.
In un momento storico in cui diversi partiti di estrema destra, sdoganati in Europa come forze di governo, parlano di remigrazione, è abbastanza chiaro l’intento di una norma di questo tipo. Quello della remigration non è un concetto che nasce oggi, ma negli ultimi anni è sicuramente tornato a occupare pezzi importanti di dibattito pubblico. Lo abbiamo visto in Germania con Alternative fur Dutschland, ma anche in Francia e in Austria, dove questa parola è stata usata per mascherare veri e propri piani di deportazione. E anche in Italia è ormai sdoganata, con tanto di manifestazioni e summit ad hoc.
L'intervento di Mattarella
Tornando al decreto sicurezza, dopo l’approvazione in Senato Sergio Mattarella ha convocato al Quirinale Alfredo Mantovano, che è il sottosegretario alla presidenza del Consiglio, per sottolineare alcuni aspetti problematici del provvedimento. Non è la prima volta che il capo dello Stato dice la sua su questo decreto: era anche intervenuto sulla versione approvata dal governo, ma in quel testo non c’era ancora la misura finita nel mirino del Colle ora. Cioè il premio per gli avvocati che riescono a far rimpatriare volontariamente i migranti. Una precisazione: le politiche migratorie italiane oggi prevedono che lo Stato fornisca assistenza economica e burocratica a quei migranti che decidono di tornare volontariamente nel loro Paese. Però non prevedono bonus di alcun tipo per gli avvocati che spingano per questa soluzione. E infatti anche la categoria ha espresso i suoi dubbi, perché una norma di questo tipo rischia di entrare in contrasto con l’indipendenza e l'autonomia della professione, andando a creare delle pressioni sugli avvocati ad agire in una direzione ben precisa.
L'exist strategy della maggioranza
Insomma, la maggioranza deve rimettere mano a questa norma, che però è già stata approvata in Senato e su cui non solo le opposizioni stanno facendo ostruzionismo, ma sappiamo esserci una buona dose di scetticismo anche in alcuni ambienti del centrodestra. E per tutte queste ragioni diventa complesso intervenire con un emendamento o rivedendo comunque il testo. Quindi cosa sta facendo il governo? Sta lavorando a un decreto parallelo, correttivo, che sarà presentato contemporaneamente all’approvazione di questo, attesa per venerdì a Montecitorio, e che di fatto cambia la misura estendendo a tutti gli avvocati (ma anche ai mediatori e alle associazioni che supportano i migranti nelle pratiche) il contributo economico. Un bonus che arriverà sia che alla fine la procedura vada a buon fine e che il migrante parta, sia che finisca tutto in un nulla di fatto e la persona in questione rimanga in Italia.
In questo modo il governo conta di superare i dubbi del presidente della Repubblica. Ma così facendo si pone un altro problema, che è quello delle coperture. Perché chiaramente si tratterebbe di cifre molto diverse da quelle pensate in partenza. E non è possibile far passare una norma se non si sono trovati prima i soldi per metterla in pratica. Il ministero dell’Economia è quindi al lavoro e ha le ore contate per trovare una soluzione. Forse sarebbe stato più semplice stralciare del tutto la norma, ma Giorgia Meloni in persona ha detto che non ne ha alcuna intenzione. Per la presidente del Consiglio non solo non c’è stato alcun pasticcio su questo decreto, ma la norma sugli avvocati resta perché è una norma di buon senso. Parole sue.
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