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Due cacciamine italiane potrebbero essere mandate nello stretto di Hormuz: ma serve un cessate il fuoco permanente

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Sono passati diversi giorni da quando gli Stati Uniti hanno annunciato il blocco navale dello stretto di Hormuz, già bloccato dall’Iran. Ma per giorni in realtà diverse navi sanzionate da Washington – quelle accusate di trasportare petrolio russo o iraniano – hanno continuato a navigare indisturbate. E poi, proprio mentre c’erano segnali di apertura, di una possibilità di ripresa dei negoziati, la Marina statunitense ha intercettato e sequestrato una nave cargo iraniana: la nave Touska. Dal 13 al 20 aprile, per un’intera settimana, il blocco navale di Washington è rimasto inefficace, non ha colpito alcuna imbarcazione, nonostante i sistemi di monitoraggio mostrassero in maniera pressoché costante delle navi sanzionate transitare lungo lo stretto con il benestare di Teheran. Ma alle prime ore dell’alba il comando centrale statunitense ha intercettato questa nave container che si stava dirigendo verso il porto iraniano di Banda Abbas, ne ha colpito il motore e l’ha sequestrata.

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Il sequestro della nave iraniana

Il blocco statunitense riguarda tutte le navi in partenza o dirette verso i porti iraniani ed è un tentativo di mettere in ginocchio l’economia del Paese, che da quando si è assicurato il controllo dello stretto e l’ha chiuso alla libera navigazione non ha fatto che arricchirsi con l’export del petrolio, mentre i prezzi schizzavano alle stelle per il resto del mondo. Secondo Al Jazeera, Teheran avrebbe fruttato circa cinque miliardi di dollari nell’ultimo mese, un capitale che poi va a sostenere le rappresaglie e i bombardamenti nel Golfo.

Subito dopo la cattura della Touska, oltre alle promesse di ritorsioni, il regime degli Ayatollah ha sospeso anche le trattative per sedersi al tavolo dei negoziati nella capitale pakistana, Islamabad. I mediatori stavano cercando di mettere in piedi un nuovo round di colloqui martedì e i negoziatori statunitensi – l’inviato speciale Steve Witkoff e il genero di Trump Jared Kushner – sarebbero diretti in Pakistan. Ma ora Teheran non sembra più avere intenzione a partecipare. Gli Ayatollah dicono di non voler negoziare a tutti i costi, accettando qualsiasi azione della controparte. Se arriveranno nel frattempo dei segnali positivi, Teheran potrebbe anche rivalutare e inviare una delegazione, ma ad oggi questi non sembrano all’orizzonte. Al contrario, la situazione sembra sempre più sull’orlo di un precipizio. L’Iran non si fida, dice che gli Stati Uniti non sono davvero intenzionati a un percorso diplomatico e le violazioni del cessate il fuoco e della tregua ne sono la prova.

Il braccio di ferro con Trump

Trump da parte sua alza il tiro, gioca a braccio di ferro. Sul suo social, Truth, ha detto che la Casa Bianca ha offerto un accordo molto ragionevole e che all’Iran converrebbe accettarlo, altrimenti gli Stati Uniti inizieranno a radere al suolo qualsiasi centrale nucleare e tutti i ponti del Paese. La stessa minaccia che aveva lanciato alcune settimane fa, quando prometteva di cancellare dalla faccia della terra un’intera civiltà in una notte, e che poi aveva portato a dei negoziati durati appena un giorno. Da un lato potremmo essere davanti all’ennesimo tentativo di Trump di alzare la posta in gioco: quindi aumentare il livello della tensione, convincere la controparte di essere con le spalle al muro e portarla così ad accettare un accordo decisamente poco vantaggioso per lei. Dall’altro però ormai appare sempre più chiaro di come questa guerra sia ad un vicolo cieco, di come un accordo tra Stati Uniti e Iran sia complesso.

Anche perché non c’è solo Trump ad alzare il tiro. Anche Teheran sta mettendo in chiaro di voler dettare le regole del gioco. E non fa altro che smentire la retorica trionfalistica della Casa Bianca. Ad esempio, gli Ayatollah hanno messo in chiaro che il trasferimento dell’uranio arricchito al di fuori del Paese – condizione che, almeno a livello mediatico, hanno imposto gli Stati Uniti –  non sia mai stato sul tavolo dei negoziati, né ci sarà mai.

I tentativi di riaprire lo stretto di Hormuz

Questa guerra è ad un vicolo cieco e le prospettive di un conflitto lungo e logorante sono drammatiche non solo per le regioni interessante, ma per l’economia globale. Ragion per cui diversi attori terzi, che inizialmente non volevano avere nulla a che fare con questo caos innescato da Trump, ora si stanno attivando nel tentativo di trovare delle soluzioni. Il presidente cinese Xi Jinping, ad esempio, ha chiamato il principe ereditario saudita, Mohammed Bin Salman per capire come ripristinare il traffico attraverso lo stretto di Hormuz. E anche gli europei stanno provando a capire come prendere in mano la situazione, mentre le scorte di carburante non fanno che diminuire. Venerdì scorso, dopo il vertice che c’è stato a Parigi – convocato da Emmanuel Macron e Keir Starmer, a cui ha partecipato anche Giorgia Meloni – i leader europei hanno annunciato una missione internazionale per garantire la navigazione in quel canale. Le specifiche ancora non sono chiare, siamo ancora nel campo delle ipotesi: si parla di una missione Onu, una della Nato, una puramente europea. Ma nulla è ancora messo nero su bianco.

Cosa farà l'Italia

L’Italia è disponibile a partecipare, con due navi, due cacciamine, da mandare in quelle acque. In un’intervista con il Corriere della Sera, pubblicata oggi, il ministro della Difesa, Guido Crosetto, però ha precisato che per quanto lui abbia detto al capo della Difesa e della Marina di tenersi pronte con queste due navi, per far partire una missione bisognerà comunque aspettare la fine delle ostilità. Altrimenti l’Italia rischierebbe di entrare in guerra.

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