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Tra le varie cose che Donald Trump ha detto nelle ultime ore, oltre ad aver ripetuto per l’ennesima volta che la guerra in Iran è quasi finita, è che qualcuno dovrebbe dire a Papa Leona XIV che il regime iraniano ha ucciso almeno 42mila manifestanti innocenti e completamente disarmati negli ultimi due mesi. E poi, che per l’Iran possedere una bomba atomica è semplicemente inaccettabile. Cero, Trump dimentica che anche le bombe statunitensi non sono state esattamente una manna dal cielo per i civili iraniani, ma questa è un’altra storia. Il punto del suo nuovo attacco al Pontefice è sempre lo stesso: rispedire al mittente le critiche sulla guerra e cercare di legittimare in qualche modo la follia della sua politica estera, che scavalca il diritto internazionale e porta caos e instabilità ovunque.
Trump ancora contro Meloni e il Papa
A essere tesi non sono solo i rapporti di Washington con il Vaticano. Con l’Italia le cose non vanno meglio. Dopo aver attaccato Giorgia Meloni in un’intervista con il Corriere della Sera, Trump ha rincarato la dose in una con Fox News. Ha detto che in questo momento gli Stati Uniti non hanno più lo stesso rapporto che avevano prima con il nostro Paese e che Meloni si è dimostrata una figura negativa, al pari di tutte le altre che hanno negato il loro aiuto con l’Iran. Per cui, ha ribadito il presidente statunitense, le cose non stanno più come prima, nonostante l’Italia importi molto petrolio che transita dallo stretto di Hormuz e quindi – nella logica di Trump – avrebbe tutti gli interessi ad aiutare gli Stati Uniti a riaprilo.
Parentesi: sono passate oltre 24 ore da quando gli Stati Uniti hanno imposto il blocco al (già bloccato) stretto di Hormuz e il traffico è rimasto pressoché invariato. Il blocco navale di Trump dovrebbe riguardare quelle navi che fanno scalo nei porti iraniani, ma secondo i dati di navigazione riportati anche dalle agenzie di stampa, diverse petroliere legate a Teheran sono comunque riuscite a navigare lungo quella rotta. Certo, la situazione resta comunque lontanissima dai numeri pre-guerra, ma al momento le contromisure dalla Casa Bianca appaiono abbastanza inefficaci. Un cruccio per Trump, anche se il presidente statunitense – come suole fare – continua a raccontare una realtà fantasiosa per cui proprio il blocco starebbe spingendo di nuovo Teheran al tavolo dei negoziati, pronta ad aprirsi alle clausole della Casa Bianca.
Come gestire gli attacchi
Il cruccio di Meloni invece riguarda come gestire l’attacco frontale di Trump. Che però, potrebbe essere un’ottima notizia in termini di consensi interni. E arriva anche al momento giusto, quello in cui la presidente del Consiglio stava comunque provando a riposizionarsi rispetto ad alcuni temi legati al Medio Oriente, dalla guerra in Iran, appunto, ai rapporti con Israele. Meloni, ci raccontano i retroscena pubblicati sui giornali, del resto si aspettava che prima o poi Trump prendesse di mira anche lei. Se gli attacchi sono arrivati persino al Papa, perché avrebbero dovuto esonerarla?
I leader europei, poi, sono da tempo bersaglio di Trump. È successo a Emmanuel Macron, a Pedro Sanchez e persino a Keir Starmer, era solo questione di tempo. Così, avrebbe detto Meloni ai suoi fedelissimi, sottolineando che essere alleati di qualcuno non vuol dire esserne sudditi o vassalli. La differenza tra Meloni, Macron, Sanchez e Starmer però è netta. Perché nessuno di questi leader aveva puntato tutta la sua politica estera in una fantomatica amicizia con Trump, che avrebbe dovuto essere la colonna portante del ponte tra le due sponde dell’Atlantico, tra gli Stati Uniti e l’Europa. Meloni, invece, aveva fatto una scommessa precisa. Da tempo è chiaro che questa scommessa era persa in partenza, ma adesso è anche evidente che le si è completamente ritorta contro.
L'opportunità nella crisi
Nelle crisi, però, c’è sempre qualche opportunità. L’attacco di Trump per Meloni è l’opportunità perfetta di riposizionarsi rispetto al suo elettorato. Sicuramente può contare sulla cintura di sostegno dei suoi alleati. Dopo il primo attacco di Trump sia il ministro della Difesa che quello degli Esteri – rispettivamente Guido Crosetto e Antonio Tajani – si sono espressi in favore di Meloni. Crosetto ha detto che l’amicizia tra nazioni alleate deve fondarsi sul rispetto, non sulla rinuncia della propria autonomia di giudizio. Che “essere alleati non significa accettare tutto in silenzio, ma avere il coraggio di dire con chiarezza ciò che si ritiene giusto”. E poi Crosetto ha aggiunto che il legame tra Italia e Stati Uniti non è in discussione e che se Trump fino all’altro ieri considerava Meloni una persona coraggiosa, determinata e attenta al bene dell’Italia è perchè Meloni è esattamente quello: “Una leader che non ha mai temuto di dire ciò che pensa, soprattutto quando sono in gioco princìpi, rispetto e identità”.
Sulla stessa linea anche Tajani, che ha ripetuto come il governo rimanga un sincero sostenitore dell’unità dell’Occidente e un solido alleato degli Stati Uniti. Ma tutto questo, ha detto il ministro, su costruisce con lealtà, rispetto e franchezza. E anche lui ha sottolineato che Trump diceva che Meloni fosse coraggiosa e non si sbagliava perché lei dice sempre quello che pensa.
La strategia di Schlein
Insomma, due comunicati scritti sostanzialmente dalla stessa penna. Meloni non ha replicato, ma avrebbe affidato proprio ai suoi ministri il tentativo di ricucire con Washington cercando la sponda di JD Vance o di Marco Rubio. E fin qui, tutto da copione. La sorpresa è stata un po’ la reazione di Elly Schlein, che a differenza di altri colleghi d’opposizione non ha colto la palla al balzo per criticare la presidente del Consiglio e rinfacciarle le sue scelte. No, in Aula Schlein ha detto che è successa una cosa molto grave e ha condannato l’attacco di Trump a Meloni, che aveva semplicemente mostrato solidarietà al Papa.
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