
Mi dispiace, ma non ci accodiamo alla coda delle scuse ipocrite. E no, non ci batteremo il pugno sul petto, facendo mea culpa, per il fallito attentato a Donald Trump e quel che è successo ai cortei del 25 aprile in Italia.
Come se criticare l’operato politico del presidente americano fosse porgere la pistola a una pazzo. O come se le solite provocazioni inscenate ai cortei che ricordano la liberazione del nazifascismo fossero la prova dell’idiosincrasia alla democrazia di chiunque critichi l’operato di Giorgia Meloni.
Ci scusiamo solamente, in anticipo, se mettiamo assieme queste due vicende, così diverse l’una dall’altra, nelle medesime righe. Vicende accomunate, tuttavia, dalla coincidenza temporale. E dalla medesima tendenza alla strumentalizzazione di chi alza il livello dello scontro oltre ogni soglia, per poi ergersi a vittima della sua stessa violenza verbale, e non solo.
Parliamo di Trump, ovviamente, che ha subito il terzo attentato in 22 mesi. Chiamare alla concordia nazionale dopo aver subito un attentato, questo sì, è profondamente ipocrita e pericoloso, a meno che non sia una riflessione allo specchio. Perché nega alla base l’unica evidenza chiara dell’attentato stesso: che chi l’ha provocato, spingendo l’America in territori sempre più violenti e sempre meno democratici, è la stessa persona che quell’attentato l’ha subito. Non solo: è la stessa persona che potrebbe usarlo per spingere l’America ancora un po’ più lontana dalla democrazia.
Veniamo a noi, e al nostro 25 aprile, che la faccenda è ancora più veloce. Perché no, non c’è nessun “fascismo degli antifascisti” da raccontare, nemmeno quest'anno. Ma al solito, va raccontata la storia per quella che è: cioè di un gruppo di provocatori che prende la testa del corteo con le foto di Netanyahu e le bandiere israeliane – chiaramente sgradite in ragione di quanto oggi Israele sta facendo a Gaza, non certo per quel che hanno subito gli ebrei dal nazifascismo – con l’evidente volontà di provocare un incidente. E lo stesso vale per la provocazione di Matteo Hallisey e Ivan Grieco – non nuovi ad azioni di questo tipo, peraltro – motivata dall’unico intento di denunciare i “fascisti con le bandiere rosse” e un supposto sostegno della sinistra a Putin e alla Russia. Non esiste controprova, ma anche solo il fatto che la stessa provocazione non sia stata inscenata una settimana fa, nella piazza leghista di Milano, in presenza dei militanti dell’unica forza politica che davvero chiede la fine della sanzioni alla Russia in nome della "pace", fa capire la natura strumentale di tutta l’operazione.
L’unico fatto nuovo, relativamente al 25 aprile, è ovviamente quello di cui nessuno parla più. Degli spari ad altezza uomo contro una coppia di militanti dell’Anpi al corteo di Roma. In questo caso, stranamente, massima prudenza e riserbo assoluto, sia mai. Addirittura, la presidente del consiglio che si dimentica di citarlo nel suo consueto comunicato vittimista post 25 aprile.
Non tutti gli spari e non tutte le violenze sono uguali, evidentemente.