Cosa prevede il piano europeo per riaprire lo Stretto di Hormuz

La riapertura dello Stretto di Hormuz non rappresenta soltanto una questione militare o di sicurezza marittima, ma un passaggio decisivo per la stabilità dell'intero sistema economico globale. Attraverso questo corridoio strategico transita infatti circa un quinto del petrolio mondiale, insieme a una quota significativa di gas naturale liquefatto: qualsiasi interruzione, anche di breve durata, si riflette immediatamente sui mercati energetici, innescando tensioni sui prezzi e ricadute a catena sulle economie, in particolare su quella europea.
La crisi in corso, esplosa nelle ultime settimane con l'aggravarsi del conflitto in Iran e la temporanea chiusura dello Stretto da parte di Teheran, ha avuto un impatto immediato sugli equilibri energetici internazionali. Da quel momento, la questione si è trasformata in una sfida duplice per l'Europa: da un lato garantire la sicurezza delle rotte commerciali e la continuità dei traffici marittimi, dall'altro evitare un coinvolgimento diretto nelle dinamiche del conflitto. È proprio in questo delicato equilibrio, tra esigenza di protezione degli scambi e prudenza diplomatica, che si inserisce il tentativo europeo di definire una risposta coordinata, con l'obiettivo di stabilizzare l'area il prima possibile e ridurre il rischio di un'escalation più ampia.
Una missione navale "difensiva" per riaprire le rotte
L'ipotesi più concreta su cui stanno lavorando i governi europei è la costruzione di una missione marittima a mandato strettamente difensivo. Nel concreto, sul tavolo ci sarebbe soprattutto l'idea di estendere il perimetro operativo dell'Operazione Aspides (già attiva nel Mar Rosso contro gli attacchi degli Houthi) fino al Golfo Persico. Una scelta che consentirebbe di partire da una struttura già collaudata, evitando i tempi più lunghi e complessi necessari per avviare una nuova missione internazionale da zero. Il dispositivo sarebbe basato su un sistema di scorta navale composto da fregate e cacciatorpediniere, in gran parte messi a disposizione da Francia e Regno Unito, con il compito di proteggere i convogli commerciali lungo le rotte più esposte. Accanto alla componente di vigilanza, un ruolo decisivo verrebbe affidato alle operazioni di sminamento, considerate essenziali per rendere effettivamente sicuro il passaggio delle navi. In questo ambito l'Italia avrebbe un contributo centrale, con la disponibilità di cacciamine di ultima generazione della Marina Militare, tra i più avanzati in ambito NATO, progettati per individuare e neutralizzare ordigni e bonificare le aree a rischio. Il sistema complessivo includerebbe poi una rete integrata di sorveglianza, con radar, droni e capacità di intelligence, in una configurazione pensata per monitorare costantemente l'area e "garantire" la protezione delle rotte commerciali, con un approccio, spiegano, più difensivo che offensivo.
Il nodo politico: chi guida e con quale mandato
Se la dimensione operativa prende forma, quella politica resta però ancora aperta. Uno dei punti più delicati riguarda infatti il quadro giuridico della missione. Un mandato delle Nazioni Unite appare improbabile, a causa dei veti incrociati nel Consiglio di sicurezza. Allo stesso tempo, un'operazione formalmente sotto l'ombrello della NATO viene esclusa per evitare un coinvolgimento diretto degli Stati Uniti, che sono parte attiva della crisi. Per questo si starebbe delineando una soluzione intermedia, cioè una coalizione a guida europea, sostenuta da singoli Stati ma formalmente separata dalle parti in conflitto. Linea sostenuta con forza da leader come Emmanuel Macron e Keir Starmer, che puntano ora a mantenere un profilo autonomo rispetto a Washington.
Una coalizione più ampia dell'Unione europea
Uno degli elementi più nuovi del piano riguarda l'apertura a Paesi non europei: l'idea è quella di costruire una coalizione più larga, coinvolgendo attori strategici come India, Giappone, Corea del Sud e Singapore. Una scelta che risponderebbe a due esigenze. La prima è operativa: condividere il peso militare e logistico di una missione complessa. La seconda è invece profondamente politica: mostrare la capacità dell'Europa di costruire alleanze anche al di fuori del perimetro tradizionale, in un momento in cui il ruolo degli Stati Uniti appare meno prevedibile. Non è però un passaggio semplice. Coinvolgere Paesi extra-Ue richiede infatti una cornice giuridica più flessibile e un equilibrio diplomatico delicato, soprattutto in un'area già altamente instabile.
Parallelamente alla costruzione della missione, l'Europa si starebbe già muovendo anche sul piano diplomatico. Il vertice di Parigi ha segnato un passaggio chiave inquietante questo senso: i leader europei hanno infatti sostenuto la necessità di una riapertura "immediata e incondizionata" dello stretto, accogliendo con favore il cessate il fuoco tra Stati Uniti e Iran. La linea sarebbe chiara: la presenza militare può garantire sicurezza nel breve periodo, ma solo un accordo politico può assicurare stabilità nel tempo. Per questo, accanto alle navi, resta centrale il tentativo di riaprire i negoziati con Teheran.
Il fattore americano e il rischio escalation
Sul fondo resta però il nodo più grande: il ruolo degli Stati Uniti. La pressione esercitata da Donald Trump sugli alleati (con la richiesta di un piano rapido per Hormuz) ha accelerato il processo decisionale europeo, ma ha anche reso più evidente la distanza tra le due sponde dell'Atlantico. L'Europa cerca una soluzione che eviti l'escalation, mentre Washington mantiene invece una linea più assertiva, fatta anche di blocchi navali e pressione economica sull'Iran. Uno scarto strategico che aumenta i rischi. Perché una missione pensata come difensiva può trasformarsi rapidamente in qualcosa di ben diverso se il contesto dovesse deteriorarsi ancora.