“Se la guerra USA- Iran contagia il Mar Rosso, per Italia crisi senza precedenti”: l’allarme dell’analista Dentice

Sembrava cosa fatta, ma l'accordo di pace tra Stati Uniti e Iran appare ancora lontano. Nonostante i tentativi di Donald Trump di accelerare i tempi dando ripetutamente l'intesa per imminente, i negoziati sono ancora in alto mare e una via d'uscita definitiva dalla guerra non è all'ordine del giorno. I nodi del contendere sono molti: non riguardano solo il controllo dello Stretto di Hormuz né il tema del nucleare iraniano, bensì un riassetto complessivo degli equilibri del Medio Oriente in cui si tenga conto non solo delle esigenze di Teheran, Washington e Tel Aviv, ma anche di quelle dei Paesi del Golfo, duramente colpiti durante la fase più acuta del conflitto.
Sullo stallo, inoltre, pesa un'asimmetria di fondo: l'America ha fretta di siglare un accordo di pace, mentre l'Iran usa il tempo come un'arma a suo vantaggio. Fanpage.it ne ha parlato Giuseppe Dentice, analista dell'Osmed e coautore della 12ima edizione dell‘Atlante Geopolitico del Mediterraneo (a cura di Francesco Anghelone e Andrea Ungari), che ha esaminato con noi i fragili equilibri di una regione in cui anche le storiche gerarchie di potere sembrano capovolte. Con gli apparati di Washington costretti a inseguire l'agenda di Netanyahu, il baricentro del rischio si sta spostando pericolosamente verso il Mar Rosso. È lì che l'Iran potrebbe colpire, ma se dopo Hormuz la crisi dovesse contagiare definitivamente anche questa autostrada marittima l'Europa e l'Italia andrebbero incontro a uno shock economico e inflazionistico senza precedenti.
Dottor Dentice, i negoziati tra Stati Uniti e Iran sembrano bloccati. Tra venerdì e sabato scorsi l'accordo sembrava cosa fatta, annunciato come imminente per ben tre o quattro volte da Donald Trump. Oggi è martedì e siamo ancora in alto mare. Cosa sta succedendo davvero a quel tavolo e a cosa è dovuto questo stallo?
Mi verrebbe da dire, paradossalmente, che non si mettono d'accordo quasi su nulla. C’è una evidente discrepanza comunicativa e strategica all'interno dello stesso fronte americano. Da un lato abbiamo Donald Trump che dà sempre tutto per fatto, agendo sull'onda del proprio approccio personalistico; dall'altro c'è il Segretario di Stato Marco Rubio che ogni giorno fornisce una versione diversa, decisamente meno possibilista e molto meno entusiasta.
Tuttavia, c’è un aspetto sollevato da Rubio che ha un valore analitico profondo: quando afferma che questo accordo deve essere raggiunto "in un modo o nell'altro", ci costringe a riflettere su come stiano trattando gli americani. Evidenzia una crescente consapevolezza da parte di Washington sulle reali difficoltà del negoziato. Gli Stati Uniti hanno capito che non possono limitarsi a un accordo bilaterale o a imporre la propria volontà: devono tenere conto di una complessa rete di interessi che non include solo l'America, Israele o l'Iran, ma coinvolge soprattutto gli attori arabi, in particolar modo le monarchie del Golfo, che sono state direttamente e duramente colpite durante i 40 giorni di guerra.
Spesso si pensa che i termini dei negoziati si concentrino esclusivamente sulla navigabilità dello Stretto di Hormuz. Lei invece sposta l'accento su un riassetto regionale molto più ampio. Qual è la vera posta in gioco sul tavolo?
C'è tantissimo da discutere e limitare la questione a Hormuz è un errore di prospettiva. Certamente la sicurezza di quel braccio di mare e la sua navigabilità sono cruciali, ma la discussione riguarda la sicurezza regionale nel suo insieme e i futuri rapporti di forza tra tutti gli attori dell'area.
In questo scenario si registra un paradosso macroscopico: il nucleare iraniano, che teoricamente avrebbe dovuto essere la motivazione numero uno ad aver innescato questo conflitto, è quasi del tutto scomparso dal dibattito pubblico.
In questa complessa partita diplomatica, qual è la posizione di Israele? Molti osservatori sottolineano come Tel Aviv stia uscendo indebolita da questa fase del conflitto.
I punti critici sono diversi e molti di questi sono riconducibili proprio alle posizioni di Israele. Dal mio punto di vista, Tel Aviv sta uscendo decisamente male da questa partita: sta pagando un isolamento regionale rispetto ai rapporti con i vicini mediorientali e, per quanto riguarda la conduzione stessa della guerra, la leadership israeliana non ha raggiunto nessuno degli obiettivi strategici che si era prefissata.
Ma l'aspetto più problematico riguarda la tenuta dei rapporti bilaterali con Washington: se c'è una cosa che Donald Trump non può tollerare è che venga intaccato o sminuito il suo ego. Rappresentare gli Stati Uniti come una sorta di burattino nelle mani di Israele è qualcosa che l'attuale inquilino della Casa Bianca non accetta. Da qui si spiegano le ripetute dichiarazioni di Trump, secondo cui Netanyahu dovrà fare esattamente tutto quello che dice Washington.
La sensazione diffusa semmai è opposta: sembra che sia Trump a fare quello che vuole Netanyahu, e non viceversa.
Essenzialmente sì, ed è proprio l'elemento che noi analisti e addetti ai lavori guardiamo con maggiore apprensione. In termini geopolitici è un'anomalia: non può essere il Presidente della superpotenza statunitense a dipendere dalle esigenze politiche e di sopravvivenza di un alleato che, per quanto importante e strategico, resta un alleato in subordine come Israele.
Attualmente assistiamo a una relazione capovolta nella quale Netanyahu – e soprattutto alcuni uomini chiave dell'amministrazione Trump notoriamente vicini alle posizioni israeliane – sono stati in grado di controbilanciare e contenere le spinte del Presidente e degli stessi apparati dello Stato americano.
All'interno del Dipartimento di Stato e del Dipartimento della Difesa esistono ancora voci di forte disaccordo rispetto all'andamento della guerra e alla gestione dei dossier regionali. Parliamo di funzionari qualificati che rispondono alle esigenze storiche dello Stato e non alla politica in senso stretto. Tuttavia, l'aver "infiltrato" – se vogliamo usare questo termine forte – le amministrazioni americane con soggetti fortemente sbilanciati a favore degli interessi israeliani ha indebolito la postura di Trump, lasciando a Netanyahu un enorme spazio di influenza e di interferenza diplomatica.

Volgiamo lo sguardo a Teheran. Qual è l'obiettivo strategico dell'Iran in questo momento rispetto agli assetti del Medio Oriente allargato?
L'obiettivo prioritario dell'Iran è conservare e riaffermare la propria capacità di influenza e interferenza nella regione. Ma qui dobbiamo fare un passo indietro: prima di questo conflitto, in particolare dopo la guerra del giugno 2025, gli Stati Uniti erano riusciti a indebolire seriamente la Repubblica Islamica, che stava attraversando un periodo di profonda crisi interna, segnato da forti proteste e vulnerabilità sistemiche.
Con l'esplosione di questa nuova guerra, però, il fronte interno iraniano è riuscito in un modo o nell'altro a ricompattarsi. Soprattutto, Teheran si è dimostrata capace di ricostruire una propria efficace capacità di deterrenza. Parliamo di una capacità bellica che ha inviato segnali inequivocabili di minaccia. Lo si è visto chiaramente sul fronte del Golfo, dove gli attacchi iraniani hanno colpito infrastrutture civili e militari sia arabe che statunitensi. Ricordiamo che, secondo alcune indiscrezioni giornalistiche del Washington Post, gli americani hanno subito danni stimati in circa 3 miliardi di dollari nella sola area mediorientale a causa di questa guerra.
Nella notte gli Stati Uniti hanno lanciato nuovi attacchi aerei. Questa mossa non rischia di allontanare definitivamente la sigla di un'intesa?
I raid notturni impressi dagli Stati Uniti vanno inquadrati principalmente come uno strumento di pressione militare volto a forzare i tempi della diplomazia. È un modo per spingere l'Iran ad accettare le prerogative e le condizioni poste sul tavolo dai mediatori americani.
Il punto che Trump e i suoi consiglieri sembrano non comprendere appieno è che questo tipo di atteggiamento muscolare rischia di essere controproducente. C'è un'asimmetria fondamentale: sono gli americani ad avere fretta di chiudere un accordo, non l'Iran. Teheran ha ampiamente dimostrato che il temporeggiare è un'arma strategica per mettere la controparte in una posizione di debolezza.
Un portavoce delle forze armate iraniane ha reagito agli attacchi, parlando di una risposta pronta a colpire "oltre la regione". Cosa dobbiamo attenderci concretamente?
Con ogni probabilità l'Iran cercherà di attuare ciò che ha già ventilato o parzialmente sperimentato in passato: utilizzare la propria minaccia missilistica e droni per colpire obiettivi a lungo raggio. Quando si parla di "oltre la regione", il pensiero va a quadranti sensibili come l'Oceano Indiano – si pensi alla base strategica statunitense di Diego Garcia – o a infrastrutture nevralgiche situate a Cipro, in Turchia o nel Caucaso.
Le aree da monitorare oggi sono l'Oceano Indiano e il Mar Rosso. Spesso l'opinione pubblica tende a dimenticarsene, ma sono proprio queste le rotte che definiscono la reale capacità di proiezione di potenza e di influenza globale degli Stati Uniti: colpire queste arterie marittime significa esercitare una minaccia globale che gli Stati Uniti non possono permettersi.
Come si traduce concretamente tutto questo sulle tasche e sulla sicurezza dei cittadini in Europa e in Italia?
Il rischio reale è che un ulteriore stallo della crisi nel Golfo Persico si saldi definitivamente con quello che oggi viene considerato un teatro secondario, ma che in realtà è una polveriera: il Mar Rosso. Un blocco prolungato delle rotte del Mar Rosso determinerebbe uno shock energetico, alimentare e commerciale di proporzioni colossali, e l'Italia – con l'Europa – sarebbe la primissima vittima. Quell'area è l'autostrada del mare preferita e insostituibile per i commerci marittimi europei diretti verso i mercati asiatici.