Iran, l’ultima proposta di Teheran e il passo indietro di Trump: non siamo mai stati così vicini a un accordo

Donald Trump ha annunciato di aver cancellato per il momento nuovi raid contro l’Iran, dopo l’entrata in vigore del cessate il fuoco lo scorso 8 aprile, su richiesta dei paesi del Golfo. Secondo Trump, sarebbero in corso “negoziati seri” per arrivare a un accordo con Teheran. Per il presidente degli Stati Uniti, i leader del Qatar, dell’Arabia Saudita e degli Emirati Arabi Uniti (EAU) gli avrebbero chiesto di fermare il ritorno della guerra. E così, secondo Trump, l’intesa dovrebbe includere da parte iraniana il rifiuto per qualsiasi arma nucleare con una moratoria sull’arricchimento dell’uranio per almeno venti anni e il trasferimento dell’uranio già arricchito all’estero.
Cosa prevede l'ultima proposta iraniana per la tregua con gli USA
Dopo uno scambio di bozze per un accordo tra Stati Uniti e Iran, l’ultima proposta di Teheran in 14 punti, inviata a Washington tramite il Pakistan, prevede una lunga tregua in tre fasi, su tutti i fronti, incluso il Libano, e la fine permanente di ogni attacco contro Teheran, con la sospensione dell’arricchimento dell’uranio pur senza smantellare il programma nucleare. Secondo l’ultima versione iraniana, l’uranio già arricchito (440 kg circa), presente in Iran, potrà essere consegnato a Mosca, e non a Washington, come inizialmente richiesto da Trump.
La riapertura dello Stretto di Hormuz e le richieste degli USA
Riguardo al punto centrale e cioè al traffico navale a Hormuz, il piano parla di una riapertura graduale dello Stretto, dove passa il 20% del petrolio e del gas globale, con Pakistan e Oman a fare da garanti, insieme alla fine del blocco voluto da Trump e alla costituzione di un’autorità apposita gestita dall’Iran. La contropartita della riapertura di Hormuz da parte iraniana dovrebbe essere la sospensione a lungo termine delle sanzioni statunitensi sul petrolio di Teheran, che strangolano l’economia iraniana da decenni. E se l’Iran potrebbe fare un passo indietro sul risarcimento dei danni dovuti alla guerra di USA e Israele, avviata il 28 febbraio scorso, i mediatori iraniani, divisi tra favorevoli e contrari all’intesa con Trump, vorrebbero nuove concessioni economiche, e hanno promesso “sorprese” senza precedenti in caso di nuove aggressioni. Dal canto suo, Washington punterebbe su ulteriori richieste in merito al programma nucleare iraniano. E così, secondo l’ultima bozza negoziale, Teheran dovrebbe mantenere in funzione solo un impianto nucleare a scopo civile.
Il pressing dei paesi del Golfo
Il vero fattore che fa pensare alla possibilità concreta di arrivare a un accordo è il pressing dei paesi del Golfo che temono le risposte iraniane contro le basi USA, insieme ad aeroporti, impianti di desalinizzazione e infrastrutture energetiche sul loro territorio. Nelle settimane di guerra, gli Emirati Arabi Uniti (EAU) e l’Arabia Saudita, che ha negato il suo spazio aereo dopo l’avvio dell’iniziativa USA, poi sospesa, per il passaggio da Hormuz “Project Freedom”, avrebbero risposto con attacchi diretti contro l’Iran ai raid di Teheran sul loro territorio. Non solo, il premier israeliano, Benjamin Netanyahu, avrebbe visitato gli Emirati, durante la guerra, circostanza smentita dai leader emiratini. Infine, la scorsa domenica un attacco con droni ha colpito la centrale nucleare di Barakah ad Abu Dhabi. Le autorità locali hanno puntato il dito contro l’Iran e i suoi alleati regionali parlando di un possibile “pericolo di escalation”.
Mai così vicini a un accordo tra Iran e USA
Nonostante le roboanti dichiarazioni di Trump, l’Iran mantiene una buona parte delle sue capacità militari tra droni e missili. Non solo, anche secondo l’intelligence USA, nonostante il blocco di Hormuz, deciso da Trump, potrebbero passare mesi prima che Teheran sarà davvero in ginocchio a causa della crisi economica. “Ci sono sviluppi significativi ma vedremo se arriveremo davvero un accordo”, ha dichiarato Trump. “Siamo spesso andati vicini a un’intesa senza successo ma ora è un po’ diverso”, ha aggiunto il presidente USA. “Sarei felice se arrivassimo a un accordo senza tornare alle bombe”, ha concluso. In due occasioni, prima dello scoppio della guerra, Iran e USA erano vicini a un’intesa con la mediazione dell’Oman. In entrambi i casi Washington e Tel Aviv hanno attaccato Teheran prima che l’accordo potesse concretizzarsi. Questo ha accresciuto la sfiducia iraniana per una soluzione negoziale della crisi.
I retroscena sul passo indietro di Trump
Tutto sembrava pronto per una nuova operazione militare USA a partire da martedì o mercoledì di questa settimana quando è arrivato il passo indietro di Trump. La versione secondo cui siano state le pressioni dei paesi del Golfo a fermare Trump non trova tutti d’accordo. È possibile che il presidente USA stia cercando il momento migliore per cogliere di sorpresa Teheran, lanciare una serie di attacchi su larga scala, ad alta intensità, in un breve periodo di tempo per massimizzare i danni per l’Iran e non riportare il mondo alle lunghe sei settimane di guerra, come è avvenuto tra marzo e aprile scorsi. In questo caso, Teheran sarebbe obbligata a maggiori concessioni sul nucleare per fermare i nuovi raid USA. Tuttavia, l’Iran ha fatto sapere di avere nuovi obiettivi in mente in caso di attacchi che a loro volta coglierebbero di sorpresa la coalizione USA-Israele. Non solo, secondo altri analisti a sconsigliare l’avvio di una nuova guerra contro Teheran, in questo momento, sarebbe stato il Pentagono, in base alle capacità militari iraniane. In questo senso, la nuova intesa con Teheran dovrebbe puntare più sulla fine delle ambizioni, mai affermate, di costruire armi nucleari da parte iraniana che sulla consegna dell’uranio arricchito, posseduto dall’Iran.
La svolta con la visita di Trump in Cina
Il vero punto di svolta per arrivare a una soluzione pacifica della lunga controversia tra Stati Uniti e Iran in tema nucleare è stata la visita a Pechino di Trump la scorsa settimana. L’incontro con il presidente cinese, Xi Jinpin, preceduto dalla visita del ministro degli Esteri iraniano, Abbas Araghchi, e a cui farà seguito la visita del presidente russo, Vladimir Putin, in Cina, ha accresciuto il ruolo negoziale cinese per garantire la fine delle ostilità. Le autorità cinesi hanno sempre criticato i raid di Stati Uniti e Israele contro Teheran. Il ministero degli Esteri di Pechino ha sottolineato che la guerra “non sarebbe mai dovuta iniziare e non ha motivo di continuare”. Il 90% del petrolio iraniano viene esportato in Cina, il petrolio sanzionato rappresenta quasi un quarto delle importazioni di Pechino, mentre la moneta cinese e le criptovalute sono state utilizzate dall’Iran per imporre pedaggi alle navi che passano per Hormuz, dopo l’avvio della guerra. Non solo, le navi cinesi, insieme a quelle di altri paesi, continuano ad avere un accesso facilitato allo Stretto di Hormuz per volontà delle autorità iraniane e nonostante il blocco USA. Infine, a conclusione degli incontri bilaterali con le autorità cinesi, Trump ha sostenuto che potrebbe cancellare le sanzioni per le cinque grandi raffinerie cinesi che acquistano il petrolio iraniano.
Il controllo iraniano sullo Stretto di Hormuz
Per ufficializzare il pieno controllo sul traffico marittimo nello Stretto di Hormuz, le autorità iraniane hanno stabilito la Persian Gulf Strait Authority (PGSA) che si occuperà del transito di navi a Hormuz raccogliendo i pedaggi delle compagnie internazionali. Si tratta di un organismo amministrativo controllato dalle guardie rivoluzionarie (IRGC). Qualsiasi piano di gestione di Hormuz dovrebbe avvenire in coordinamento con l’Oman, paese con cui l’Iran condivide le acque territoriali dello Stretto. Secondo le intenzioni di Teheran, i cargo che vorranno passare per lo Stretto dovranno presentare una richiesta scritta via email con il percorso che intendono effettuare. Non sono state pubblicate le tariffe che saranno imposte ma alcune navi parlano di oltre 2 milioni di dollari che hanno dovuto pagare per il transito. Secondo Teheran, il meccanismo di pedaggio garantirà all’Iran 100 miliardi di dollari all’anno che potranno essere utilizzati per la ricostruzione dei danni causati dalla guerra. Per Stati Uniti, Unione europea e paesi del Golfo, secondo la Convenzione delle Nazioni Unite sul diritto del mare (UNCLOS), firmata da Teheran nel 1982 e mai ratificata, l’Iran non può imporre alcun tipo di restrizione al traffico marittimo nello stretto e qualsiasi decisione in questo senso è illegale.
La leva dei cavi sottomarini che collegano Europa e Asia
Il controllo su Hormuz per l’Iran potrebbe estendersi anche all’ampia rete di cavi sottomarini che collega Europa e Asia attraverso il Golfo Persico causando una potenziale “catastrofe digitale”. Le principali compagnie digitali mondiali potrebbero dover pagare pedaggi all’Iran per l’uso dei cavi e il traffico digitale potrebbe essere interrotto in caso di un nuovo attacco. Tuttavia, a causa delle sanzioni internazionali le grandi multinazionali non possono effettuare pagamenti diretti all’Iran. Quindi anche questa appare principalmente come una minaccia, una serie di leve che l’Iran può esercitare per evitare il ritorno della guerra.
In Iran non si ferma la repressione del regime con le continue esecuzioni di condanne a morte degli oppositori, mentre il premio Nobel per la Pace, Narges Mohammadi, è tornata agli arresti domiciliari dopo le cure a cui è stata sottoposta per i suoi gravi problemi cardiaci all’ospedale Pars di Teheran. Eppure, la guerra illegale di Trump e Netanyahu non ha mai rappresentato un’alternativa credibile al regime militare iraniano. E così le pressioni dei paesi del Golfo, il gruppo di contatto tra Turchia, Egitto, Pakistan e Arabia Saudita, con la mediazione cinese e russa, potrebbero scongiurare un ritorno alla guerra e concretizzare una soluzione negoziale che metta davvero fine a una delle guerre meno necessarie per ottenere lo scopo della fine del programma nucleare iraniano e dagli effetti economici globali più devastanti degli ultimi decenni.