
Immaginate che un vostro familiare venga ucciso insieme al vostro cane mentre aspetta fuori da una clinica veterinaria. Immaginate poi di chiedere perché sia successo. Il motivo sarebbe questo: perché Trump era in visita da Xi Jinping e Putin ha deciso che quello fosse il momento giusto per colpire l’Ucraina con 1500 droni. A volte serve ricordarselo: la geopolitica non è fatta solo di summit e fotografie di Stato.
Anche se avviene a pochi giorni di distanza, Putin non ha deciso di recarsi in Cina subito dopo la visita di Trump, come sembra di intuire dalla stampa. La visita era già in preparazione da settimane, se non mesi, il summit coincide infatti con il 25° anniversario del Trattato sino-russo del 2001. Ha deciso però di ricordare al mondo della sua presenza in un altro modo. Eppure, i numeri che precedono questo incontro mostrano una realtà ben diversa da quella espressa in certe dimostrazioni di forza.
Prima tappa: Kiev
Qualche giorno fa, mentre Trump era diretto a Pechino, la Russia ha lanciato uno degli attacchi aerei più massicci contro l’Ucraina dall’inizio del conflitto. Zelensky ha denunciato: "Non sono azioni di chi pensa che la guerra stia per finire", aggiungendo che i bombardamenti avevano colpito scuole, cliniche veterinarie e palazzi civili. Il leader ucraino ha anche suggerito che Mosca possa aver scelto quel momento, proprio mentre Trump era diretto in Cina, per un motivo preciso.
Paradossalmente, Trump partiva per il summit proclamando a gran voce che "la fine della guerra in Ucraina è vicina". Anche Pechino ha trattato il tema in modo vago: il comunicato ufficiale cinese sull’incontro Trump–Xi menzionava appena la crisi ucraina. Ed è forse questo il segnale geopolitico più importante. Per anni l’Ucraina è stata il centro assoluto dello scontro tra Occidente e blocco revisionista. Oggi, invece, sembra diventata una delle tante faglie del nuovo disordine globale. Il baricentro strategico si sta spostando altrove. Ed è proprio qui che il rapporto tra Cina e Russia si sta rafforzando ulteriormente.
Seconda Tappa: Medio Oriente
Quando nel 2023 scrivemmo qui su Fanpage.it che la guerra a Gaza aveva riavvicinato Cina e Russia, molti analisti occidentali parlarono di un’alleanza tattica destinata a durare poco. Oggi lo afferma anche il Financial Times. Il conflitto mediorientale ha creato un terreno geopolitico comune fondato sull’opposizione all’ordine americano che con il ritorno di Trump e la guerra in Iran, sta consolidando ancora di più l’asse sino-russo. La dinamica è quasi paradossale: più Washington aumenta la pressione militare globale, più Pechino riesce a presentarsi come potenza “responsabile”, promotrice di stabilità. È esattamente il frame che Xi Jinping cerca da anni.
La Cina è oggi il principale acquirente del petrolio iraniano e tra i più grandi compratori di gas e petrolio russi. In pratica Pechino finanzia, direttamente o indirettamente, i due grandi fronti che sfidano l’Occidente: Mosca in Europa e Teheran in Medio Oriente. Ed è qui che emerge il vero punto politico. Xi non vuole combattere le guerre di Putin o degli ayatollah, né vuole che sfaldino la stabilità economica, ne vuole l’egemonia militare americana. Vuole qualcosa di molto più antico e cinese: essere il perno senza cui nessun equilibrio regge. In questo senso Gaza e Hormuz sono uno spartiacque. La Cina ha capito che il Sud globale percepiva gli Usa come selettivi e incoerenti: durissimi con la Russia in Ucraina, molto più indulgenti con Israele. Pechino e Mosca hanno sfruttato quella frattura diplomatica presentandosi come difensori di un ordine “più equo”.
Quarta tappa: Mosca
Il potere cinese non si fondava solo sulla forza militare, ma sulla capacità di attrarre attorno a sé i regni periferici, che riconoscevano la centralità dell’Impero in cambio di commercio, protezione e accesso all’ordine. Oggi il tributo non è più oro o seta: sono gasdotti, petrolio scontato, infrastrutture, accessi a mercati e tecnologia. Nel linguaggio diplomatico cinese e russo continuano a chiamarsi “partner strategici”. Ma guardando i numeri, la relazione assomiglia sempre meno a un’alleanza tra pari e sempre più a un moderno sistema tributario energetico: la Russia porta gas, petrolio e materie prime alla corte di Xi; la Cina concede mercato, liquidità e sopravvivenza economica. Prima della guerra Putin vendeva gas all’Europa da posizione di forza; oggi negozia con Xi da posizione di necessità.
Dietro la retorica pacifista, infatti, il denaro parla chiaro. Dalla fine del 2022 Pechino è il primo acquirente di petrolio russo al mondo, alimentando con i suoi pagamenti l’economia di guerra di Mosca. Il commercio ha raggiunto livelli record dall’inizio del conflitto nonostante le sanzioni. Come registrato dal CREA, la Cina ha speso oltre $367 miliardi in combustibili fossili russi dall’invasione dell’Ucraina. Il boom cinese vale a Putin centinaia di miliardi di ossigeno finanziario. E mentre Ue e Usa chiudono i canali finanziari tradizionali, Mosca dipende sempre di più dallo yuan. Peskov dichiara “aspettative serie” per la visita, eppure, se da una parte l’asse Pechino–Mosca sembra sempre più solido (Putin ha fatto più di 20 viaggi in Cina e incontrato Xi più di 40 volte), dall’altra la Cina mantiene i suoi spazi. La diplomazia cinese non ha mai accolto acriticamente ogni richiesta di Putin: i due "amiconi senza limiti" sono sì molto uniti nel lodarsi a vicenda, ma anche attenti con la difesa reciproca.
Quinta tappa: Siberia
Il Power of Siberia 2 – il gasdotto che dovrebbe trasportare fino a 50 miliardi di metri cubi annui dai giacimenti artici russi alla Cina attraverso la Mongolia – dovrebbe essere parte centrale delle trattative. Doveva essere il simbolo della rinascita eurasiatica russa. Rischia invece di diventare il monumento alla dipendenza energetica di Mosca dalla Cina. Putin ha bisogno di spostare verso Oriente le proprie esportazioni energetiche. La Cina ha bisogno di energia, ma non con la stessa urgenza. Allo stesso modo Trump ha bisogno che Pechino intervenga su Hormuz, ma Pechino ormai non ha più la stessa urgenza, soprattutto se in questo modo sblocca porte più importanti.
Secondo il Cremlino, Putin discuterà con Xi di sviluppare ulteriormente la partnership privilegiata, ovvero di accelerare progetti come questa pipeline. Dall’altra, Pechino usa il proprio peso economico e tecnologico come leva strategica: non solo importazioni energetiche, ma anche cooperazione spaziale, tecnologie dual use e infrastrutture satellitari sempre più integrate.
Sesta tappa: Cina
Il risultato di questa settimana unica però è che Pechino appare come l’ombelico diplomatico del pianeta. Dopo gli incontri con Macron, Starmer e gli altri, si è aperta qualche giorno fa a Harbin l’ennesima edizione dell’esposizione Sino‐russo, con il premier Li Qiang e il vice‐premier russo Trutnev. Soprattutto, Come ha sottolineato il Global Times, è estremamente raro nell’era post-Guerra Fredda che Stati Uniti e Russia vengano ricevuti a Pechino nel giro di pochi giorni. Il sociologo inglese Martin Jacques sostiene da anni che l’ascesa della Cina potrebbe riportare in forme moderne elementi dell’antico sistema tributario cinese. Un ordine meno fondato sull’occupazione militare diretta e più su investimenti, interdipendenza economica e stabilità regionale.
Anticamente i sovrani stranieri mandavano ambasciatori al Celeste Impero per inchinarsi davanti all’imperatore. Quello che spesso non si dice, è che gli imperatori erano soliti elargire doni superiori ai tributi versati, in segno di supremazia. L’idea confuciana di Tianxia – "tutto ciò che è sotto il cielo" – non è un concetto tecnico della Cina contemporanea, ma una lente con cui guardare quest’epoca. La Cina in cinese si pronuncia Zhongguo, letteralmente “Terra di mezzo”. La visita a Zhongnanhai con Trump non è stata semplice ospitalità diplomatica. È stata una rappresentazione simbolica della centralità del potere cinese. Così, come nel vecchio tributo l’inviato straniero accettava umiltà formale, oggi i paesi forniscono legittimità tacita al governo cinese pur di non perdere l’accesso ai suoi affari multimiliardari o alla sua influenza. La politica della One China Policy su Taiwan ne è forse il principale esempio.
Settima tappa: Taiwan
Alla fine, il risultato più concreto della visita di Trump in Cina potrebbe non essere commerciale ma semantico. Ed è forse ancora più importante. Come afferma Joseph Webster dell’Atlantic Council: “Taiwan potrebbe essere il sottotesto del meeting.” Nel pezzo pubblicato qui negli giorni scorsi avevamo ipotizzato che il vero obiettivo strategico del summit non fosse tanto un accordo economico quanto una ridefinizione implicita delle sfere d’influenza globali. Una specie di nuova Yalta trumpiana. Sul piano economico, infatti, i risultati sono stati molto più limitati rispetto alla propaganda. Trump è tornato negli Usa presentandosi come il leader che ha “riaperto” il dialogo con Xi, accompagnato da una coreografia di CEO, big tech e industrie. Ma rispetto alle grandi visite del passato – quelle da centinaia di miliardi di memorandum sotto l’era Obama o persino durante il primo Trump – questa volta i numeri sono stati decisamente più modesti. Molti annunci erano in realtà riconferme di investimenti già previsti o accordi preliminari senza dettagli vincolanti.
La vera concessione, invece, è arrivata su Taiwan. Trump non ha dichiarato di essere contrario all’indipendenza dell’isola, ma ha utilizzato una formula vicina a quella richiesta da anni da Pechino. Non è una novità assoluta nella diplomazia americana – Washington ufficialmente aderisce da decenni alla “One China Policy” – ma il modo e il contesto contano. Perché detta durante una visita celebrata da numerosi canali come il ritorno della “grande diplomazia imperiale” di Xi, quella frase assume un peso politico enorme. Pechino l’ha interpretata come un riconoscimento implicito della propria linea rossa strategica. Tutto questo nonostante Taiwan, come ribadito dai suoi rappresentanti, sia già indipendente in ogni aspetto come Repubblica di Cina. Lo è nei fatti, al netto del riconoscimento formale delle potenze straniere.
Tappa finale: Il passato
Sembrava un viaggio a tappe tra diversi luoghi, invece per capire la situazione forse è più utile un viaggio nel tempo. Trump sembra ragionare con una logica molto più vicina all’Ottocento che alla Guerra Fredda. Lui guarda a Monroe, Putin agli Zar e all’ex blocco sovietico, Netanyahu alla Grande Israele, Erdogan all’impero Ottomano. Xi guarda a qualcosa di molto più antico. Ed è forse questa la vera immagine geopolitica del 2026: non due leader che si contendono il pianeta, ma due potenze costrette, in modi diversi, a passare dalla corte dell’Imperatore.
La dottrina appare sempre più chiara: gli Usa mantengono il controllo dell’emisfero occidentale mentre riconoscono tacitamente spazi di dominio alle altre grandi potenze regionali. La Russia può consolidare il proprio controllo sul Donbass e sull’ex spazio sovietico; la Cina può aumentare gradualmente la pressione su Taiwan e sul Pacifico occidentale; Israele mantiene libertà d’azione in Medio Oriente contro Iran e proxy regionali. In cambio, nessuno sfida realmente la supremazia americana. L’Europa non sembra fare parte di questa equazione e senza unità nella propria sfera di influenza, rischia di dover pagare il “tributo” più alto.
Per Xi, ottenere dagli Usa una formulazione meno aggressiva su Taiwan vale quasi quanto una vittoria diplomatica materiale. Nel sistema tributario cinese antico, infatti, non c’era bisogno di occupare ogni spazio, il riconoscimento simbolico della centralità dell’Impero era spesso più importante del controllo diretto. Trump e Putin forse pensano di negoziare da posizioni di forza, in realtà entrambi hanno più bisogno di Xi che viceversa. Da Pechino, infatti, la scena appare differente: i presidenti arrivano alla corte, celebrano il dialogo, portano omaggi mentre richiedono concessioni e tornano a casa proclamando una vittoria. Esattamente il tipo di rituale simbolico che nella storia cinese serviva a confermare la centralità dell’Impero senza sparare un colpo.