
Donald Trump vola a Pechino per dichiarare vittoria. Xi Jinping lo riceve sapendo che, in questo momento storico, il tempo lavora più per la Cina che per gli Stati Uniti. È questa la vera chiave del summit del 13-15 maggio: non una nuova pace tra superpotenze, ma la gestione di una nuova asimmetria strategica.
Trump arriva in Cina cercando immagini spendibili: una cena di Stato, qualche annuncio su acquisti agricoli, energia, Boeing, forse la garanzia che le terre rare continueranno a fluire. Materiale sufficiente per tornare a Washington e dire: “Solo io so trattare con Xi”. Ma il paradosso è che il presidente americano incontra proprio il rivale che sta accumulando vantaggio senza combattere. Non perché Pechino abbia già vinto la competizione globale, ma perché in questa fase specifica arriva con meno urgenza, più pazienza e più leve negoziali di quanto la retorica americana lasci intendere.
Trump a Pechino per vertice con Xi Jinping 9 anni dopo l'ultima visita
Il vertice arriva dopo 9 anni dall’ultima visita di The Donald, ma anche dopo rinvii, dopo la guerra con l’Iran e dopo il progressivo spostamento dello scontro USA-Cina dai dazi ai settori strategici industriali: terre rare, semiconduttori, energia, supply chain. I numeri raccontano più della propaganda. Nel 2025, in un solo anno, l’export USA verso la Cina è sceso del 25,8%, mentre l’import è calato del 29,7%. Trump può rivendicare un deficit ridotto, ma c’è un problema: gli Stati Uniti vendono molto meno alla Cina e quindi hanno meno leva commerciale di quanto vogliano ammettere.
Dall’altra parte Pechino ha diversificato. Le esportazioni verso gli USA sono diminuite del 20%, ma quelle verso Africa, America Latina, Sud-est asiatico ed Europa sono cresciute. Il surplus commerciale cinese nel 2025 ha raggiunto 1,2 trilioni di dollari. Tradotto: la Cina soffre la pressione americana, ma non è più dipendente dal mercato americano come dieci anni fa.
La guerra in Iran e la crisi dello Stretto di Hormuz
E poi c’è l’Iran, il vero convitato di pietra del viaggio. Gran parte del petrolio iraniano esportato finisce in Cina; nel 2025 Pechino ha importato in media 1,38 milioni di barili al giorno da Teheran. Questo rende la Cina vulnerabile alla crisi di Hormuz, ma anche indispensabile. Trump ha bisogno che la crisi si raffreddi. Xi non controlla l’Iran, ma possiede canali, influenza e capacità diplomatica che Washington non può ignorare. Ed è qui che nasce l’asimmetria decisiva: Trump sembra avere più bisogno di Xi di quanto Xi ne abbia di Trump.
Per questo il rinvio del summit non è stato un dettaglio di calendario ma una confessione geopolitica. Dopo la telefonata del 4 febbraio tra i due presidenti, Pechino aveva confermato una visita in aprile. Poi, a metà marzo, Trump ha chiesto di posticipare tutto di circa un mese. Ufficialmente per coordinare la guerra con l’Iran. In realtà il rinvio raccontava anche altro: un’amministrazione americana impreparata, timorosa di una visita trionfale a Pechino mentre gli USA erano impantanati in un conflitto costoso e impopolare.
Le guerre commerciali trumpiane e le leve allenate
C’è anche un problema più strutturale: la leva tariffaria americana si è logorata. Il Peterson Institute stima che senza le guerre commerciali trumpiane le esportazioni USA verso la Cina sarebbero state quasi il 60% più alte nel 2025, circa 90 miliardi di dollari annui in più. I dazi hanno colpito Pechino, ma hanno anche ridotto la capacità americana di vendere e condizionare. E dopo la sentenza della Corte Suprema di febbraio, molti dazi del 2025 sono diventati giuridicamente contestabili. Washington deve quindi ricostruire pressione economica senza far saltare la tregua. Non è una posizione di forza lineare.
Ecco perché il summit non sembra preparato per una svolta storica ma per una stabilizzazione tattica. Lo scenario più probabile è una proroga della tregua commerciale: sospensione dei dazi più pesanti, annunci su acquisti agricoli ed energetici, forse Boeing, continuità sui flussi di terre rare e magari nuovi meccanismi permanenti di dialogo economico. Washington ha già prorogato fino al 10 novembre 2026 la sospensione dei dazi collegati all’intesa di Busan dell’ottobre 2025. Il vertice di Pechino nasce quindi per mantenere in vita il quadro esistente, non per cambiarlo.
La scena ridimensionata e le elezioni mid-term
Anche la delegazione racconta il ridimensionamento delle aspettative. Nel 2017 Trump arrivò con 29 CEO di primo livello. Questa volta la lista è ridotta a circa una dozzina di aziende, con inviti tardivi e una coreografia molto più sobria. Ci saranno foto, colloqui al Great Hall, banchetto di Stato e incontri riservati.
Trump però vive di scena e Xi lo sa. Il presidente americano non ha necessariamente bisogno di trasformare il rapporto con la Cina; ha bisogno di titoli in vista delle elezioni di mid-term: acquisti agricoli, energia, jet, AI, terre rare, toni distensivi su Iran e Hormuz. Il problema è che questa fame di risultati mediatici riduce l’incentivo cinese a concedere qualcosa di strutturale.
La variabile Taiwan
La Cina, invece, ha un’agenda più fredda: stabilità tariffaria, allentamento dei controlli tecnologici e delle tensioni su Hormuz, prevedibilità sugli investimenti e soprattutto Taiwan. È lì il vero test del vertice. Non il mais. Non il gas. Non Boeing. Taiwan.
Il 30 aprile Wang Yi ha definito Taiwan “il più grande punto di rischio” nelle relazioni bilaterali. Secondo Reuters, Pechino spinge per un cambiamento del linguaggio americano: da “non sosteniamo l’indipendenza di Taiwan” a “ci opponiamo all’indipendenza”. Sembra una sfumatura, ma non lo è.
Dopo il pacchetto di armi americano da 11,1 miliardi di dollari notificato nel dicembre 2025, Trump arriva a Pechino con una bomba politica sul tavolo. Se concede anche solo ambiguità retorica per ottenere cooperazione su Iran o commercio, Taipei e gli alleati asiatici leggeranno il gesto come una riduzione della credibilità americana. Se invece non concede nulla, Pechino potrà comunque rivendicare di aver riportato gli USA in Cina in una fase di debolezza relativa americana. In entrambi i casi Xi ha margine, Trump deve dimostrare.
Il potere ridimensionato
Ed è qui che la tesi centrale diventa evidente: il viaggio conta meno per ciò che risolverà che per ciò che rivela. Rivela che Washington non entra più nei summit con Pechino come unico attore capace di dettare il quadro. Rivela che la Cina non si percepisce più come interlocutore subordinato ma come gestore di una “parità imperfetta”. E rivela che Trump, più che imporre un ordine, cerca un ordine narrativo: abbastanza risultati da proclamare successo senza invertire davvero la traiettoria della competizione.
La cosa più interessante è che analisti occidentali e cinesi convergono quasi tutti su questa lettura. Edgard Kagan del CSIS definisce il summit un “un passo relativamente modesto”: utile soprattutto a ristabilire prevedibilità minima tra le due potenze. Rush Doshi del CFR sostiene che Pechino usa questi summit per “gestire Washington”, cioè disciplinare e rallentare la competizione. Jonathan Czin di Brookings sintetizza l’obiettivo cinese in una parola: “tempo”. Tempo per consolidare autosufficienza tecnologica, mercato interno, diversificazione energetica e industriale. Scott Kennedy parla di una leadership cinese “fiduciosa”, convinta di poter assorbire meglio degli Stati Uniti una competizione lunga.
Le fonti cinesi dicono quasi la stessa cosa con un linguaggio diverso. Wu Xinbo sostiene apertamente che Trump “ha bisogno della Cina”: per acquisti, stabilizzazione economica, aiuto diplomatico sull’Iran e recupero di prestigio interno. Zhu Feng descrive il summit come parte di una fase di “turbolenza globale” in cui Pechino vuole apparire come forza di stabilità, ma con una linea rossa non negoziabile: Taiwan.
I cinque scenari del summit tra Trump e Xi Jinping
Da qui derivano almeno cinque scenari. Il primo, considerato il più probabile da Reuters, CSIS e Brookings, è la “tregua rafforzata”: proroga della sospensione dei dazi, acquisti agricoli ed energetici, possibile ripresa dell’export LNG americano verso la Cina, qualche apertura simbolica sugli investimenti e continuità sulle terre rare. Abbastanza per rassicurare i mercati, troppo poco per cambiare la traiettoria strategica.
Il secondo scenario riguarda Iran e Hormuz. Qui Trump cercherebbe soprattutto una de-escalation indiretta: non una mediazione formale cinese, ma pressioni discrete di Pechino su Teheran per evitare una destabilizzazione incontrollata dello Stretto. La Cina, però, potrebbe usare questa leva per ottenere maggiore flessibilità americana su commercio e tecnologia.
Il terzo scenario, il più delicato, è una concessione semantica americana su Taiwan. Non un cambio di linea formale, ma un aggiustamento linguistico capace di avere effetti enormi sugli equilibri asiatici. Ed è qui che molti analisti vedono la vulnerabilità di Trump: il rischio di scambiare concessioni simboliche ma strategicamente pesanti con risultati economici immediati.
Esiste poi uno scenario più cinico: il summit come gigantesca operazione ottica. Reuters ricorda che già nel 2017 gran parte dei famosi 250 miliardi di dollari annunciati da Trump erano memorandum non vincolanti. Alcuni temono che possa ripetersi lo stesso schema: molta scena, poca sostanza. In questo caso Xi concederebbe al Presidente Usa abbastanza visibilità da rafforzarlo politicamente senza modificare alcun equilibrio strutturale.
Infine c’è lo scenario peggiore: un summit utile ma fragile, che produce annunci immediati destinati però a implodere se la crisi iraniana peggiora o Taiwan torna subito al centro dello scontro.
Ed è proprio questa pluralità di opzioni a rendere il viaggio così importante. Perché il summit non dirà soltanto se Trump sa ancora negoziare. Dirà soprattutto se gli Stati Uniti riescono ancora a imporre il ritmo della competizione globale oppure se stanno entrando in una fase nuova, dove anche Washington deve trattare da una posizione meno dominante di quanto sia stata abituata per decenni.
Il G2 di Donroe
Dentro questo quadro, definito G2 dallo stesso Donald, si inserisce anche quella che diversi ormai definiscono “Donroe Doctrine”: la versione trumpiana della Dottrina Monroe. Non più ordine multilaterale ma sfere di influenza negoziate tra grandi potenze. Per questo Trump ha progressivamente delegittimato OMS, accordi sul clima, Corte Penale Internazionale, WTO e spesso la stessa UE. Non è isolamento: è l’idea che il mondo debba essere gestito attraverso rapporti di forza tra imperi continentali.
La stessa logica si applicherebbe all’incontro con Putin in Alaska e al destino della stessa Ucraina, del Venezuela e perfino dell’Iran: meno mediazioni multilaterali, più negoziati diretti tra leader forti. È qui che il viaggio a Pechino assume un significato ancora più profondo. Perché mentre Trump rivendica di vincere attraverso sanzioni, forza militare e pressione economica, finisce per trattare con la potenza che ha costruito la propria ascesa soprattutto attraverso commercio, infrastrutture, tecnologia, supply chain e penetrazione economica globale.
La Cina non sta distruggendo la globalizzazione. La sta riscrivendo a proprio vantaggio. E Trump, paradossalmente, sembra voler fare qualcosa di simile: sostituire l’ordine multilaterale con una globalizzazione oligarchica in cui poche superpotenze decidono e tutti gli altri si adattano. È anche per questo che l’Europa teme di essere sempre meno un polo autonomo e sempre più un territorio di negoziazione tra poli.
Vantaggi relativi
Alla fine il vertice potrebbe produrre comunicati positivi, mercati rassicurati e fotografie storiche. Ma la sostanza resterebbe la stessa: Stati Uniti e Cina non stanno chiudendo la competizione, la stanno regolando. Non stanno costruendo fiducia, stanno amministrando sfiducia. Iran, Taiwan, commercio, energia e tecnologia ormai fanno parte dello stesso negoziato globale.
Ed è qui che la frase iniziale smette di sembrare provocazione: Trump vola a Pechino per mostrarsi vincitore; Xi o riceve per mostrarsi indispensabile. E tra le due cose, nella politica internazionale del XXI secolo, la seconda pesa molto di più.