Hantavirus, la virologa Ilaria Capua: “Sul caso della nave da crociera toni da psicosi collettiva”

Il focolaio di hantavirus legato alla MV Hondius continua a far discutere dopo i casi tra i passeggeri della nave da crociera: nove quelli finora confermati dall’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS), tra cui una donna francese e un cittadino americano risultati positivi dopo lo sbarco. Tre passeggeri – una coppia olandese e una donna tedesca – sono deceduti per le complicanze dell’infezione, mentre altri sono ricoverati in diversi Paesi, come Sudafrica, Paesi Bassi, Francia e Svizzera. Anche un passeggero spagnolo, attualmente in isolamento in un ospedale di Madrid, è risultato positivo al virus e presenta sintomi. La nave è ora in rotta verso Rotterdam, nei Paesi Bassi, con a bordo 25 membri dell’equipaggio e due operatori sanitari inviati dall’Istituto nazionale olandese per la salute pubblica e l’ambiente (RIVM).
Le autorità sanitarie internazionali stanno inoltre monitorando i passeggeri che avevano lasciato la nave prima dell’identificazione del virus a bordo, nonché chiunque possa essere entrato in contatto con loro. Tra questi figurano anche i passeggeri del volo KLM sul quale era salita la donna olandese poi morta in Sudafrica, inclusi quattro italiani che si trovano tra Veneto, Campania, Calabria e Toscana. Intanto il dibattito sul livello di rischio associato al virus si è rapidamente allargato anche fuori dall’ambito scientifico.
Secondo la virologa Ilaria Capua, la situazione va interpretata nel suo corretto contesto epidemiologico. In un’intervista rilasciata a Fanpage.it, l’esperta invita a distinguere tra la gravità dell’infezione e la reale capacità del virus di diffondersi: “C’è una forte amplificazione mediatica attorno a questa situazione”.
Perché il caso della MV Hondius sta attirando così tanta attenzione?
Francamente non mi sorprende il focolaio in sé, quanto il livello di attenzione che sta ricevendo. Parliamo di una malattia grave dal punto di vista clinico, ma rara, attorno alla quale si stanno creando toni da psicosi collettiva. Gli hantavirus non sono una scoperta recente: forse ricorderai il grave focolaio che colpì la popolazione Navajo negli Stati Uniti negli anni ’90, quando inizialmente si parlava di una “mystery disease” perché non si riusciva a capire cosa stesse causando quei decessi.
Si scoprì poi che era causata da un hantavirus trasmesso dai roditori, capace di provocare malattie molto gravi e diffondersi principalmente attraverso l’inalazione del patogeno presente in feci e urine contaminate che possono aerosolizzarsi.
Nel caso del virus Andes, che è il ceppo di hantavirus identificato sulla nave da crociera, è nota anche la trasmissione da persona a persona, anche se in genere richiede contatti molto stretti e prolungati.
Per questo faccio fatica a vedere uno scenario davvero allarmante: parliamo di un ambiente circoscritto, con passeggeri sintomatici che sono stati isolati e sbarcati per essere curati, e con l’adozione di misure di sanità pubblica come il tracciamento dei contatti. Di fatto il focolaio è stato rapidamente contenuto.
Una delle questioni da dirimere sarà capire dove è iniziata la catena dei contagi: se durante le escursioni a terra dei passeggeri, quindi attraverso l’esposizione ad aree contaminate da roditori infetti, oppure se un roditore portatore del virus sia salito a bordo. Sulle navi non sarebbe certo il primo caso di animali clandestini.
Quelle da hantavirus restano comunque infezioni rare. In alcuni Paesi del Nord Europa, come la Finlandia, esistono virus correlati — come il Puumala virus — che causano piccoli focolai stagionali legati alle popolazioni di roditori. Ma non parliamo di patogeni con dinamiche esplosive simili a quelle viste con il Covid.
Eppure la vicenda, per alcuni, ha riacceso il timore della cosiddetta “malattia X”: l’idea di un futuro patogeno sconosciuto capace di provocare una nuova pandemia globale.
In realtà i potenziali virus “X” probabilmente esistono già negli animali. Noi conosciamo molti dei virus che circolano in natura, ma di certo non li conosciamo tutti e soprattutto non sappiamo quali abbiano davvero il potenziale per adattarsi all’uomo e diffondersi su larga scala.
Il virus Mpox, il cosiddetto vaiolo delle scimmie, è un esempio interessante: il virus era noto da decenni, ma a un certo punto un particolare ceppo ha trovato una catena di trasmissione molto efficace che ne ha amplificato la diffusione tra le persone a livello internazionale con migliaia di casi.
Questo per dire che gli spillover, cioè i salti di specie dagli animali all’uomo, avvengono continuamente. In molte aree del mondo il contatto tra esseri umani e fauna selvatica è strettissimo. Il problema è che oggi, con investimenti ancora insufficienti in questo tipo di ricerca, non siamo ancora in grado di prevedere quale virus troverà la “tempesta perfetta” in grado di trasformarlo in una minaccia globale.