
Nelle anticipazioni dell'incontro tra Donald Trump e Xi Jinping a Pechino, molte analisi si sono concentrate sulla possibilità di sbloccare lo stallo in Iran e riaprire lo Stretto di Hormuz. E se è vero che il colosso cinese gioca un ruolo molto importante nel conflitto in Medio Oriente, pur senza intervenire direttamente, è importante ricordare che dal punto di vista di Pechino c'è una questione nettamente più importante del conflitto che va discussa con gli Stati Uniti: l'indipendenza di Taiwan.
Ne ha parlato la sinologa Giada Messetti nell'ultima puntata di Scanner Live, il programma di approfondimento di Fanpage.it condotto da Valerio Nicolosi. Insieme agli altri ospiti Messetti ha contribuito a dare un quadro dell'incontro (la puntata è andata in diretta mercoledì, la sera prima del vertice).
Cosa significa Taiwan per la Cina di Xi Jinping
In generale, Messetti ha sottolineato che per la Cina l'indipendenza di Taiwan è "una questione identitaria: non solo strategica, solo economica o solo geopolitica". Dal punto di vista cinese "la riunificazione con Taiwan non è un nuovo processo storico, è il termine di un processo storico che è già iniziato, e che sarà compiuto quando la Cina tornerà a essere la grande potenza che era sempre stata". Un'unità che era stata interrotta dal "secolo delle umiliazioni, in cui la Cina è stata invasa dalle potenze occidentali, dal Giappone, maltrattata, e ha perso la sua posizione di grande potenza nel mondo. Un miliardo e 400 milioni di cinesi dicono che Taiwan è cinese".
Questo non significa necessariamente che la questione si risolverà sul piano militare, ma chiarisce perché per la Cina si tratta di un tema prioritario. Lo stesso Xi Jinping, a conferma, dopo l'incontro con Donald Trump ha detto che su Taiwan "i due Paesi potrebbero scontrarsi o addirittura entrare in conflitto" se la situazione non sarà gestita correttamente.
Secondo Messetti "la Cina non invaderà Taiwan", ma la riunificazione è in programma. È il "sogno cinese" che il presidente ha promesso di portare a compimento entro il 2049. Anche Alessandra Colarizi, intervistata per Scanner Live sul tema del riarmo cinese, ha confermato che uno degli obiettivi su cui la Cina potrebbe usare la forza "nel lungo periodo" è la "riunificazione di Taiwan, nel caso in cui non si riuscisse a riportare l'isola all'interno della Repubblica Popolare con mezzi pacifici".
Cosa chiede la Cina agli Usa sull'isola
Qui si inserisce il dialogo con Donald Trump. La Cina, ha detto Messetti, è "una potenza pragmatica che parla con tutti" seguendo un "principio di non interferenza" che deve essere reciproco: "Io faccio affari con te, non ti rompo le scatole: sei una democrazia, una dittatura, una monarchia, non me ne frega niente. Però tu in cambio non mi rompi le scatole su quelli che io ritengo i miei affari interni. E gli affari interni della Cina sono tutti i temi che l'Occidente solleva sempre", tra cui Taiwan. E invece, come detto, "Taiwan per la Cina è una linea rossa su cui nessuno può mettere becco".
Al momento gli Stati Uniti "‘non sostengono l'indipendenza' di Taiwan e la richiesta di Xi Jinping potrebbe essere che ‘si oppongano all'indipendenza' di Taiwan". Un cambio di lessico, che "a noi può sembrare una questione di lana caprina, però vorrebbe dire che gli Stati Uniti riconoscono la posizione cinese su Taiwan".
Trump aveva una posizione molto netta nel suo primo mandato, per quanto riguarda la Cina. "Ricevette anche la telefonata di congratulazioni per la vittoria da parte della presidente di Taiwan, una cosa mai successa". Oggi, invece, sembra aver scelto un approccio più morbido. Cosa che preoccupa anche alcuni Repubblicani statunitensi, come ha spiegato a Scanner Live il giornalista Martino Mazzonis: "C'è contrarietà su Taiwan, perché c'è tutto un pezzo di generazione politica cresciuta durante la Guerra fredda, nei Democratici come nei Repubblicani".
Il tema cruciale dei microchip
Il cambio di linea degli Usa, comunque, difficilmente arriverà in breve tempo. Se non altro perché "in questo momento Taiwan è ancora strategico anche per gli Stati Uniti: è il più grande produttore di microchip avanzati della Terra".
Proprio su questo piano, però, la Cina e gli Usa potrebbero intavolare un accordo: "TSMC, che è il più grande produttore di microchip al mondo, gli americani lo stanno già facendo delocalizzare negli Stati Uniti, in Arizona. E infatti i taiwanesi sono preoccupati per questo, perché per Taiwan essere questo centro di produzione mondiale è una sorta di protezione".
Se di colpo l'isola diventasse meno strategica dal punto di vista dei microchip, Trump potrebbe ‘abbandonarla' definitivamente? Mazzonis ha ricordato che "all'ultimo momento è salito sull'aereo (di Trump per Pechino, ndr) il presidente di Nvidia, che non vende microchip in Cina perché ha un embargo" imposto dagli Stati Uniti. "Evidentemente se è salito sull'aereo questa cosa può saltare". Uno scambio possibile potrebbe essere questo: "Garanzie agli Usa sui microchip taiwanesi, nel lungo periodo, in cambio dell'esportazione adesso di microchip che servono alla Cina, non solo nell'immediato, per utilizzarli, ma anche per acquisire competenze tecnologiche".
Insomma, il dialogo potrebbe riguardare questi temi anche più della guerra in Iran. Anche perché "il secondo esportatore di petrolio in Cina è l'Arabia Saudita, poi c'è l'Oman, l'Iran è il quinto. Quindi in realtà la Cina non può permettersi di rovinare i rapporti con gli altri Paesi del Golfo, cosa che farebbe aiutando troppo l'Iran".