L’esperto Arduino: “La Cina non combatterà in Ucraina e Iran, venti di guerra con il Giappone”

Nell’ultima puntata di Scanner Live, l’esperto di Cina e sicurezza Alessandro Arduino ha parlato della linea di Pechino sui grandi conflitti in corso. La linea cinese di non interferenza regge, anche perché al governo interessa di più raccogliere i dati dei conflitti per allenare la sua IA militare. Con il Giappone, però, stanno montando le tensioni.
Intervista a Alessandro Arduino
Docente affiliato presso il Lau China Institute del King's College di Londra
A cura di Luca Pons
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Alessandro Arduino, docente affiliato presso il Lau China Institute del King's College di Londra e fellow al prestigioso think tank Royal United Services Institute, ha parlato a Fanpage.it della linea che il governo di Pechino sta tenendo sullo sviluppo dell'intelligenza artificiale per scopi militari e sui grandi conflitti in corso, Iran e Ucraina. L'intervista è andata in onda in anteprima nell'ultima puntata di Scanner Live, il programma di approfondimento politico condotto da Valerio Nicolosi. Arduino ha risposto a domande sulla rivalità tra Cina e Stati Uniti, sulle vere intenzioni cinesi e sulle tensioni che crescono nell'Indo-Pacifico: i "venti di guerra", ha detto, soffiano non tanto nella direzione di Taiwan, ma in quella del Giappone", che sotto la premier Takaichi sta riaccendendo le frizioni militari con Pechino.

Professore, come si è mossa la Cina negli ultimi anni sul piano della tecnologia digitale militare?

Nell'ultimo decennio la Cina ha sempre più improntato lo sviluppo dell'Esercito popolare di liberazione in chiave di alta tecnologia. Prima di tutto intelligenza artificiale, sensori, satelliti, droni ed armi autonome. Questo perché non dobbiamo dimenticarci che la Cina, a differenza degli Stati Uniti o della Russia, non ha un esercito di veterani. L'Esercito popolare di liberazione non combatte sin dal 1979, quando aveva combattuto contro il Vietnam e non aveva fatto un'ottima figura.

Detto questo, non avendo veterani, avendo pochi generali che ancora si ricordano come si combatteva sul campo, c'è questa fiducia da parte cinese nell'intelligenza artificiale che può combattere e vincere superando, questa mancanza possibilità di combattimento che la Cina ha avuto. Questo è uno dei due punti cardini dello sviluppo dell'Esercito popolare di liberazione. Il secondo è la deterrenza nucleare, anche questa in chiave di alta tecnologia.

La Cina coltiva l'immagine di una potenza che preferisce intervenire per canali diplomatici ed economici, più che con la forza. C'è però un rafforzamento dell'impegno militare internazionale dell'Esercito popolare di liberazione: dove porta questa traiettoria?

Indubbiamente la Cina continua ad aderire al principio di non interferenza. Ha soltanto due basi militari fuori dai confini cinesi, una a Djibouti e l'altra presso i confini dell'Afghanistan, rispetto alle più di 800 basi militari americane. Già questo dimostra che la traiettoria cinese continua ad essere uno sviluppo più commerciale che militare.

Detto questo, non bisogna dimenticare che la Cina è uno dei maggiori attori nella vendita di armi leggere in Africa, per esempio nel Sahel subsahariano e in altre aree. In questo caso l'Esercito popolare di liberazione si sta espandendo più che altro in funzione di addestramento di altri eserciti, soprattutto in aree in cui opera la Belt and Road Initiative, la Nuova Via della Seta: in paesi come Tanzania, Etiopia e altri. Ma quando si tratta di proteggere gli interessi cinesi che possono essere investimenti, individui, lavoratori cinesi all'estero, allora non si tratta di inviare l'esercito cinese, bensì società di sicurezza privata.

Quando parliamo delle società di sicurezza privata in Cina, cosa intendiamo?

Non vanno confuse con private military company alla Blackwater, per esempio, e tanto meno con i mercenari di Wagner. Le società che operano all'estero per proteggere interessi cinesi, proprietà e infrastrutture cinesi all'estero sono la maggior parte delle volte disarmate. Quindi come possono queste società proteggere? A loro volta assumono contractor locali, o anche polizia e esercito locale. Fungono più che altro da manager per la sicurezza.

Quello che è importante è vedere lo sviluppo di queste società, che si stanno lanciando sempre più nella guerra cibernetica, nel cyber spazio e quindi offrono anche servizi cosiddetti di hacking for hire. Questo è particolarmente interessante perché si aveva, solo fino a qualche anno fa, l'impressione che i servizi di attacco, non solo quelli passivi, ma quelli attivi, su Internet in Cina fossero sviluppati o dall'esercito o persino da giovani hacker nazionalisti. Mentre si è visto – c'è stato un un recente leak due anni fa di una di queste società – che offrono proprio un menù di hacking for hire. Cosa vuol dire? Hackerare il ministero degli Esteri di una nazione, una società straniera o quant'altro ha un prezzo, e lo Stato in teoria pagava questo prezzo.

Perché la competizione sull'IA è già in mano a Washington e Pechino?

Perché hanno data center, hanno CPU e GPU, hanno modalità di sviluppo tecnologico che altri Paesi non hanno. Quindi se altri paesi dall'Europa, al Golfo, al Giappone, devono in certo modo diluire la propria sovranità per acquisire queste app e queste intelligenze artificiali, solo Cina e Stati Uniti possono permettersi di avere la propria.

Quali sono le differenze nell'approccio di Cina e Stati Uniti?

Il modello di sviluppo americano è un modello dal basso verso l'alto, in cui il Pentagono demanda a società come Palantir, Anduril o quant'altro di sviluppare un prodotto che poi verrà acquisito. Coi problemi che abbiamo davanti i nostri occhi tutti i giorni, come il problema di Anthropic che non vuole che la sua LLM e la sua intelligenza artificiale sia utilizzata dal Pentagono per scopi bellici o soprattutto di intelligence all'interno del paese.

In Cina è completamente diverso: è un modello verticale dall'alto verso il basso, in cui Pechino traccia una linea guida che è seguita dall'accademia, dalle società di Stato e dalle società private a cui vengono dati ingenti fondi. Quello di cui la Cina ha bisogno in questo momento sono dati, dati che arrivano dai sensori delle guerre, soprattutto dalla guerra in Ucraina, ma anche da questo che sta succedendo in questi giorni in Iran.

È questo quindi l'interesse della Cina in Ucraina e in Iran? Raccogliere dati per allenare la propria IA militare?

È essenziale assorbire dati grezzi che provengono dai sensori. Indubbiamente la Cina dal versante russo acquisisce questi dati, lo stesso accade per l'Iran. Alcuni dei sistemi di geolocalizzazione satellitare che l'Iran utilizza sono documenti pubblici, ma rilasciati da società private cinesi, come la Mizar Vision, per esempio, che utilizza satelliti e permette all'Iran di verificare l'impatto dei propri missili e l'impatto dei propri droni Shahed, soprattutto nell'area del Golfo dove ci sono basi americane.

Non dobbiamo aspettarci che la Cina intervenga direttamente in questi due conflitti?

Non c'è nessun tipo di intervento diretto cinese, anche perché Pechino non vuole valicare le linee rosse fondamentali per mantenere il principio di non interferenza. Ciò non vuol dire però che non ci sia un'interazione. L'Iran è un pilastro della Belt and Road Initiative cinese in Medio Oriente. È un partner commerciale strategico, ma non è un alleato militare. Però non bisogna mai dimenticare che già solo il supporto economico cinese nei confronti dell'Iran è essenziale per far sì che il Paese possa mantenere degli introiti derivanti dalla vendita del petrolio. E lo stesso si può dire per la Russia.

Nel mondo si riaccendono conflitti in modo sempre più frequente. Il prossimo fronte sarà quello di Taiwan?

Se volgiamo lo sguardo verso l'Indo-Pacifico il problema è non tanto il discorso di Taiwan, ma soprattutto Cina e Giappone. Per la prima volta il Giappone, solo qualche settimana fa, ha partecipato a una missione congiunta di esercitazioni con gli Stati Uniti e le Filippine. Per me è stato scioccante vedere soldati giapponesi in uniforme nelle Filippine dopo il 1945 per la prima volta.

E il Giappone in questo momento ha anche rotto uno di quei tabù che la Cina non pensava potesse accadere, ovvero l'esportazione di armi: sistemi di missili antiaerei verso le Filippine. Quindi la retorica della nuova premier Takaichi è non tanto più retorica, ma sono azioni concrete che stanno preoccupando molto Pechino. Se vogliamo vedere dei venti di guerra, li vedrai maggiormente sul fronte giapponese.

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