Salpata verso Gaza la nuova missione della Flotilla: “Proviamo a tornare in un posto che consideriamo casa”

Il sole picchia forte sul porto di Augusta, si riflette sul mare liscio come l’olio, mentre le bandiere della Palestina sugli alberi delle circa 60 barche ormeggiate si muovono a stento. Una lunga riunione, poi ci si carica a vicenda: tenersi per mano, un respiro profondo e visualizzare l’obiettivo. “Gaza, Gaza, Gaza”, ripete Yazan Eissa, palestinese d’origine e membro del comitato organizzativo della Global Sumud Flotilla.
“A Gaza e in Palestina le cose non sono cambiate, ma vogliono farci credere che lo siano. Nessuno sta più parlando del fatto che a Gaza si continua a morire per un genocidio, dalla dichiarazione del cessate il fuoco sono state uccise dell’esercito israeliano quasi 800 persone”, spiega a Fanpage.it Maria Elena Delia, la portavoce in Italia del movimento.
“Non si parla del fatto che i valichi sono prevalentemente chiusi e non entrano sufficienti aiuti umanitari, che i palestinesi vivono sfollati come bestie al macello in tendopoli in cui manca tutto, acqua corrente, servizi igienici, cibo, elettricità. Partiamo oggi perché vogliamo riportare i riflettori su Gaza e sulla Palestina, e perché vogliamo aprire un corridoio umanitario permanente, rompere il blocco navale illegale che strozza la popolazione gazawi dal 2007”, continua Delia.
Poi aggiunge che, a causa dell’aumento dei rischi dovuti alla situazione geopolitica attuale, “ci sarà una fermata in Turchia che ci consentirà di attuare una rivalutazione dei rischi. Se questi dovessero risultare troppo elevati, si prenderà in considerazione la possibilità di fermarci”.
Eppure questa missione ha creato diverse spaccature anche interne al movimento, tra chi crede che la situazione globale sia troppo pericolosa e chi si chiede se questa sia ancora la forma migliore per supportare i palestinesi.
“Come persona che ha vissuto e lavorato a Gaza, in Cisgiordania e in Libano, sento davvero che sia giunto il momento di cambiare strategia. L'appello che arriva dall'interno, dai palestinesi in Palestina e nella diaspora, è quello di portare la lotta a casa nostra, di sfidare la complicità dei nostri governi che permettono il genocidio, l'occupazione e la pulizia etnica, ma anche di bloccare i meccanismi della guerra, bloccare le navi cariche di armi, organizzarsi e mobilitarsi", spiega Caoimhe Butterly che ha a lungo lavorato come operatrice umanitaria sul campo e preso parte a numerose delle precedenti flotille.
"Ho anche dei profondi quesiti di carattere etico riguardo alla quantità di risorse finanziarie destinate a una strategia di questo tipo. Avere umiltà come movimento politico significa prendersi la responsabilità di cambiare rotta e strategia, se è questo che i palestinesi ci chiedono”, aggiunge.
Questa sarà la sua ultima missione, ha detto a Fanpage.it, e sarà a bordo dell’imbarcazione dedicata a Shireen Abu Akleh, la giornalista palestinese uccisa dall’esercito israeliano nel campo profughi di Jenin nel 2022, e in memoria di tutti i giornalisti uccisi a Gaza, in Cisgiordania e adesso anche in Libano. In ultimo Amal Khalil la giornalista uccisa da Israele nel sud del Libano solo qualche giorno fa.

“Salperò cercando di tenere insieme le contraddizioni e la consistenza di una missione fatta comunque di un alto livello di impegno, di coraggio e di umanità”, conclude l’attivista irlandese.
E di impegno, coraggio e umanità ne sa qualcosa Francesca Nardi, 28 anni, romana di origine, qui oggi per tornare in uno dei posti che considera casa.
“Sono felice”, ci dice poco prima di salpare, "perché sto provando a tornare in un posto che ho conosciuto e amato, dove ci sono molte persone a cui voglio bene. Una delle cose che ci insegna la resistenza palestinese è proprio il valore del diritto al ritorno in un luogo dove si sente di avere un pezzo di anima".
"Questa missione per noi è anche rivendicare questo diritto. Forte di questo insegnamento ho ovviamente anche tanta voglia di tornare salva a casa. Per questo ribadisco che questa non è una missione di eroi, è qualcosa di importante che va fatto, ma in sicurezza e la pretesa di essere difesi mentre lo facciamo”.
Francesca fa parte di Gaza Freestyle Festival che, con l’appoggio di ACS ha portato avanti per tanti anni progetti di scambio culturale con Gaza, attraverso il centro Vik, dedicato a Vittorio Arrigoni, e adesso distrutto dalle bombe israeliane.
“Per noi fare parte di questa missione è anche l'occasione di mettere in luce la chiusura della striscia di Gaza alla cooperazione internazionale. Sono pochissime le organizzazioni autorizzate da Israele ad accedere alla Striscia e sono fondamentalmente statunitensi”, continua Francesca.
“La presidente di ACS Meri Calvelli negli anni ha contribuito in migliaia di modi diversi al miglioramento della quotidianità nella Striscia, ma anche a costruire un racconto alternativo, dando la possibilità a tantissimi giornalisti di entrare e di raccontare un’altra Gaza”.

Vale la pena ricordare che ancora oggi neanche i giornalisti internazionali, come le organizzazioni umanitarie, possono tornare a Gaza in maniera indipendente.
Al di là delle critiche, dei quesiti, e di ogni contraddizione etica o politica, questa missione, come tutte le altre, non sarebbe possibile se non grazie alle centinaia di persone che per i motivi più disparati hanno deciso di imbarcarsi. Persone comuni, medici, insegnanti, studenti, madri, padri, attivisti da tutto il mondo, che vedono in Gaza la propria casa.
Sono circa le 14, quando la prima imbarcazione prende il largo dal porto turistico di Augusta, dopo di lei in fila indiana tutte le altre. Prima la tromba annuncia la partenza e poi il coro “free free Palestine” le accompagna fuori dal porto.
Uno striscione recita “in mare come in terra saremo flottille contro la vostra guerra”; è stato donato alla Freedom Flotilla dai portuali di Napoli ed è stato portato fino a qui per augurare buon vento alle imbarcazioni della Global, ricordando che mentre loro salpano a terra resta il compito di riempire le piazze.