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OPINIONI
Guerra tra Iran, Usa e Israele

Solo Trump può fermare una nuova escalation del conflitto tra Israele e Iran: deve decidere da che parte stare

I raid israeliani su Teheran dell’8 giugno dimostrano sempre di più come gli interessi tra USA e Israele nella guerra in Iran siano divergenti. E così Trump deve finalmente decidere da che parte stare.
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Dopo i raid israeliani contro il quartiere sciita di Beirut di Dahieh della scorsa domenica, che hanno causato due morti e 20 feriti, sono ripresi gli attacchi reciproci tra Israele e Iran in violazione del cessate il fuoco entrato in vigore lo scorso 8 aprile. Teheran ha lanciato missili balistici verso il Nord di Israele, ha attaccato un impianto chimico a Haifa e le basi aeree di Nevatim e Tel Nof. L’esercito israeliano (IDF) ha lanciato invece un attacco su larga scala contro le città iraniane di Teheran, Isfahan, Karaj e Tabriz, incluso l’impianto petrolchimico di Mahshahr, nel Sud-Ovest del paese. Alla vigilia dei raid, il presidente USA, Donald Trump aveva chiesto al premier israeliano, Benjamin Netanyahu attacchi “più chirurgici” contro il movimento sciita Hezbollah in Libano. Gli Stati Uniti non avrebbero dato a Israele il disco verde per i nuovi raid contro Beirut e non avrebbero partecipato ai nuovi attacchi di IDF in Iran. D’altra parte, i ribelli Houthi in Yemen hanno lanciato un missile, intercettato, contro Tel Aviv, a sostegno dell’Iran. Teheran ha ripetutamente minacciato la chiusura anche dello Stretto di Bab al-Mandeb, che collega il Mar Rosso con il Golfo di Aden, se la guerra dovesse riprendere.

Solo Trump può fermare una nuova escalation del conflitto

Tuttavia, secondo il capo negoziatore iraniano per il nucleare, Mohammad Qalibaf, gli USA avrebbero dato il loro assenso ai nuovi raid israeliani in Libano, dopo l’avvio della guerra sul fronte libanese lo scorso 2 marzo e mentre sono in corso i colloqui per l’estensione del cessate il fuoco tra il presidente libanese, Joseph Aoun, e la controparte israeliana. “Nessuno crede che il regime sionista agisca senza coordinamento con gli Stati Uniti”, ha affermato il portavoce del ministero degli Esteri iraniano, Esmail Baghaei.

Nonostante abbia a più riprese redarguito Netanyahu di evitare di mettere a rischio le trattative negoziali con l’Iran, Trump aveva dichiarato che il Libano non è parte dell’accordo in corso di negoziato con Teheran. In realtà, le autorità iraniane hanno posto le questioni dello scongelamento degli asset (tra i 12 e i 24 miliardi di dollari) iraniani, bloccati a causa delle sanzioni per il programma nucleare, e del cessate il fuoco in Libano, come precondizioni per arrivare a un’intesa, che nelle ultime settimane sembrava sempre più vicina, con Washington.

Il Libano come precondizione per un accordo

Dopo settimane di gravi violazioni della tregua, i nuovi raid reciproci tra Hezbollah e Israele sono iniziati nella notte di sabato e domenica scorsi. Gli attacchi israeliani hanno colpito al-Qawiya, Tiro, Byblos e al-Qatrani in Libano. I missili di Hezbollah, intercettati, erano diretti verso Naqoura e Haddatha nel Nord di Israele. La guerra tra Israele e Libano ha causato fin qui oltre 3613 vittime libanesi mentre 3 sono i morti civili israeliani e 30 i soldati di IDF uccisi. L’esercito di Tel Aviv avrebbe utilizzato anche fosforo bianco in aeree popolate in Libano durante gli attacchi, in particolare lo scorso 30 maggio a Nabatieh.

L’opposizione di Hezbollah alla tregua

Il leader del movimento sciita libanese, Naim Qassem, aveva definito qualsiasi intesa con Israele che accettasse il disarmo di Hezbollah e la zona cuscinetto di IDF a Sud del fiume Litani e a Nord del confine israeliano, come una “capitolazione”. Nonostante la prima tregua tra Tel Aviv e Beirut sia stata raggiunta lo scorso 16 aprile, IDF non ha mai fermato il genocidio e la pulizia etnica in Libano, sul modello perseguito a Gaza, procedendo con l’avanzata verso il Castello di Beaufort nei giorni scorsi. Nei colloqui tra autorità libanesi e israeliane si sta discutendo della formazione di “zone pilota” per il passaggio delle consegne tra IDF ed esercito libanese all’interno dell’area occupata da Tel Aviv.

L’Iran non si fida delle promesse USA

I nuovi raid reciproci tra Iran e Israele sono arrivati mentre prosegue lo stallo nei negoziati per raggiungere un possibile Memorandum of Understanding (MoU) tra Washington e Teheran, con la mediazione del Pakistan, che metta fine al conflitto. La guida suprema iraniana, Mojtaba Khamenei, che non appare in pubblico dal suo insediamento lo scorso marzo, ha avvisato che d’ora in poi chiunque attacchi gli alleati di Teheran subirà i raid iraniani. Si tratta di una presa di posizione molto dura da parte della guida suprema, che lo stesso Trump ha dichiarato di voler incontrare, e rappresenta una nuova fase della politica estera militare iraniana, inaugurata dopo la guerra di USA e Israele avviata il 28 febbraio scorso, di sostegno diretto agli interessi dell’Asse della Resistenza in Yemen, in Libano, in Siria e a Gaza, dopo gli attacchi di Hamas del 7 ottobre 2023, i raid reciproci tra Teheran e Tel Aviv del 2024 e la guerra dei 12 giorni del giugno 2025.

In bilico tra guerra e crisi economica

Eppure in Iran, non si ferma la repressione del dissenso, con la continua esecuzione delle condanne a morte dei dissidenti iraniani, dopo le mobilitazioni antiregime di inizio anno, costate la vita a migliaia di persone. Anche il regista pluripremiato, Jafar Panahi, è stato condannato a un anno di carcere per diffusione di propaganda contro la Repubblica islamica. Panahi, che si trovava negli Stati Uniti al momento dello scoppio della guerra, aveva deciso di fare rientro nel suo paese.

“Hanno attaccato e distrutto molti quartieri di Teheran, Bushehr, Isfahan, Kermanshah e Bandar Abbas, durante la guerra”, ci ha spiegato Sorush, attivista iraniano di Teheran che abbiamo contattato dopo la fine del blackout di Internet, durato oltre 4 mesi. “Ma fin qui l’Iran ha vinto perché gli Stati Uniti e Israele non hanno raggiunto i loro obiettivi. Tuttavia, abbiamo subìto gravi danni alle industrie petrolchimiche di Mahshahr, per esempio, e l’economia è in crisi in seguito all’aumento dei prezzi di prodotti come plastica e polietilene che hanno un uso diffuso in un ampio spettro di industrie”, ha aggiunto l’attivista.

Una lunga serie di violazioni della tregua

E così i raid tra Iran e Israele dell’8 giugno sono arrivati dopo una lunga serie di violazioni della tregua, raggiunta lo scorso 8 aprile. Nonostante il blocco navale USA nello Stretto di Hormuz, l’Iran ha dimostrato di saper bypassare lo stop al traffico marittimo imposto da Washington, dopo il fallimento dell’iniziativa USA “Project Freedom”, e di avere il controllo sostanziale sullo Stretto dove passa il 20% del traffico marittimo petrolifero mondiale. Gli USA hanno continuato a lanciare nelle ultime settimane raid contro i radar iraniani nelle isole di Goruk e Qeshm e contro il porto strategico di Bandar Abbas. Dal canto suo, l’Iran ha più volte preso di mira i paesi del Golfo, così com’è avvenuto durante i 40 giorni di guerra, in particolare attaccando l’aeroporto di Kuwait City, il Bahrain e gli Emirati Arabi Uniti (EAU). Teheran ha danneggiato venti siti militari statunitensi, presenti nella regione, dall’inizio della guerra.

L’Iran fa pressioni su Trump per chiudere l’accordo

Con il ritorno degli attacchi diretti tra Israele e Iran, Teheran vuole dimostrare di avere assunto un ruolo regionale decisivo in Medioriente contro i progetti di guerra permanente di Netanyahu. In questo modo sta dimostrando non solo di saper tenere testa agli attacchi statunitensi e alle pressioni esercitate dalla Marina di Washington nello Stretto di Hormuz ma anche di aver mantenuto le sue capacità militari di difesa del proprio territorio e degli interessi dei paesi alleati vicini. In altre parole, le autorità iraniane vogliono capire se gli USA di Trump sono davvero interessati a raggiungere un’intesa e a chiudere definitivamente la pagina della guerra o se vogliono continuare a fare gli interessi regionali israeliani.

Netanyahu in difficoltà

Dal canto suo, il premier israeliano, Benjamin Netanyahu, appare sempre più in difficoltà e sotto pressione. La scadenza elettorale in autunno mette a rischio la sua stessa leadership politica mentre un accordo tra Stati Uniti e Iran che normalizzasse, sul modello dell’accordo di Obama, i rapporti tra i due paesi potrebbe ridimensionare di gran lunga il ruolo strategico israeliano in Medioriente. E così Trump ha sostenuto che, in caso di intesa, Tel Aviv non potrà fare altro che accettare l’accordo. Il presidente USA non aveva esitato a definire “folle” la decisione di Netanyahu di riprendere i raid su Beirut nei giorni scorsi. Non solo, il Pentagono aveva lanciato l’allarme sui crescenti sforzi dell’intelligence israeliana per controllare il processo decisionale sulla guerra in Iran a Washington.

I raid su larga scala dell’8 giugno tra Israele e Iran dimostrano sempre di più come gli interessi tra USA e Israele nella guerra in Iran siano divergenti. Mentre i prezzi del petrolio hanno di nuovo superato i 97 dollari al barile, Netanyahu sta facendo tutto il possibile, come sempre, per mettere a repentaglio qualsiasi possibilità di intesa tra Stati Uniti e Iran. E così Trump deve finalmente decidere da che parte stare: se vuole continuare a combattere, nonostante l’impopolarità del conflitto negli Stati Uniti e in tutto il mondo, o chiudere, anche dopo l’altolà simbolico del Congresso, questa pagina bellica per molti versi imbarazzante per Washington con un accordo preliminare con l’Iran che può nel lungo termine limitare davvero le aspirazioni nucleari di Teheran.

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Giuseppe Acconcia è giornalista professionista e docente. Insegna Stato e Società in Nord Africa e Medio Oriente all’Università di Milano e Geopolitica del Medio Oriente all’Università di Padova. Dottore di ricerca in Scienze politiche all’Università di Londra (Goldsmiths), è autore tra gli altri de “Taccuino arabo” (Bordeaux, 2022), “Le primavere arabe” (Routledge, 2022), Migrazioni nel Mediterraneo (FrancoAngeli, 2019), Il grande Iran (Padova University Press, 2018).
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