“Gaza è nostra, niente arabi”: siamo stati alla marcia dell’estrema destra israeliana per ricolonizzare la Striscia

Il cielo è tinto di rosso mentre il sole tramonta sul mare di Gaza. Siamo all’estremità nord ovest della Striscia, tra Israele, il deserto e la barriera di separazione dell’enclave. Google Maps mostra a meno di un chilometro di fronte a noi le macerie di As-Siafa, cittadina palestinese a nord-ovest da Beit Lahia, rasa completamente al suolo nei primissimi giorni di guerra.
Al di là del confine non c’è più nulla, non ci sono case, non ci sono esseri umani.
Da questa parte, invece, si balla e si canta: è in corso la “marcia dei mille”, la sfilata di migliaia di israeliani che vogliono ricolonizzare la Striscia di Gaza.
“Per me, questo è il modo di dire al governo che il popolo d'Israele vuole tornare a insediarsi nella Striscia di Gaza e che questo è anche ciò che ci porterà la sicurezza”, dichiara una donna accorsa qui per la marcia insieme ai suoi figli, “era importante per me venire perché credo con tutto il cuore nell'insediamento nella Striscia di Gaza. Penso che io, come semplice cittadina dello Stato, debba fare il minimo indispensabile per arrivare a Gaza. Come residente di Sderot, come evacuata dal Gush Katif, avrei ancora molto, molto altro da aggiungere, ma sì, stiamo marciando perché vogliamo tornare a casa”, conclude con un sorriso compiaciuto mentre spinge il figlio più piccolo dentro al passeggino.
In marcia anche diversi esponenti della coalizione di governo, nove ministri su 25, più di un terzo del totale, e 24 parlamentari.
A sfilare in prima fila il Ministro della Sicurezza Nazionale Itamar Ben Gvir: "Ci saranno insediamenti ebraici in tutta Gaza: Gaza è nostra!", urla circondato dagli uomini della sicurezza mentre una donna, che solo dopo scopriremo essere parte del neonato partito Makom Lekulanu, dall’ebraico "Un posto per tutti noi", viene strattonata via per averlo contestato.
Nessun altro, a parte lei, contesterà questo fiume di gente in piena.
Ragazzi e ragazze giovanissime, madri, padri, nonni e nonne, intere famiglie con figli e nipoti. C’è chi corre, chi pedala sulla propria biciclettina rosa mentre il padre sfila verso Gaza con un ak-47 appeso al collo. Tante bandiere di Israele, moltissime bandiere associate al "Terzo Tempio" (e alle aspirazioni che vorrebbero ricostruire il Monte del Tempio dove oggi sorge la Spianata delle Moschee, che ospita la Moschea di Al-Aqsa e la Cupola della Roccia, il terzo luogo più sacro dell'Islam), tipiche dei movimenti nazional-religiosi ebraici e dei movimenti legati al sionismo messianico.

D’altronde a organizzare questa marcia è stato il movimento oltranzista Nachala, sanzionato dall’Unione Europea, Regno Unito e Canada proprio per le sue posizioni e le sue pratiche estremiste, guidato da Daniella Weiss, figura centrale del fondamentalismo religioso e del sionismo messianico in Israele.
“Mi chiedono ‘Cosa succederà agli arabi a Gaza?' Non ci saranno arabi a Gaza, inequivocabilmente. Non ci saranno più arabi”, ha dichiarato la donna di fronte al confine con Gaza. Parole che, scortate dalla presenza dei ministri in carica, smettono di essere la provocazione di una minoranza estremista ma diventano il programma politico, imminente, di una parte rilevante del governo israeliano.
Solo qualche giorno fa l'organizzazione israeliana Peace Now insieme a Kerem Navot ha pubblicato il suo ultimo rapporto dal titolo “Annus Mirabilis: Actions by the Israeli Government to Annex the West Bank, 2023–2025”, che analizza l'accelerazione senza precedenti delle politiche di annessione de facto della Cisgiordania da parte del governo israeliano. Il documento evidenzia come non si tratti di incidenti isolati, ma di una strategia sistematica che ha consolidato il controllo su quasi il 18% del territorio.
Un dato non sorprendente e destinato a crescere, se si considera che, sotto il governo attuale, il più a destra della storia del Paese, una legge del giugno 2023 ha sottratto la facoltà di autorizzare nuovi insediamenti al Gabinetto del primo ministro, attribuendola alla sola persona del ministro della Difesa, ovvero a Bezalel Smotrich, non a caso il leader del Partito Sionista Religioso e anche lui presente alla marcia.
Il controllo israeliano sulla Cisgiordania (essendo un territorio sotto occupazione militare secondo il diritto internazionale) era prima gestito dall'Amministrazione Civile, un organo che rispondeva direttamente alla catena di comando dell'Esercito (IDF) e al Ministero della Difesa. Ma, secondo il rapporto, l'attuale governo israeliano ha radicalmente alterato questo meccanismo, trasferendo competenze, poteri e autorità dall'esercito alla sfera politica e civile.
Tale decisione comporta che gli insediamenti potranno, quindi, proseguire indisturbati su ordine del solo ministro della Difesa. A questo si somma, sempre nel 2023, l’abrogazione della “Legge sul disimpegno” dalla Striscia di Gaza, voluta nel 2005 dall’allora premier Ariel Sharon, che ordinava il ritiro delle truppe di Tsahal e dei coloni dagli insediamenti nella Striscia di Gaza, il loro smantellamento e il divieto ai coloni di farvi ritorno.
Se a questo aggiungiamo ancora che fra tre mesi si andrà alle urne in Israele, la spinta sull'acceleratore da parte dei coloni sembra più che mai inevitabile: solo un cambio di governo potrà, infatti, garantire che l’avanzamento coloniale in Cisgiordania e le mire espansionistiche dentro Gaza vengano fermate.

Sabato scorso un nuovo attacco da parte di coloni israeliani ha preso di mira il villaggio di At-Tuwani nell'area di Masafer Yatta, il villaggio del premio Oscar Basel Adra regista di “No Other Land”. Secondo quanto riferito, i residenti sono stati terrorizzati dai coloni mentre diversi veicoli, abitazioni e una moschea sono stati dati alle fiamme.
"L'attacco", hanno dichiarato alcuni attivisti presenti in loco, "giunge in un momento di escalation di aggressioni mirate contro le famiglie palestinesi e le loro proprietà da parte dei coloni, sollevando il timore di ulteriori sfollamenti dalle loro terre".
“I coloni sono molto efficaci in Cisgiordania, quindi dobbiamo prendere i loro piani verso Gaza sul serio, ma penso che prima delle prossime elezioni non riusciranno né a terminare il lavoro in Cisgiordania né ad entrare a Gaza. Ma se avremo un altro governo con Ben-Gvir e Bibi, la situazione potrebbe peggiorare ancora”, commenta Yael Agmon Necht, attivista del partito Makom Lekulanu che incontriamo di nuovo dopo essere stati brutalmente cacciati via dalla marcia da parte degli stessi coloni.
“A Ben Gvir ho chiesto una cosa per me molto importante da sapere: qual è il suo piano per i milioni di palestinesi che vivono a Gaza? Sai, oggi stava marciando per gli insediamenti ebraici a Gaza, ma quello che non capisco nel suo piano è cosa succederà alle persone che vivono lì, che hanno una casa lì. E la sua risposta è stata molto chiara: lasceranno "volontariamente" Gaza. A me suona come una pulizia etnica e un piano per una deportazione. Da donna ebrea religiosa mi suona esattamente come ciò di cui hanno sofferto i miei nonni”, conclude, “con un governo molto radicale, le cose radicali sembrano sempre più normali. Abbiamo bisogno di un governo diverso perché le cose cambino”.
Intanto sul confine che si affaccia a Gaza è calato il buio, gli autobus e i caravan si dirigono verso la lunga strada che dal deserto del Negev porta verso gli insediamenti o nelle grandi città.
“Vogliamo reinsediarci in tutta la Striscia di Gaza”, conclude un uomo all’interno della marcia, “cominciando dal Nord, dal perimetro settentrionale. E, con l'aiuto di Dio, prenderemo tutta la Striscia di Gaza, perché è nostra, è la nostra Terra d'Israele, non ce ne vergogniamo. Vogliamo costruirla, insediarci lì, sarà la nostra vendetta sui nostri nemici. E questo è solo l'inizio".