
Dall’8 luglio scorso sono ripresi i raid reciproci tra Stati Uniti e Iran in violazione del cessate il fuoco, entrato in vigore lo scorso 8 aprile, e del Memorandum of Understanding (MoU), firmato dalle due parti il 17 giugno. Non solo, il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, ha disposto il ripristino del blocco navale USA nello Stretto di Hormuz e ha riferito della possibilità, poi ritirata, di imporre un pedaggio a stelle e strisce del 20% per le navi che lo attraversano e che sono dirette in Iran. Dal canto suo, Teheran ha imposto la chiusura dello Stretto, ha attaccato le navi che hanno provato a passare per Hormuz, senza il proprio via libera, e ha continuato a bombardare le basi USA nei Paesi del Golfo, inclusi Kuwait, Bahrain e Giordania.
Raid USA ed esportazioni di petrolio
Come conseguenza della nuova ondata di attacchi, il traffico marittimo a Hormuz si è fermato dopo una lenta ma crescente ripresa, in seguito alla stipula del MoU, per molti versi generico e aperto all’interpretazione a favore dell’una o dell’altra parte, e alla fine del blocco USA. Non solo, nei 26 giorni di fine temporanea delle sanzioni USA, reimposte con il ritorno dei raid, sulle esportazioni di petrolio iraniano, come da accordo preliminare, Teheran ha incassato 6 miliardi di dollari. 80 milioni di barili di petrolio e prodotti raffinati sono partiti dall’Iran mentre restano 30 milioni di barili di petrolio di scorte.
Una strategia sbagliata
L’intera guerra contro l’Iran, avviata il 28 febbraio scorso, si è dimostrata ingiusta e illegale perché non ci sono prove che Teheran si stesse dotando di un’arma atomica. E così il conflitto in sé ha creato per l’Iran una nuova leva strategica: il controllo di Hormuz. Dopo la prima chiusura dello Stretto lo scorso marzo, Teheran ha dimostrato di poter tenere l’economia globale in ostaggio, bloccando il traffico marittimo internazionale nello Stretto. Non solo, grazie all’influenza che esercita per procura sugli Houthi in Yemen, l’Iran può estendere il blocco al Mar Rosso e allo Stretto di Bab el-Mandeb. In altre parole, la guerra di Trump anziché risolvere la questione del nucleare ha creato un nuovo problema: il passaggio sicuro e gratis per Hormuz.
La fine dell’accordo
Nonostante questo e le sue dichiarazioni molto aggressive nei confronti della leadership iraniana, Trump non sembra interessato al ritorno di un conflitto su larga scala contro l’Iran. I raid USA che vanno avanti a intervalli regolari da settimane mirano principalmente a limitare la capacità di controllo e monitoraggio dello Stretto a Qeshm e Bandar Abbas da parte delle autorità iraniane. L’Iran si è dimostrato in questi mesi capace di gestire una guerra di logoramento e di attrito nel lungo periodo, mentre Washington ha spesso premuto sul pedale dell’acceleratore per arrivare a una soluzione rapida del conflitto, con i prezzi del petrolio in veloce ascesa e le elezioni di midterm negli USA alle porte.
Nessuna intesa
In altre parole, poiché Trump chiaramente non può raggiungere un accordo migliore di quello di Obama del 2015 (JPCOA), potrebbe voler concludere il conflitto senza una vera intesa con l’Iran. E così Trump ha dichiarato “morto” il MoU, ha avviato nuovi raid e ripreso a minacciare la ripresa del conflitto.
Anche a Teheran i falchi non hanno intenzione di accordarsi con Washington, e hanno criticato duramente il tentativo di mediazione dei negoziatori iraniani, Mohammad Ghalibaf e Abbas Araghchi. 180 parlamentari in Iran hanno firmato una lettera per la rescissione del MoU con Washington, anche in relazione all’imponente manifestazione di sostegno al regime, emersa con i funerali della guida suprema, Ali Khamenei, che hanno raccolto milioni di suoi sostenitori nelle principali città iraniane e irachene. Come se non bastasse, al ritorno negli USA dopo aver coperto i funerali in Iran, il giornalista indipendente statunitense, Max Blumenthal, ha visto sequestrati cellulare e computer per le sue posizioni critiche contro la guerra di Trump.
Una sconfitta politica
Sebbene Trump abbia ripetuto per oltre 106 volte la sua versione del conflitto che riferisce di una distruzione quasi completa delle capacità militari iraniane, da un punto di vista politico il conflitto non è risolto. Non solo, il sostegno al regime di Teheran è cresciuto anziché diminuire, come promesso da chi ha premuto per un intervento esterno pur di sostenere i movimenti contro gli ayatollah, avviatisi a inizio anno e finiti nella sanguinosa repressione dei mesi scorsi.
Iran: punti di forza e di debolezza
Ma l’Iran ha dimostrato di poter contare su un’ampia gamma di soluzione strategiche. A partire dalla mediazione diplomatica di Paesi come Oman, Qatar, Turchia, Egitto, Arabia Saudita e Pakistan. E poi, di essere capace di dividere i Paesi del Golfo, a partire da Emirati Arabi Uniti (UAE), Kuwait e Bahrain che si sono dimostrati più vicini alle posizioni israeliane. Non solo, dispone ancora di una rete capillare di attori che può mobilitare per procura in Siria, Iraq, Yemen e Libano. Ma soprattutto può esercitare il controllo su Hormuz mettendo a dura prova l’economia globale nei momenti di pressione massima. D’altra parte, è vero che la guerra ha messo in ginocchio l’economia iraniana, con un aumento senza precedenti dei prezzi, e una popolazione sempre più provata da mesi di guerra.
La questione dei pedaggi
A dimostrazione che Trump non abbia un’idea chiara su quale sia la strategia utile per uscire dal conflitto è arrivato il suo annuncio, poi ritirato, di una possibile tassa del 20% sul traffico marittimo nello Stretto. Questa ipotesi contraddice le indicazioni di un passaggio gratuito per tutti, avanzate dallo stesso Segretario di Stato, Marco Rubio, per bloccare le mire iraniane. Per questo, le parole di Trump rappresentano un precedente molto grave che per molti versi finisce per legittimare l’intenzione di imporre un pedaggio per “servizi marittimi”, ipotizzata da Iran e Oman.
Un passo indietro
E così dopo oltre quattro mesi di guerra, da entrambe le parti non ci sono novità strategiche significative. Si stanno ripetendo le stesse dinamiche dello scorso marzo per cui Trump minaccia continuamente l’escalation militare, che avrebbe un costo politico ed economico, con l’inesorabile aumento dei prezzi del petrolio, molto alto per Washington. Mentre l’Iran è sempre più motivato a dimostrare la sua capacità di completo controllo su Hormuz, di resistenza militare e di voler vendicare politicamente USA e Israele, colpevoli di aver decimato la leadership iraniana, in un colpo solo, come confermato dall’ultimo messaggio della nuova guida suprema, mai apparsa in pubblico, Mojtaba Khamenei.
La ripetizione delle stesse strategie
Il blocco navale USA dello scorso aprile si è sicuramente dimostrato efficace nello spingere i negoziatori iraniani a trovare una soluzione diplomatica ma questa volta Teheran potrebbe tentare il tutto per tutto, introducendo misure di economia di guerra con limitazioni all’uso dell’energia elettrica, come anticipato dallo stesso presidente Pezeshkian.
Non solo. Trump ha anche minacciato di colpire nuovi impianti nucleari in Iran, come il sito di ricerca fortificato a Sud di Teheran, Pickaxe Mountain. Eppure, come dimostra la guerra dei 12 giorni del giugno 2025, l’efficacia di questo tipo di raid è difficile da dimostrare in assenza di un meccanismo indipendente di verifica dello stato degli impianti da parte dell’Agenzia internazionale per l’energia atomica (AIEA).
Il pantano iraniano
E così l’Iran si sta trasformando per Trump in un altro Iraq o peggio ancora in un altro Vietnam mentre i sondaggi danno il leader repubblicano in caduta libera nella sua base elettorale MAGA e le Camere hanno già votato per la sfiducia per una guerra che non sarebbe mai dovuta iniziare. Con la visita del premier iracheno a Washington, Ali al-Zaidi, gli USA hanno annunciato il ritiro completo delle truppe dal Paese entro il 30 settembre. Una guerra disastrosa, quella in Iraq, che 23 anni dopo ancora esercita un peso indelebile tra gli elettori USA che non a caso si sono augurati un completo disimpegno di Washington dal Medio Oriente, con l’elezione di Trump. In altre parole, il pantano iraniano potrebbe segnare la fine politica di Trump e di una classe politica USA che si è dimostrata poco lungimirante nella gestione dei suoi rapporti con Israele.
Ahmadinejad, l’uomo di Tel Aviv
Per Israele invece, la logica della guerra permanente implica l’occupazione di Gaza, delle Alture del Golan in Siria e del Sud del Libano, anche contro gli interessi americani. Non solo, prevede di coltivare leader trasformisti, come l’ex presidente populista iraniano, Mahmud Ahmadinejad, diventato in pochi anni da nemico giurato di Tel Aviv a suo uomo a Teheran, dopo vari incontri con il Mossad a Budapest nel 2024, ampiamente certificati da inchieste giornalistiche. In altre parole, sarebbe dovuto essere lui il leader di transizione a guidare il Paese, se i primi raid di USA e Israele di marzo avessero innescato mobilitazioni di massa anti-regime. Ma così non è stato.
La guerra di Stati Uniti e Israele contro l’Iran è invischiata in una spirale che rischia di ripetere all’infinito le stesse strategie fallimentari dello scorso marzo con la chiusura dello Stretto di Hormuz e il blocco statunitense al traffico marittimo verso l’Iran. Soltanto con una soluzione negoziale che ripristini il normale traffico nello Stretto e l’avvio di seri negoziati, che prevedano concrete compensazioni economiche con lo sblocco degli asset congelati a causa delle sanzioni internazionali, in tema di nucleare, si può creare il clima di fiducia necessario per ridisegnare gli equilibri di potere in Medio Oriente e aprire finalmente una nuova pagina per gli equilibri geopolitici nella regione.