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Sanzioni, nucleare e fondo investimenti: i 14 punti del memorandum USA e Iran

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Non si sa bene cosa succederà domani in Svizzera, visto che Donald Trump – un po’ a sorpresa, in pieno stile Trump – ha deciso di firmare l’accordo con l’Iran lui stesso mentre era a cena a Versailles con il presidente francese Macron, a margine del G7. Potrebbe esserci una cerimonia ufficiale con JD Vance e la delegazione iraniana (ma anche il presidente del parlamento, Masoud Pezeshkian ha già messo la sua firma) oppure è possibile che si decida già entrare nel merito dei negoziati. Del resto, i 14 punti del memorandum d’intesa definiscono un perimetro, che però andrà riempito di dettagli nei prossimi 60 giorni. Trump dice che “se gli iraniani non faranno i bravi” gli Stati Uniti non ci penseranno due volte a “bombardarli di nuovo”, mettendo in chiaro che in questi prossimi due mesi tutto può accadere.

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Allo stesso tempo, Trump ha usato anche un’altra retorica. Se da un lato ha messo in chiaro che nulla gli vieta di far ripartire i missili in qualsiasi momento, dall’altro si è autoelogiato per questo accordo, intestandoselo come successo personale. Trump ha detto che con questo memorandum sono stati “raggiunti tutti gli obiettivi prefissati e anche di più”, che alla fine lui ha “sempre ragione” perché se non avesse fatto ciò che ha fatto “l’Iran avrebbe fatto saltare per aria tutto il Medio Oriente e Israele”. Ha anche aggiunto che gli accordi precedenti sul programma nucleare iraniano, quelli firmati oltre dieci anni fa da Barack Obama, erano “la strada verso l’arma atomica”, mentre questo – che lui stesso definisce Accordo Trump – “è un muro contro l’arma atomica che nessuno riuscirà a superare”.

Chi ha vinto e chi ha perso la guerra

Forse effettivamente il tema del nucleare, dell’uranio arricchito, è quello su cui Trump può maggiormente rivendicare di essere riuscito a ottenere qualcosa, anche se molto si definità nei prossimi 60 giorni. Ma sugli altri punti l’ago della bilancia sembra propendere di più verso Teheran. Il primo punto riguarda il Libano e sancisce la fine dei combattimenti anche su quel fronte, riconoscendo l'integrità territoriale del Paese, cosa che Israele – che ha trascinato gli Stati Uniti in questa guerra – non voleva assolutamente. Il secondo punto dice che le due parti non devono interferire nei rispettivi affari interni: per Trump, che aveva cominciato questa guerra dicendo esplicitamente di volere un cambio di regime, è chiaramente un segnale di sconfitta. Perché alla fine quel cambio di regime non l’ha ottenuto, visto che la Guida Suprema continua a chiamarsi Khamenei e che gli Ayatollah rimangono al potere, e adesso ha anche controfirmato un accordo in cui promette che non tenterà mai più nulla di simile.

Cosa succederà a Hormuz

Il terzo punto è quello che stabilisce la cornice di tempo per finalizzare i negoziati: 60 giorni. Il quarto e il quinto punto riguardano Hormuz: uno determina la riapertura dello stretto e la fine del blocco navale, impegnando anche le navi statunitensi a ritirarsi da quelle acque, mentre l’altro stabilisce che per due mesi non ci sarà alcun pedaggio al transito e che in seguito si dovranno negoziare delle regole con l’Oman (che si trova sull’altra sponda) e gli altri Paesi del Golfo. Se da un lato un accordo che possa mettere tutti d’accordo nel riconoscere esclusivamente all’Iran di poter dirigere il traffico in quel canale con dei pedaggi, dall’altro di fatto c’è un’apertura che va in quella direzione. Quindi un riconoscimento di cosa, almeno sulla carta, potrebbe spettare all’Iran. E non è una cosa da sottovalutare.

La questione economica

Il sesto punto è quello che istituisce un fondo da 300 milioni di dollari per la ricostruzione dell’Iran. Questo è uno dei punti che più sta pagando Trump, anche con la sua stessa base Maga, che lo definisce apertamente una follia. Marc Thiessen, di Fox News, ha commentato dicendo che è come offrire un piano Marshall alla Germania con i nazisti ancora al potere, mentre Chris Rudt di Newsmax – un altro alleato di Trump – ha chiesto di quale ricostruzione si stia parlando, se i missili statunitensi non hanno colpito le città e le infrastrutture civili, e ha aggiunto che questi soldi potrebbero aiutare a rimettere in piedi l’apparato militare dei Pasdaran. Non è tutto, sul fronte economico. Il settimo punto riguarda infatti le sanzioni all’Iran: stabilisce che di fatto, se Teheran rispetterà i termini dell’accordo, verranno azzerate. Una per una. E questa probabilmente è la vittoria più grande per Teheran, che va ben oltre questa guerra. Da oltre un decennio il regime iraniano cerca di liberarsi delle sanzioni occidentali che strozzano la sua economia, che hanno fatto schizzare l’inflazione alle stelle nel Paese, che lo isolano dal punto di vista finanziario. Questa normalizzazione Teheran la cercava da anni e anni. E adesso è messa nero su bianco nell’accordo di Trump.

Il programma nucleare iraniano

L’ottavo punto è quello sul nucleare, per cui l’Iran si impegna a non costruire, comprare o acquisire in alcun modo l’arma nucleare. E poi – così arriviamo al punto che più di tutti gli Stati Uniti possono considerare un successo – Teheran per la prima volta accetta di diluire in loco, sotto la supervisione dell’Aiea, cioè dell’Agenzia internazionale dell’energia atomica, gli oltre 400 chili di uranio arricchito nelle mani dei Pasdaran. Tutto il resto però è rimandato a un secondo momento: la discussione sul futuro del programma nucleare iraniano è probabilmente il tema più delicato di tutto il negoziato, e dovrà essere definita in questi 60 giorni, con la possibilità di prolungare i negoziati nel caso non si dovesse trovare un’intesa.

Il nono punto sancisce lo status quo, vietando altre sanzioni o lo schieramento di militari. Il decimo punto dà il via libera all’Iran per tornare a esportare petrolio e altri prodotti collegati, un’altra boccata di ossigeno per le casse di Teheran. Lo stesso potremmo dire dell’11esimo punto, quello che prevede lo scongelamento degli asset e i beni iraniani che erano stati bloccati all’estero. Parliamo di miliardi e miliardi di dollari: anche in questo caso Washington puntualizza che verranno rilasciati solo in cambio del rispetto dell’accordo e di passi avanti in tal senso da parte dell’Iran. Però anche con tutte le precisazioni del caso, anche questo punto va decisamente in favore di Teheran. Gli ultimi tre punti, 12-13-14, raccontano più che altro il quadro dell’accordo: stabiliscono che sarà istituito un meccanismo di verifica e monitoraggio dell’intesa, definiscono le modalità con cui passare alla seconda fase e, dulcis in fundo, chiedono al Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite (grandi assenti in tutta questa partita) di ratificare il testo con una risoluzione vincolante.

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