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Al di là di come la si pensi politicamente, è difficile considerare il modello Albania un successo nella gestione dei flussi migratori. Le strutture che il governo italiano ha finanziato a Shëngjin e Gjadër rimangono quasi sempre vuote, i costi della logistica sono molto elevati e gran parte dei trasferimenti auspicati si sono rivelati poi illegali e sono stati bloccati dalla magistratura. Ora però l’Europa, dopo la crisi di Ceuta, vuole accelerare e dotarsi di un sistema molto simile. E l’Italia è in prima linea nel sponsorizzare una ricetta che rivendica, al di là dei risultati concreti e al di là di quello che potrebbe voler dire per i diritti delle persone migranti.
La linea comunque è chiara ed è stata discussa oggi, alla riunione straordinaria dei ministri dell’Interno dell’Unione europea. Per l’Italia, quindi, Matteo Piantedosi, che ha illustrato la proposta: hub per i migranti in Paesi terzi africani dove le persone verrebbero identificate e, nel caso in cui non avessero i requisiti, rimandate indietro. Si parla della possibilità di costruire questi centri in Paesi come il Ruanda, il Ghana, l’Uganda. Ma anche il Senegal, la Mauritania, l’Egitto, l’Uzbekistan, pure il Montenegro anche se il Paese è in lista per entrare nell’Unione europea. Non sono nomi di Stati campati in aria. Le nuove regole europee sulla migrazione e l’asilo già permettevano l’esternalizzazione delle frontiere tramite accordi con questi Paesi terzi e, ad esempio, Germania e Danimarca avevano già avviato delle trattative. Il punto, adesso, è rendere la strategia comunitaria, fare dei negoziati come Unione europea e non come singoli Paesi.
Come funzionerebbero i return hub
Anche i finanziamenti per costruire questi hub e gestirli, ovviamente, sarebbero europei. Per gli Stati terzi, invece, ci sarebbero sul piatto piani di investimenti, cooperazione e vantaggi per quanto riguarda dazi e tariffe. Parlando al vertice, Piantedosi ha citato specificamente il modello Albania e ha detto che “processare le richieste di asilo con procedure di frontiera accelerate” e che rimpatriare direttamente da questi centri, senza il passaggio sul suolo europeo, rappresenterebbe “il più forte deterrente possibile contro il traffico di esseri umani e contro i flussi irregolari”. Il ministro ha anche sottolineato come serva una strategia europea comune nella gestione dei flussi, in modo da “non rincorrere più le emergenze all’interno dei nostri confini, ma agire come un blocco unito, utilizzando “tutte le leve economiche e politiche” nei confronti di quei Paesi terzi che non collaborano sui rimpatri.
Vanno fatte però delle precisazioni. La collaborazione con Paesi terzi non è una novità per i Paesi europei. Magari non con gli hub, per cui l’Albania ha rappresentato un precedente, ma con altre misure, i Memorandum d'intesa ad esempio con la Libia e la Tunisia. Sappiamo che appaltare all’estero, a Paesi dove la democrazia perde pezzi o è totalmente assente, vuol dire mettere da parte la salvaguardia dei diritti umani e la tutela delle persone. Vuol dire lasciare le persone migranti a loro stesse e abdicare alla salvaguardia di un loro diritto fondamentale: quello a chiedere la protezione internazionale e l’asilo.
I precedenti: l'Albania e il Ruanda
E in realtà sappiamo anche qualcosina sul modello degli hub. Prendiamo l’Albania: secondo i piani iniziali del governo Meloni i centri avrebbero dovuto avere una capienza di circa 3mila persone, un ricambio continuo, per un totale all’anno di oltre 30mila ospiti. 36mila, per la precisione. Le cose sono andate in maniera molto diversa, con appena qualche centinaio di migranti trasferito nei centri. Senza contare che per gran parte dei rimpatri i migranti sono comunque dovuti tornare prima in territorio italiano. Insomma, numeri irrilevanti per la complessiva gestione dei flussi in Italia, ma che hanno comunque comportato costi elevati, anche solo per la spola tra i due Paesi.
Il Regno Unito, poi, ha uno storico per quanto riguarda il Ruanda. Alcuni anni fa l’ex premier Boris Johnson aveva progettato di trasferire nel Paese chiunque entrasse illegalmente in Gran Bretagna. Sono stati firmati accordi e pagati in totale 290 milioni di sterline al governo del Ruanda per costruire le strutture. Ma alla fine la Corte suprema britannica aveva dichiarato il piano illegale: è rimasto in piedi per circa due anni, ma solo quattro persone sono state trasferite in Ruanda, su base volontaria.
Perché non è la soluzione
Insomma, ci sono tante ragioni per pensare che gli hub in Paesi terzi non siano la giusta soluzione per la gestione dei flussi migratori. Che sicuramente deve essere migliorata, ci devono essere regole che riescano a mettere insieme la solidarietà, le possibilità di integrazione, le capacità di accoglienza dei Paesi di arrivo. Gestire le domande direttamente nei Paesi di origine sicuramente risparmia viaggi pericolosissimi, dove molte persone perdono la vita e sono continuamente esposte alle violenze e ai ricatti dei trafficanti. Ma appaltare tutto, senza assicurarsi che vengano rispettati diritti, libertà e dignità delle persone, significa semplicemente spostare il problema. E a farne le spese sono sempre loro, le persone migranti. Donne, uomini, bambini, famiglie. Persone con dei sogni e delle legittime aspirazioni. Persone a cui l’Europa sta semplicemente chiudendo la porta in faccia.
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