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La guerra scatenata dagli Stati Uniti e Israele contro l’Iran ha innescato una crisi che si è estesa a molte aree del mondo, oltre al Golfo, andando a scombinare gli equilibri in diversi settori. Uno di questi è sicuramente il turismo, che è stato colpito sotto diversi punti di vista. C’è un tema legato alle destinazioni, alla logistica e alla sicurezza: chi progettava di passare le ferie estive facendo un viaggio in un Paese del Golfo – o anche in estremo Oriente, facendo quindi uno scalo a Dubai o in altri aeroporti della regione – probabilmente ha rivisto i propri piani. O per paura di vedere i propri voli cancellati all’improvviso, o per paura di rimanere bloccato in un Paese terzo a causa della chiusura degli spazi aerei.
Voli cancellati a causa della guerra nel Golfo
Basti pensare che quando è scoppiato il conflitto e sono stati lanciati i primi attacchi sono stati cancellati migliaia e migliaia di voli, circa 5mila, e che da settimane ormai sono ripresi i bombardamenti nella regione. Per cui c’è il timore che i voli possano nuovamente risentire della guerra. Ma in generale, chi stava progettando un viaggio lungo, magari con più voli da prendere, potrebbe aver desistito dal prenotare per paura della carenza di carburante: nei mesi scorsi abbiamo già visto come il razionamento e le difficoltà nel reperire le scorte abbiano causato problemi in alcuni aeroporti.
Prezzi dei carburanti alle stelle
Ma non c’è solo un tema logistico ad aver pesato sui progetti di ferie degli italiani. La guerra e la crisi geopolitica hanno causato uno shock energetico importante. Con il blocco dello stretto di Hormuz e il crollo delle esportazioni di petrolio dal Golfo, i prezzi dei carburanti sono schizzati alle stelle. Anche nei giorni scorsi il diesel è tornato sopra i due euro al litro. E questo non è un problema solo per chi aveva in mente un viaggio in macchina quest’estate. L’aumento del costo del combustibile ha generato uno shock energetico e un aumento dei prezzi a cascata. E questo è emerso anche dallo studio di Assoutenti, Dossier Vacanze 2026, che ha evidenziato come gli aumenti generalizzati stiano impattando anche il settore del turismo.
In questo studio è stata fatta una simulazione che ci dice che per un soggiorno da 7 notti in Italia, nel mese di agosto, una famiglia di quattro persone spenderà in media 2.025 euro, cioè il 12,6% in più dell’anno scorso, considerando lo stesso periodo. Oltre all’aumento dei prezzi dovuto alla crisi bisogna considerare anche un altro fattore: cioè che per l’insicurezza percepita rispetto al traffico aereo, sempre più persone quest’anno hanno deciso di rimanere in Italia per le vacanze estive, e questa crescita della domanda ha chiaramente un effetto sul mercato.
La speculazione
Il presidente di Assoutenti, Gabriele Melluso, ha commentato:
“La guerra in Medio Oriente ha prodotto uno tsunami sul comparto turistico modificando le scelte estive dei cittadini: si resta sempre più in Italia e chi si appresta oggi a prenotare una villeggiatura in una località di mare nazionale trova una minore disponibilità di alloggi e, quindi, prezzi medi più alti. Di contro spostarsi in aereo per raggiungere mete estere anche esclusive risulta quest'anno particolarmente conveniente, grazie al calo della domanda di biglietti aerei legato al conflitto in atto. Tuttavia, come sempre in questi casi, il rischio è che la guerra in Medio Oriente sia utilizzata dagli operatori del settore per applicare rincari di prezzi e tariffe anche per voci che nulla hanno a che vedere con la situazione geopolitica internazionale, realizzando una speculazione sulle vacanze estive degli italiani”.
Un lusso per pochi
Lo shock energetico di questo 2026 si aggiunge all’inflazione e alla crisi che aveva scatenato un’altra guerra qualche anno fa, quella in Ucraina. Senza contare gli strascichi del Covid. In generale dopo il 2020 il costo della vita è aumentato in modo repentino e il settore del turismo non ha fatto eccezione. Il problema è che mentre cresce il prezzo di qualsiasi cosa, gli stipendi in Italia rimangono sempre quelli. Gli stipendi non crescono da trent’anni, si dice spesso. Ora l’Ufficio parlamentare di bilancio ha messo in fila un po’ di numeri. E ha evidenziato come dal 1990 a oggi le retribuzioni reali in Italia siano calate dell’1,6%, mentre nei Paesi Ocse in media sono cresciute del 35%.
Un divario importantissimo, che fa sì che le vacanze diventino sempre più un lusso per pochi.
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