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Confondere la propaganda con la sicurezza, sulla pelle dei minori: tutto ciò che non torna nel ddl anti maranza

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Il ddl anti-maranza è un provvedimento inserito nell’ultimo decreto Sicurezza che, tra le altre cose, interviene sull’imputabilità dei minori, dei ragazzini tra i 14 e i 18 anni. Il giudice non dovrà più dimostrare, quando un giovanissimo commette un reato, fosse perfettamente capace di intendere e di volere, rispetto a ciò che stava facendo, ma questa capacità sarà presunta fino a prova contraria. Viene cioè invertito l’onere della prova, non bisogna più dimostrare una cosa, ma il suo contrario nel caso venisse invocata un’assenza.

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Cosa c'è nel ddl anti paranza

Non è l’unica misura del provvedimento. C’è anche il divieto di aggregazione, che può disporre il questore nei confronti delle baby gang, quando ritiene che si tratti di persone pericolose per l’ordine pubblico: di fatto può vietare a determinate persone di stare insieme e aggregarsi in determinati momenti. Non solo, viene anche esteso ai minori il fermo di prevenzione, che può essere applicato in situazioni particolari nel caso in cui la polizia abbia il sospetto che la persona stia per commettere azioni violente, ad esempio se viene trovata in possesso di armi. Viene poi introdotta una stretta sui danneggiamenti compresi in gruppo, con pene che possono arrivare fino ai cinque anni di carcere. E ancora, un’altra stretta riguarda i coltelli e le armi da taglio: le sanzioni aumentano se i minori vengono sorpresi con delle lame soprattutto in luoghi sensibili, come stazioni e mezzi pubblici.

Dopo aver varato questo pacchetto di norme, definite appunto ddl anti-maranza, Giorgia Meloni ha pubblicato un video sui social dicendo:

"Oggi il governo ha approvato un ddl che cambia le regole sull'imputabilità dei minori: voglio spiegarvi cosa cambia e perché. Comincio da un principio che noi stiamo cercando di affermare in ogni ambito: chi aggredisce, chi rapina, chi devasta deve pagare sempre, anche se ha 15 o 16 anni. Per questo abbiamo agito e continuiamo ad agire con l'arresto per i minorenni sorpresi con un'arma, con norme severe contro la diffusione dei coltelli, pene più dure per i danneggiamenti di gruppo. Oggi facciamo un passo ulteriore. Il nostro ordinamento prevede attualmente che un minore tra i 14 e i 18 anni risponda di un reato solo se un giudice accerta che fosse capace di intendere e di volere. Con questo provvedimento quella capacità si presume sempre. Significa che si potrà ancora dimostrare il contrario davanti a un giudice ma il punto di partenza cambia. Prima si presumeva l'incapacità, oggi si presume la responsabilità".

Questa norma colpisce soprattutto chi pensa di essere intoccabile, sfrutta i minori come manovalanza per i propri affari ma serve anche a punire quei ragazzi che pensano di poter fare come vogliono perché sanno che tanto non accadrà loro nulla. È chiaro che la norma da sola non risolve il problema né quando si parla di giovanissimi si può ragionare solo sul piano della repressione. Questo provvedimento è un tassello in un percorso molto più difficile, spesso silenzioso, perché un ragazzo di 15 o 16 anni che diventa violento o commette reati quasi mai ci arriva da solo. Molto spesso c'è una famiglia che lo ha dimenticato, una scuola che ha perso i contatti, un quartiere dove la sera non c'è nulla, un adulto che ha approfittato del vuoto. Riempire quel vuoto richiede molto lavoro, sostegno alle famiglie, scuola, formazione, lavoro, centri sportivi, spazi di aggregazione, lotta al degrado, presidi nelle aree più difficili. E noi  stiamo lavorando su tutti questi fronti, tutto si tiene insieme: la fermezza senza alternativa non basta ma le alternative senza fermezza non risolvono il problema. Alcuni risultati si iniziano a vedere, per questo vogliamo insistere. Perché uno Stato giusto ha il coraggio di cambiare le regole quando non funzionano e ha il dovere di essere severo con chi sbaglia ma anche presente con chi rischia di perdersi perché non c'è vera libertà senza responsabilità".

Alla radice del problema

Ecco, Meloni lo dice, che il provvedimento da solo non agisce sulle radici del problema, che serve stare vicino e comprendere le nuove generazioni, serve investire sulla scuola, dare sostegno alle famiglie, creare luoghi di aggregazione. Tutte queste cose, però, dove sono? Perché ciò che si vede è la stretta securitaria, non molto di più. Il tutto anche velato da propaganda razzista. Il provvedimento è stato rinominato appunto ddl anti maranza, facendo riferimento a uno specifico gruppo: quello dei ragazzini di seconda generazione, che vivono principalmente le periferie, che ascoltano trap e vestono abiti tanto vistosi quanto contraffatti. Hanno riferimenti culturali legati alle migrazioni, al Maghreb, mettono la loro vita su Tik Tok. È a loro che, in un provvedimento mediaticamente appetibile, viene lanciato un avvertimento.

Il commento dell'Unione delle camere penali

Le critiche al provvedimento non sono mancate. Non solo dalle opposizioni. Ad esempio l’Unione Camere Penali ha scritto che le misure incidono “sul fondamento stesso della giustizia minorile, storicamente costruita sulla consapevolezza che l’adolescenza è una fase caratterizzata da una personalità in formazione e da una maturazione non ancora compiuta”. E ancora:

“Per questa ragione il codice penale del 1930 e ancor più il sistema delineato dal processo penale minorile del 1988, richiedono un accertamento concreto della maturità del minore e della sua effettiva capacità di comprendere il significato delle proprie azioni.Il testo del disegno di legge aggiunge, invece, un ulteriore tassello alla strategia repressiva adottata nei confronti dei minori, iniziata con il decreto Caivano e proseguita, da ultimo, con la prospettata estensione del fermo di prevenzione anche ai minorenni.

Regressione culturale

In questo quadro, la cosiddetta “stretta anti-maranza”, oltre a generare forti dubbi di compatibilità costituzionale, appare il sintomo di una preoccupante regressione culturale. Nel tentativo di esibire fermezza, l’esecutivo finisce per negare la specificità della condizione adolescenziale e per confondere la sicurezza con la propaganda, il governo dei fenomeni sociali con la ricerca del consenso immediato.Un ordinamento liberal-democratico maturo dovrebbe invece essere capace di abbandonare le illusioni securitarie e le pulsioni emotive che spesso accompagnano il dibattito pubblico sulla devianza minorile, per recuperare la lucidità delle scelte coerenti con i principi costituzionali e fondate sulla scienza e sui dati empirici.

Proprio il dato empirico rende ancora più ingiustificato il prospettato intervento normativo: le statistiche del Dipartimento per la Giustizia minorile dimostrano, infatti, che le declaratorie di non imputabilità per accertata immaturità costituiscono già oggi un fenomeno del tutto marginale, posto che negli ultimi anni le decisioni fondate sull'art. 98 c.p. si attestano a poche decine di casi su scala nazionale. Ne deriva che la riforma non risponde ad alcuna emergenza applicativa reale, ma appare semmai una scelta eminentemente simbolica e comunicativa, funzionale ad alimentare la narrazione di una presunta indulgenza della giustizia minorile”.

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