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Prima la fuga in avanti di Giuseppe Conte. Poi il pranzo a Campo dei Fiori con Elly Schlein per chiarire. E infine una risoluzione che avrebbe dovuto mettere un punto alla vicenda, ma che ha finito per aprire una breccia interna nel Partito democratico.
Ricostruiamo dal principio. A dare lo scossone al campo largo, qualche giorno fa, è stato il presidente del Movimento Cinque Stelle, che in un’intervista con La Stampa ha detto che sul sostegno militare all’Ucraina si deciderà tutto alle primarie. Ha spiegato che all’inizio, allo scoppio della guerra, il suo partito si è detto favorevole a spedire armi a Kiev, vista la grossa asimmetria militare con la Russia, ma che poi le cose sono cambiate. E così continueranno a non votare a favore degli invii di armi, per imprimere una svolta negoziale. Nessuna novità, da un certo punto di vista. Solo che poi Conte ha anche aggiunto che sulla posizione in merito di tutto il campo progressista, la decisione verrà presa in seno alle primarie di coalizione. Primarie che però, ufficialmente, non sono mai state convocate. Né si è mai discusso, nel caso in cui si facessero, di che cosa verrà messo al voto: se solo il nome del/della leader o se anche una serie di punti programmatici.
Le tensioni sulle armi a Kiev
Insomma, non c’è tanto un problema di merito – le differenze di vedute per quanto riguarda il sostegno militare all’Ucraina è cosa arcinota – ma di metodo. Quella di Conte è stata chiaramente una fuga in avanti che non poteva che provocare malumori e fibrillazioni all’interno della coalizione. Elly Schlein ha lasciato passare un giorno e poi è intervenuta. Puntualizzando che le cose non funzionano così. Prima bisogna mettersi d’accordo su un programma condiviso da tutta l’alleanza, e poi si potrà pensare alle primarie. Con una cosa da tenere a mente: che chi le vince, deve guidare tutta la coalizione, non solo il proprio partito.
Dopodiché, i due si sono visti a pranzo. Un appuntamento che, hanno fatto sapere da entrambe le parti fonti di partito, in realtà era già previsto da settimane, non sarebbe stato un incontro riparatore. In un ristorante di Campo dei Fiori – lo stesso dei famoso selfie tra tutti i leader progressisti, con cui era stata annunciata la corsa in alleanza alle prossime elezioni politiche – Conte e Schlein hanno avuto un colloquio “disteso”, come hanno specificato sempre le stesse fonti di partito, che sarebbe servito a fare alcuni passi avanti. Come quello sulla risoluzione congiunta che è stata presentata alle comunicazioni del ministro dell’Economia. Giancarlo Giorgetti si è infatti presentato stamattina in Aula per spiegare che il governo chiederà all’Unione europea di attivare la clausola di salvaguardia, un meccanismo che consente maggiore flessibilità sui conti pubblici in specifiche aree. Di fatto, sarà possibile non rispettare i limiti di spesa imposti da Bruxelles, facendo quindi maggiore deficit, per quanto riguarda l’energia e la Difesa.
Conti pubblici, scostamento e spesa militare
Giorgetti ha specificato che l’Italia chiederà il massimo previsto per l’energia – cioè uno 0,3% all’anno, che diventa 0,6% nel biennio – mentre si fermerà allo 0,9% per la Difesa. Non il massimo, quindi, visto che le regole straordinarie europee permetterebbero di arrivare, in totale, all’1,5% annuale. Si tratta di percentuali rispetto al Pil, quindi, facendo un po’ di calcoli, parliamo di circa 14 miliardi per l’energia e di oltre 21 miliardi e mezzo per la Difesa. La Commissione europea dovrebbe poi decidere se dare via libera a questa richiesta a settembre di quest’anno e a quel punto si capirà anche meglio se sarà possibile uscire dalla procedura d’infrazione per deficit eccessivo – quindi sopra il 3% – o meno.
Questo per quanto riguarda il quadro delle comunicazioni di Giorgetti. Comunicazione a cui il Partito democratico, insieme a Movimento Cinque Stelle e Alleanza Verdi e Sinistra, ha presentato una risoluzione. Nel testo si chiedeva al governo di tenere il Parlamento aggiornato sulla spesa e, soprattutto, di ricorrere allo scostamento di bilancio (che ovviamente pesa sui conti pubblici) solo per degli obiettivi ben definiti: contrasto della povertà assoluta, finanziamento della sanità pubblica, sostegno di famiglie e imprese colpite dalla crisi energetica, taglio dei combustibili fossili e investimenti nelle rinnovabili. Insomma, niente scostamento se questi soldi devono andare alla spesa militare. Ma non solo: la risoluzione chiedeva anche esplicitamente di “riconsiderare radicalmente gli impegni di spesa assunti in sede Nato e scongiurare ulteriori aumenti delle spese per i sistemi di armamento che insistono sul bilancio dello stato, nonché attivarsi per superare il piano di riarmo degli eserciti nazionali privo di coordinamento puntando alla costruzione di una vera difesa comune europea”.
Il cortocircuito nel Pd
Un punto, questo sull’aumento della spesa militare accordato in ambito Nato, che non è piaciuto per niente, però, all’ala riformista del Pd. Che ieri, dopo aver visto il testo, hanno diffuso una nota in cui dicevano di non sapere se quella diffusa in agenzia fosse la stesura definitiva (lo era) e di voler vedere “se la notte porterà consiglio, perché quella che si legge non è condivisibile”. Insomma, una frattura annunciata. Che non si è consumata a livello parlamentare solo perché alla fine la risoluzione non è stata votata, è stata considerata preclusa. Come ha spiegato Lorenzo Guerini, ex ministro della Difesa ed esponente dell’area riformista, la risoluzione non è stata votata perché prevedeva un unico impegno che sarebbe decaduto dopo il voto su quella di maggioranza, che è stato ovviamente positivo. Se però si fosse arrivati al voto Guerini, così come hanno annunciato altri della stessa corrente, non l’avrebbe sostenuta. E anche se questa spaccatura sui numeri, messa agli atti alla Camera, alla fine non c’è stata, quella politica rimane. Ed è destinata a farsi sentire sempre più, se i partiti del campo largo non riusciranno a mettersi d’accordo al più presto sui punti centrali del programma comunitario.
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