Nuova missione della Flotilla per Gaza, pronte a salpare 70 imbarcazioni: “Il genocidio continua”

In direzione ostinata e contraria navigheranno, ancora una volta, le barche a vela della Global Sumud Flotilla. La rotta è sempre la stessa: la Striscia di Gaza; l’entusiasmo, questa volta, sembra diverso.
Dopo la grande missione dello scorso settembre/ottobre, che aveva visto impegnati centinaia di attivisti in mare e in terra, con decine di manifestazioni che avevano bloccato tutta Italia e supportato la missione, adesso questa Flotilla sembra non avere più la stessa risonanza. È anche vero che il contesto globale nel quale si inserisce non ha niente a che vedere con quello di sei mesi fa. Eppure Maria Elena Delia, portavoce del movimento in Italia l’ha detto molto chiaramente: “Il genocidio a Gaza continua, dall’inizio del cessate il fuoco sono morti più di ottocento palestinesi, è un genocidio a bassa intensità”. Per questo per la portavoce italiana non partire non è un'opzione, come ribadito alla Camera in conferenza stampa.

“Da qui partiranno 24 barche con a bordo 300 partecipanti da ogni parte del mondo, insieme alle barche spagnole saremo 70 imbarcazioni con più di mille attivisti a bordo. Siamo mille sulle barche ma almeno duemila che a queste barche ci stanno lavorando”, spiega Luca Foschi del team nautico, che incontriamo al porto di Augusta, cantiere delle barche a vela dirette verso Gaza.
Tra i partecipanti decine di italiani, insieme a loro la Europarlamentare Antonella Bundu che a Fanpage.it ha ribadito l’importanza che la politica prenda parte a queste missioni: “Non ha alcun senso stare dentro le istituzioni senza mettere a disposizione il proprio corpo, noi lo facciamo perché crediamo in una giusta causa. La gente pensa che sia tutto apposto, che ci sia il cessate il fuoco, il board of peace, ma si mette da parte l’autodeterminazione dei palestinesi, dimenticando che se non sono liberi i palestinesi non lo saremo neanche noi”.

Rana Hamida è palestinese, figlia di sfollati del 1948, l’anno della Nakba, la “catastrofe” per i palestinesi nonché l’anno della creazione dello Stato di Israele.
“Siamo pronti ad ogni scenario che ci si presenterà davanti”, spiega, “ma il principale è quello di arrivare a Gaza e rompere l’assedio illegale sulla popolazione palestinese che da 80 anni vive sotto regime di apartheid. Chiediamo a tutti nel mondo di alzarsi e urlare quello che è molto chiaro per noi: tutti meritano giustizia e libertà. I palestinesi meritano di avere il diritto di scegliere sul proprio futuro esattamente come tutti noi. Abbiamo visto la nuova legge sulla pena di morte per i prigionieri palestinesi. Oltre 9000 palestinesi sono oggi detenuti nelle carceri israeliane senza nessuna accusa e questo è completamente contro ogni tipo di legge umanitaria, non è qualcosa che potremmo accettare sui nostri familiari e non dovrebbe essere qualcosa che normalizziamo quando tocca qualcuno lontano da noi”.
“Non in mio nome”, ripete Annie, attivista australiana anche lei parte della flotta, "come persona ebrea mi sento responsabile per ciò che viene fatto in mio nome quando, in realtà, non ho nulla a che fare con tutto questo. Non sono sionista, non credo nel governo israeliano. Mi vergogno e non sostengo quello che sta facendo lo stato di Israele”.
Sam, invece, è un attivista aborigeno: “Sono qui in Italia per unirmi alla Flotilla per Gaza. In quanto aborigeno, il mio popolo ha vissuto il genocidio e la colonizzazione. Eravamo 3 milioni di persone prima della colonizzazione e ora siamo meno di un milione. Quindi, quando vedo ciò che accade a Gaza, riconosco un genocidio e mi si spezza il cuore. Spero di poter fare qualcosa per cambiare le cose, per rompere l'assedio, consegnare aiuti e avere un impatto sul movimento globale, ispirando più persone ad agire".
Le imbarcazioni partiranno, con ogni probabilità, domenica da Augusta dopo un evento di lancio da Siracusa e il ricongiungimento con quelle arrivate da Barcellona.
Intanto in Italia procede la causa che accusa Israele di aver perpetrato torture contro gli attivisti italiani arrestati in acque internazionali lo corso ottobre.
“Per ora abbiamo sporto denuncia verso ignoti perché in Italia i reati sono perseguibili nei confronti della persona che li ha commessi. Poi che ci sia una responsabilità politica, quello è diverso. Ma dovremmo cooperare con Israele, per risalire a chi ha dato gli ordini e chi li ha eseguiti”, spiegano Tatiana Montella e Patrizia Corpina, avvocate del movimento che seguiranno gli attivisti anche questa volta.
In coordinazione con la missione via mare, un convoglio via terra di cui faranno parte una ventina di italiani per un totale di mille attivisti da tutto il mondo, partirà da Tripoli, in Libia, per provare a raggiungere Rafah attraverso il Sinai di Al SIsi.