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Conflitto Israelo-Palestinese

Perché la guerra a Gaza riavvicina Xi e Putin

La guerra in Ucraina ha sabotato la Via della Seta in Europa. La guerra a Gaza lo ha fatto in Medio Oriente. Pechino ospita oggi il 3° Forum della Via della Seta e la Russia pare essere l’unica potenza rimasta a supporto. Mentre Biden si prepara a incontrare Israele, Putin -sempre più isolato- riappare sulla scena globale e atterra in Cina.
A cura di Gian Luca Atzori
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“Il Timoniere Xi Jinping mi chiama amico e anche io lo considero un mio amico”. Con queste parole Vladimir Putin saluta la stampa cinese al suo arrivo a Pechino per l’incontro ufficiale con Xi Jinping e per la partecipazione al 3° Belt and Road Forum for International Cooperation. Tra i due leader non si sentiva sdoganare la parola amicizia dalle celebri Olimpiadi invernali cinesi dello scorso anno che hanno preceduto l’invasione dell’Ucraina, in cui fu annunciata la loro “amicizia senza limiti”.

Putin è la seconda volta che lascia il paese da allora, in particolare da quando la Corte Criminale Internazionale ha emesso un mandato di arresto accusandolo di crimini contro l’umanità. Il presidente russo, sempre più isolato, ha dunque saltato il Brics in Sud Africa e il G20 in India, ma non il forum della Via della Seta. Perché?

Mentre Biden, tra il fronte ucraino e taiwanese, si prepara a incontrare Israele con il timore di essere trascinato nuovamente sul fronte medio-orientale, Xi accoglie Putin calorosamente. Eppure, fino a qualche tempo fa, come spiegato a più riprese qui su Fanpage.it, il rapporto tra Cina e Russia non godeva di buona salute e dall’inizio del conflitto ha affrontato momenti decisamente critici. Tuttavia, la guerra in Israele ha mescolato nuovamente le carte della tavola politica internazionale, ma in che modo?

Forum di seta e di guerra

Sono più di 140 nazioni e 30 organizzazioni internazionali a celebrare in questi giorni i 10 anni dalla fondazione del progetto cardine della visione del Nuovo Sogno cinese di Xi Jinping, ovvero La Nuova Via della Seta (Belt and Road Initiative, Bri). Il leader russo partecipò sia nel 2017 e sia nel 2019 e avrebbe confermato la sua partecipazione a questo incontro durante la visita ufficiale del presidente cinese in Russia lo scorso marzo.

Putin sembra quindi essere stato un grande sostenitore del progetto infrastrutturale euroasiatico, tuttavia, quando invadeva l’Ucraina sabotando di fatto gli investimenti cinesi nella porta di accesso della Bri in Europa, la percezione sembrava differente e pesava anche sul rapporto con Pechino. Oggi invece, Putin ribadisce di credere “nella visione di creare un Grande Spazio Eurasiatico con l’idea degli amici cinesi della Belt and Road” sottolineando che essa si “incontra pienamente” con gli interessi di Mosca. Non a caso, dopo la chiusura della porta in Ucraina e in Medio Oriente, ora l’unica porta terrestre per la Via in Europa è la Russia.

Ri-uniti da un Medio Oriente diviso

I due Presidenti dovrebbero parlare di Gaza proprio oggi, durante il meeting bilaterale precedente alla cerimonia inaugurale del forum. Entrambi hanno condannato quanto accaduto in Israele, ma allo stesso modo entrambi hanno evitato di condannare direttamente Hamas, riproponendo la “soluzione dei due stati”, questione vitale di sovranità che colpisce in modi differenti ma analoghi sia la Russia in Ucraina o negli ex-territori sovietici e sia la Cina tra Taiwan e Hong Kong. Nel fine settimana il Ministro degli esteri cinese ha dichiarato che la reazione di Israele è stata spropositata perché è andata “oltre lo scopo dell’auto-difesa”, perciò si “dovrebbe fermare la punizione collettiva del popolo di Gaza”. Un’azione che venerdì scorso Putin paragonava all’assedio tedesco su Leningrado durante la Seconda guerra mondiale, suscitando le ire di Israele.

Questo nonostante di recente entrambi i paesi, Russia e Cina, abbiano intensificato i rapporti con Tel Aviv e in generale abbiano tentato di creare maggiore stabilità diplomatica nell’area. Pechino infatti non ha mai smesso di investire neanche in Palestina, raggiungendo €150 milioni di scambi nel 2022 con un incremento del 23% annuo. La Cina “è filo-palestinese fin dai tempi di Mao”, ha affermato il Dr. Yu Jie, ricercatore presso il Chatham House di Londra, “vuole essere vista dalla parte del Sud del mondo” e dei paesi arabi che lo popolano. “Si tratta di sostenere i palestinesi anche per tenere queste relazioni”. I media di stato cinesi sono sempre stati critici nei confronti di Israele, incolpando gli Usa di fomentare tensioni nella regione. Per Freedom House, tuttavia, la narrazione sul web mandarino sta diventando sempre più radicale e antisemita.

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Sull’antica Via della seta

L’azione cinese sul mondo arabo, che di recente ha visto anche il vantato riavvicinamento diplomatico tra Arabia Saudita e Iran, ha sia un ritorno politico che economico importante per Pechino. Politicamente, gli fornisce maggiore leva per affrontare l’annosa questione della minoranza araba nello Xinjiang per la quale è accusato di violazioni di diritti umani e per cui le violenze occidentali in Medio Oriente hanno offerto, e offrono, un capro espiatorio. Economicamente, il Medio Oriente è un fornitore di energia importante per Pechino e per la Bri ma il conflitto tra Israele e Palestina -secondo Yan Qin analista per il London Stock Exchange Group- avrà effetti imprevedibili sul prezzo del petrolio e del gas naturale.

Fonti energetiche su cui Mosca fonda il proprio Pil e da cui finanzia la guerra, ma che son diventate sempre più care ai cinesi -e non solo- per affrontare la crisi economica generata dal Covid, dalle tensioni internazionali e dalla guerra commerciale con gli Usa. A oggi più di un terzo del petrolio russo è esportato in Cina mentre -secondo il Guardian- dall’invasione ucraina l’Ue ha aumentato del 40% l’import di gas dalla Russia.

I Promessi Sposi

Da questi fatti e dalla narrazione dominante degli ultimi mesi, potrà sembrare netta la divisione tra il blocco sino-russo e quello occidentale. La verità è che non è così semplice. Per mesi abbiamo ripetuto le differenze su queste pagine, in particolare tra “un’alleanza militare” come la Nato e una “partnership strategica” come quella tra Mosca e Pechino. Per semplificare, la stessa differenza che c’è tra un “matrimonio” e una “amicizia con benefit”. Non diversamente, abbiamo sottolineato come l’azione in Ucraina abbia sabotato gli investimenti e i piani cinesi in Europa o di come abbia portato Pechino a fare l’equilibrista nel posizionarsi e nel destreggiarsi in una difficile situazione diplomatica ed economica con Ue e Usa – principali partner commerciali- in periodo di crisi.

L’unico elemento di coesione rimasto tra Putin e Xi sembrava ormai l’opposizione all’egemonia americana, un perno relativamente solido che è stato però capace di far progredire il rapporto, perlomeno sul piano economico, anche se rendendo la Russia sempre più subalterna. E’ vero, oggi il 50% delle auto vendute in Russia arriva dalla Cina mentre prima erano una minima parte, infatti il commercio tra i paesi è cresciuto del 30% nei primi 9 mesi e ci si aspetta che superi i €180 miliardi entro fine anno. Si tratta però di cifre che non possono competere con gli €810 miliardi di valore del commercio sino-europeo.

Il bivio della Storia

La Cina è cosciente del diverso peso economico dei suoi partner occidentali e tra le varie azioni ha proposto un piano di pace rigettato da Washington, tentando anche di porsi come mediatore in Medio Oriente e in Europa per lo sviluppo di una posizione alternativa a quella americana. Tuttavia, gli avvenimenti attuali stanno riportando sempre più Xi tra le braccia del suo amico senza limiti. Secondo Alexander Gabuev, direttore del Carnegie Russia Eurasia Center, nonostante la Cina rimanga partner principale del rapporto, la lenta ripresa economica dalla pandemia e la crescita delle tensioni su Taiwan, hanno accresciuto la posizione russa nelle trattative e la sua leva di negoziazione. Lo stesso accade oggi per il conflitto in Medio Oriente.

Infatti, se da una parte Mosca è isolata e Pechino non può dotarla di armamenti -ma le vende i semiconduttori necessari al loro sviluppo- dall’altra Putin bypassa Xi ospitando il leader nord coreano che gli fornisce 1000 container di equipaggiamento militare. Inoltre, tra le priorità del presidente russo ci sarebbe la costruzione del gasdotto Power of Siberia 2, che aiuterebbe a reindirizzare il flusso energetico dall’Europa alla Cina.

Tra Taipei e Gaza

Oltre a questo, la crescita delle tensioni intorno a Taiwan ha finito per alimentare il più grande punto in comune tra Putin e Xi: l’opposizione agli Usa. La strategia di Biden è descritta dagli analisti cinesi come “lo scenario delle due guerre”, un “incubo” che avrebbe mirato a “vincere un conflitto (Ucraina) per evitarne un altro (Taiwan)”, ma che in realtà ha creato altri conflitti (Israele) senza vincerne nessuno. Mosca e Pechino si rafforzano nella narrazione dell’imposizione di una nuova guerra fredda da parte di Washington, che vede loro da una parte insieme a Iran e Nord Corea, e dall’altra la Nato e gli alleati del Pacifico, con i restanti paesi riluttanti a schierarsi.

Infine, la riaccesa guerra tra israeliani e palestinesi ha dato una scossa decisiva al rapporto sino-russo che, sempre secondo Gabuev, sta crescendo in maniera sempre più connessa tra i problemi di guerra di Putin e i problemi economici di Xi, in particolare con una nuova sfida comune in Medio Oriente. “Oggi, a due anni dalla fine della guerra, questo rapporto è in realtà più profondo e più solido di quanto non fosse prima,” continua Gabuev, “e sta accadendo molto di più in termini cinesi”. In diversi ritengono che nel lungo termine l’interesse cinese favorisca la Russia e il sito pro-Cremlino Pravda ha predetto che la forte posizione anti-occidentale di Putin avrà “un effetto decisivo” sulla volontà di Xi di fronteggiare Biden.

Il cortocircuito della propaganda occidentale

Non è però detta l’ultima parola. In primis perché come già ribadito la relazione sino-russa è storicamente e attualmente molto instabile e travagliata. Secondo, perché per diversi analisti da una parte Biden deve mostrare supporto deciso ad Israele insieme alla volontà di eliminare Hamas, dall’altra deve evitare una tragedia umanitaria che possa destabilizzare ulteriormente la regione e coinvolgerlo maggiormente. Il presidente Usa avrebbe voluto dare priorità alla Cina, ma si è trovato prima un focolaio in Europa e ora uno in Medio Oriente. Secondo Yun Sun dello Stimson Center di Washington, Biden potrebbe trovarsi nella paradossale situazione di essere un competitor di Xi “sul piano strategico” costretto a dover chiedere il suo aiuto “sul piano tattico”.

Negli scorsi giorni la Russia ha portato avanti una risoluzione per il cessate il fuoco a Gaza presso il Consiglio di Sicurezza Onu. La mozione, supportata dalla Cina, è stata respinta da Usa, Regno Unito, Francia e Giappone. Una situazione inversa alla mozione proposta dagli Usa per fermare l’escalation ucraina, non supportata dalla Cina. Qui sta il problema, ma anche la soluzione.

Una situazione che sembra senza via d’uscita e che va a generare un vero e proprio cortocircuito di propaganda, in cui non è così scontato che un occidentale che appoggi la narrazione a favore dell’Ucraina, appoggi necessariamente quella a favore di Israele. Anzi, dai social sono numerosi quelli che mentre sostengono gli ucraini sostengono i palestinesi, entrambi identificati come gli “oppressi” nei relativi contesti, ritrovandosi a dare ragione agli americani per Kiev e ai cinesi -o peggio ai russi- per Gaza.

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