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Guerra tra Iran, Usa e Israele

Negoziati USA-Iran in stallo, Anghelone: “Teheran non rinuncerà al nucleare e non cederà alle richieste di Trump”

Francesco Anghelone (OSMED): “Trump chiede all’Iran una moratoria all’arricchimento dell’uranio per 15-20 anni, un arco temporale inaccettabile per Teheran, che la considera una grave limitazione della sua autonomia strategica”.
Intervista a Francesco Anghelone
Coordinatore dell’Area di ricerca storico-politica e dell’Osservatorio sul Mediterraneo (OSMED).
A cura di Davide Falcioni
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Il braccio di ferro tra Washington e Teheran è arrivato al punto di rottura, e il cuore della contesa ha un nome preciso: energia nucleare. Da una parte i "14 punti" di Donald Trump, che pretendono una moratoria ventennale sull'arricchimento dell'uranio e serrate ispezioni ONU; dall'altra un regime che non ha alcuna intenzione di accettare quello che considera di matto un diktat coloniale. Per l'Iran, infatti, il programma nucleare non è solo una questione tecnica, ma il simbolo della propria autonomia strategica in Medio Oriente, e cedere alle pretese della Casa Bianca significherebbe ammettere la sconfitta politica e mettere a rischio la sopravvivenza stessa della Repubblica Islamica.

In questo vicolo cieco, Teheran gioca la carta del tempo: una leva potente contro un Trump che ha invece l'ossessione di chiudere la partita in fretta in vista delle elezioni di midterm. Abbiamo analizzato quello che sta accadendo, a partire della ragioni che hanno portato i negoziati a uno stallo, con Francesco Anghelone (OSMED), per capire perché il compromesso sull'uranio sembra oggi un miraggio e quali sono le reali "linee rosse" dei due contendenti.

Professore, partiamo dallo stato dell’arte. Ancora una volta i negoziati tra Washington e Teheran sono finiti in un vicolo cieco. Su cosa si sono arenati esattamente i colloqui?

Se guardiamo ai temi specifici, il cuore della discordia resta il nucleare. Il negoziato si è bloccato sui famosi "14 punti" proposti dagli Stati Uniti. Washington ha avanzato richieste molto pesanti: chiedono una moratoria all’arricchimento dell’uranio per un periodo di 15-20 anni, un arco temporale che l’Iran ha già definito inaccettabile. Oltre a questo, gli USA pretendono un impegno esplicito e definitivo da parte di Teheran a non sviluppare mai armi atomiche, una condizione che l'Iran vive come una limitazione inaccettabile della propria autonomia strategica.

Poi c'è il tema delle ispezioni. Gli Stati Uniti chiedono un regime di controlli rafforzati da parte dell'Aiea, l'l'Agenzia ONU per l'energia atomica, con ispezioni a sorpresa che Teheran respinge fermamente. Dall'altra parte, l'Iran ha le sue "linee rosse": la rimozione immediata delle sanzioni e lo sblocco dei fondi congelati all'estero. In questo momento, per l'amministrazione Trump, cedere su questi punti senza ottenere nulla in cambio è politicamente impossibile.

C’è poi la questione dello Stretto di Hormuz. Cosa chiede l’Iran in quel quadrante?

È un tema enorme. L’Iran vorrebbe una sorta di controllo formale sul transito nello Stretto, arrivando a ipotizzare la riscossione di dazi. Se questa richiesta venisse accolta, cambierebbe gli equilibri del commercio mondiale: significherebbe riconoscere a Teheran il diritto di tassare il transito di idrocarburi ed energia in un’area internazionale (sebbene in parte sovrapposta alle acque territoriali iraniane e dell'Oman). Le conseguenze economiche e commerciali sarebbero devastanti per chiunque dipenda da quel corridoio.

In questa partita a scacchi quanto incide il fattore tempo?

Quel fattore gioca decisamente a favore di Teheran: l'Iran può permettersi di aspettare, Trump no. Il Presidente americano ha bisogno di chiudere la partita in tempi brevi per una serie di scadenze interne e internazionali. Innanzitutto, ci sono le elezioni di Midterm e la sua popolarità è ai minimi storici. Poi c’è l’imminente viaggio in Cina: presentarsi a Pechino con un conflitto aperto e incandescente con l'Iran non è strategicamente ideale.

Non dimentichiamo poi la "vetrina" dei Mondiali di calcio del 2026, che gli Stati Uniti ospiteranno. Arrivare a un evento di tale portata globale con il Paese coinvolto in una guerra o in una crisi bellica permanente sarebbe un disastro d'immagine. Infine, Trump subisce la pressione interna della sua base MAGA, che lo ha votato proprio per evitare nuove "avventure" militari all'estero. L’Iran lo sa e usa il tempo come leva per aumentare la pressione sulla Casa Bianca.

Eppure le pressioni arrivano da ogni parte. Israele da un lato, l’Europa dall'altro. Come si muovono questi attori?

Si muovono su binari opposti. L’Europa è disperata: la crisi sta facendo esplodere la bolletta energetica e preme per una soluzione diplomatica immediata che riporti la calma. Al contrario, la posizione di Israele è molto più dura. È emblematica l’intervista rilasciata da Netanyahu a 60 Minutes, dove ha dichiarato esplicitamente che, se l’Iran non cederà sull'uranio arricchito, non si possono escludere operazioni sul campo o attacchi diretti per mettere fuori gioco le strutture nucleari.

A proposito di Israele, lei ha notato un cambio di strategia negli ultimi mesi, specialmente guardando al Libano. Cosa sta succedendo?

È un punto fondamentale per capire il quadro regionale. Se all’inizio il conflitto sembrava polarizzato tra USA-Israele contro Iran, oggi il ruolo di Israele nello scenario iraniano è diventato quasi secondario. Netanyahu si è concentrato massicciamente sul Libano.

Mentre il mondo guarda con il fiato sospeso ai prezzi del petrolio e alle tensioni con Teheran, Israele ha occupato un vastissimo territorio nel sud del Libano. Le notizie che arrivano sono drammatiche: villaggi rasi al suolo per impedire il ritorno dei civili. È una situazione gravissima dal punto di vista del diritto internazionale e umanitario, ma l’attenzione mediatica sull'Iran funge da formidabile distrazione. Per questo Netanyahu ha tutto l'interesse a mantenere alti i toni contro Teheran.

Spostiamoci sul fronte iraniano. Il "Sud del mondo" sta soffrendo per la crisi alimentare e la mancanza di fertilizzanti dovuta al blocco di Hormuz. Questi Paesi stanno esercitando pressioni su Teheran?

Credo di no, o almeno non in modo efficace. L’unico attore che può davvero smuovere il regime iraniano oggi è la Cina. Pechino è stata l’ombra dietro la mediazione condotta dal Pakistan: la Cina preferisce non esporsi in prima fila per non rischiare un fallimento d'immagine, ma ha sostenuto lo sforzo diplomatico di Islamabad.

Tuttavia, anche la pressione cinese ha dei limiti. Per il regime degli Ayatollah questa è una lotta per la sopravvivenza. Non è solo una questione politica, è esistenziale. Se cedono completamente agli Stati Uniti, il regime rischia di crollare dall'interno. Paradossalmente, Teheran si sente in una posizione di forza: hanno dimostrato di saper condurre risposte militari selettive contro i Paesi del Golfo e hanno ancora un arsenale in grado di colpire duramente per mesi. Sanno che Trump preferirebbe un "colpo di teatro" rapido alla venezuelana – arrestare il nemico e chiudere la pratica – ma questa crisi richiede una pazienza diplomatica che non sembra essere nelle corde del capo della Casa Bianca, anzi….

Professore, arriviamo alla domanda cruciale: come se ne esce? Esiste una prospettiva reale di risoluzione o siamo destinati a uno stallo permanente?  

Chiedere all'Iran di rinunciare totalmente al programma nucleare è irrealistico: per il regime sarebbe una disfatta politica interna insostenibile. Loro hanno sempre rivendicato il diritto all'uso civile dell'energia atomica. Una mediazione possibile potrebbe essere quella di accettare l'esistenza del programma, ma sotto un regime di controlli così stringenti da impedire l'arricchimento dell'uranio a scopi bellici.

Ma gli Stati Uniti e Israele sono disposti ad accettare un compromesso del genere?

Qui sta il nodo. In ogni conflitto si esce davvero solo quando entrambe le parti possono rivendicare un successo davanti ai propri cittadini. Teheran dovrebbe poter dire: "Abbiamo difeso il nostro diritto al nucleare garantendo che non è una minaccia"; Washington dovrebbe poter rispondere: "Abbiamo neutralizzato il pericolo atomico iraniano".

Tuttavia, sappiamo che la diffidenza è totale. Sia gli americani che, soprattutto, gli israeliani sono sempre stati perentori: non si fidano. Per loro, qualsiasi forma di arricchimento dell'uranio, anche se spacciata per uso civile, è solo il primo passo verso la bomba. Costruire una soluzione in cui tutti si sentano vincitori, in questo clima di sospetto radicale, appare oggi un'impresa ai limiti dell'impossibile.

E nel frattempo, lo Stretto di Hormuz rimarrà chiuso?

Sostanzialmente sì. E questo significa che le prossime settimane saranno pesantissime per l'economia globale. L'Europa è la prima vittima a causa della dipendenza energetica, ma pensiamo anche all'agricoltura: il blocco dei fertilizzanti e la riduzione della produzione di gas in Qatar (i cui impianti sono stati colpiti) avranno un impatto sull'agricoltura devastante, specialmente nei Paesi in via di sviluppo. Anche se si arrivasse a una tregua domani, ci vorrebbero mesi per tornare alla normalità.

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