
7 e 8 luglio 2026.
Cerchiate in rosso questi due giorni sul calendario, perché succederanno cose interessanti, e molti nodi verranno al pettine.
In quei giorni i capi di Stato e di governo dei Paesi Nato si incontreranno ad Ankara, nell’annuale vertice dell’Alleanza Atlantica. Il primo, dopo lo scoppio della guerra in Iran. E, per quanto ci riguarda, il primo dopo la grande, presunta, rottura tra Donald Trump e Giorgia Meloni.
Facciamo un passo indietro. Quasi anno fa, nell’analogo vertice Nato dell’Aja, del 25 giugno 2025, Trump chiese e ottenne che i Paesi europei aumentassero significativamente la spesa militare, fino al 5% del PIL.
L’Italia, per la cronaca, è ferma all’1,6%. Contati male, promettemmo 70 miliardi di euro in più di spesa militare al nostro “amico” americano. Quel giorno peraltro Meloni difese la sua scelta, parlando di "spese necessarie per rafforzare la nostra difesa e la nostra sicurezza, risorse che servono a mantenere questa Nazione forte come è sempre stata”.
Aggiunse anche, cerchiate in rosso pure questa frase, che non avrebbe tolto “nemmeno un euro dalle priorità del governo e dei cittadini italiani".
Perché questa frase, semplicemente, non è più vera. Il governo, infatti, non è riuscito a uscire dalla procedura d’infrazione e non può più scorporare le spese della difesa dal deficit. E quindi, tradotto, quei 70 miliardi in più da spendere in armi toccheranno eccome le tasche degli italiani.
La dico meglio: ogni euro in più speso in armamenti, sarà un euro in meno speso in sanità, scuola, aiuti a famiglie e imprese.
Che si fa, quindi?
Fino al 7 e 8 luglio, Meloni potrà dire e fare quel che vuole. Ma in quei due giorni i nodi verranno al pettine.
Se di fronte a Trump avrà la forza di dire no all’aumento delle spese militari, dovrà spiegare a lui perché quelle spese erano necessarie un anno fa e ora non lo sono più, visto che nessuna guerra è finita e anzi ne è appena cominciata un’altra.
Se invece gli dirà di sì, dovrà spiegare a noi come farà a mantenere la promessa senza levare un euro dalle tasche degli italiani.
E se sceglierà di farlo sforando il patto di stabilità da lei stessa firmato e difeso il 20 dicembre 2023, meno di due anni e mezzo fa, dovrà renderne conto ai suoi alleati europei, quelli con cui adesso si fa ritrarre, dopo la sua presunta “rottura” con Trump. E ai mercati, che finora hanno premiato il rispetto delle regole contabili dal governo italiano, tenendo basso lo spread.
Ecco: fino a pochi mesi – come passa il tempo – si elogiava Meloni per la sua capacità di stare in equilibrio tra gli Usa e l’Europa, tra il sovranismo e il rigore di bilancio.
Il 7 e 8 luglio, finalmente, dovrà scegliere da che parte stare. E finalmente capiremo, dopo quattro anni di governo, da che parte sta Giorgia Meloni.