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Guerra tra Iran, Usa e Israele

Cessate il fuoco in Libano, Anghelone: “Tregua imposta da Trump per riaprire lo Stretto di Hormuz”

Francesco Anghelone, Coordinatore dell’Area di ricerca storico-politica e dell’Osservatorio sul Mediterraneo (OSMED): “La fine delle ostilità in Libano serve a creare le condizioni minime di fiducia per facilitare la trattativa tra Stati Uniti e Iran, che è l’unica via per arrivare alla riapertura dello stretto di Hormuz”.
Intervista a Francesco Anghelone
Coordinatore dell’Area di ricerca storico-politica e dell’Osservatorio sul Mediterraneo (OSMED).
A cura di Davide Falcioni
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Gli effetti di un bombardamento israeliano a Beirut.
Gli effetti di un bombardamento israeliano a Beirut.
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Il cessate il fuoco in Libano, siglato a Washington sotto la pressione serrata dell’amministrazione Trump, non è solo una tregua regionale bensì il tassello fondamentale di un mosaico molto più vasto. Mentre le delegazioni di Israele e Libano definivano i dettagli di una tregua fragilissima, lo sguardo della Casa Bianca era infatti rivolto oltre, verso l’Iran e, soprattutto, verso lo Stretto di Hormuz. Con l’Europa sull’orlo di una crisi energetica senza precedenti e le scorte di carburante per aerei vicine all’esaurimento in molti scali continentali, la stabilizzazione del fronte libanese diventa la condizione necessaria per sbloccare i negoziati con Teheran e riaprire le rotte del petrolio.

Ma quanto può durare un accordo nato "sotto dettatura" e che ignora il peso di Hezbollah sul campo, e soprattutto l'occupazione da parte di Israele di ampie porzioni di territorio del Libano meridionale? Ne abbiamo parlato con Francesco Anghelone, Coordinatore dell’Area di ricerca storico-politica e dell’Osservatorio sul Mediterraneo (OSMED).

Dottor Anghelone, partiamo dalla cornice di questo accordo di cessate il fuoco in Libano. Chi ha trattato davvero dietro le quinte per arrivare a questa intesa?

Siamo di fronte a una cornice negoziale decisamente sui generis. Dal mio punto di vista, la pressione esercitata dagli Stati Uniti è stata determinante, quasi brutale nella sua intensità. Donald Trump ha voluto che il cuore delle trattative non fosse il Medio Oriente, ma Washington, convocando direttamente le delegazioni israeliana e libanese. L’annuncio stesso è stato irrituale: fino a 48 ore fa, la sensazione prevalente era che Israele non avesse alcuna intenzione di fermarsi, almeno non nel breve periodo. Invece, ci siamo trovati davanti a un fatto compiuto che sa molto di "cessato il fuoco imposto". Washington ha accelerato i tempi perché il Libano è solo una tessera di un mosaico molto più vasto e complicato. Non dobbiamo dimenticare il fallimento dei colloqui con l'Iran della scorsa settimana: Trump ha promesso una ripresa delle trattative entro pochi giorni e, per far sì che Teheran torni al tavolo con un atteggiamento costruttivo, era necessario stabilizzare il fronte libanese.

Quindi la tregua in Libano è funzionale a una distensione più ampia con Teheran?

In un certo senso, sì. È una questione funzionale alla strategia globale americana. Sappiamo che l'Iran ha sempre posto il cessate il fuoco in Libano come condizione imprescindibile per qualsiasi avanzamento negoziale. Anche le autorità pakistane avevano lasciato intendere che il Libano dovesse essere compreso in una tregua più vasta tra Stati Uniti e Iran, un punto che Israele ha inizialmente respinto con forza. Tuttavia, la pressione della Casa Bianca ha prevalso. Per Trump, chiudere il fronte libanese significa rimuovere un ostacolo enorme per arrivare a un accordo di più lunga durata con la Repubblica Islamica.

C’è chi lega questo accordo alla necessità vitale di riaprire lo Stretto di Hormuz. La crisi energetica in Europa sta diventando insostenibile: è questo il vero motore dell’urgenza americana?

Assolutamente sì. Tutto è collegato. La fine delle ostilità in Libano serve a creare le condizioni minime di fiducia per facilitare la trattativa tra Stati Uniti e Iran, che è l'unica via per arrivare alla riapertura dello stretto. La situazione energetica globale, e in particolare quella europea, è drammatica. Leggiamo notizie allarmanti: alcuni aeroporti in Europa avrebbero scorte di carburante per aerei per appena sei settimane. Non possiamo permetterci i tempi lunghi della diplomazia tradizionale. Anche se Hormuz venisse riaperto oggi, gli effetti benefici sui mercati e sulla logistica si farebbero sentire solo tra diverse settimane. Accelerare in Libano significa accelerare verso la sicurezza energetica dell'Occidente.

Le navi statunitensi nelle vicinanze dello Stretto di Hormuz.
Le navi statunitensi nelle vicinanze dello Stretto di Hormuz.

Veniamo alla tenuta di questo accordo. Israele occupa ancora porzioni di territorio libanese e la tregua è di soli dieci giorni. Hezbollah accetterà davvero di restare a guardare?

Ritengo che questo cessate il fuoco si regga su un equilibrio estremamente precario. Parliamo di una finestra di dieci giorni, estensibile solo se entrambe le parti – il governo israeliano e quello libanese – saranno d’accordo. Notate bene: Hezbollah non è considerato una parte attiva nelle trattative ufficiali. Trump ha dichiarato di aspettarsi un "atteggiamento responsabile" dal Partito di Dio. In queste ore, migliaia di cittadini libanesi stanno cercando di tornare al sud, ma molti di loro troveranno il deserto: case distrutte, infrastrutture rase al suolo. Israele non ha mai nascosto l'obiettivo di voler creare una buffer zone, una zona cuscinetto per proteggere il nord del Paese. Quando la popolazione civile si scontrerà con questa realtà di occupazione e distruzione, Hezbollah dovrà reagire per non perdere il consenso dei suoi supporter.

L'accordo prevede che le Forze Armate Libanesi (LAF) siano l'unica autorità legittimata a garantire la sicurezza. Ma si tratta di uno scenario realistico?

È una formula che sulla carta funziona, ma nella pratica è fragilissima. Sappiamo perfettamente che le forze armate libanesi non hanno la forza militare, né forse la volontà politica, di disarmare Hezbollah. Non ci sono riuscite negli ultimi vent'anni, figuriamoci se possono farlo oggi in dieci giorni. Certamente rappresentano l'unica fonte di legittimità riconosciuta a livello internazionale, e questo a Israele va bene formalmente, ma militarmente lo Stato ebraico non si fida affatto. Non a caso, Israele si è riservato il diritto di intervenire militarmente in qualsiasi momento qualora ritenesse la propria sicurezza minacciata. È una clausola che svuota di fatto il concetto di tregua: basta un sospetto, un movimento non autorizzato, e i jet israeliani torneranno a colpire. Le prospettive impongono estrema cautela.

Truppe UNIFIL in Libano.
Truppe UNIFIL in Libano.

Un capitolo a parte merita l'UNIFIL. Il mandato scade a dicembre e i rapporti con Israele sono ai minimi storici. Quale futuro vede per la missione ONU?

Israele considera l'UNIFIL non solo inutile, ma quasi dannosa. Le accuse sono pesanti: non aver impedito il riarmo di Hezbollah nel sud negli anni passati. Abbiamo visto nelle scorse settimane un atteggiamento dell'IDF verso i caschi blu che definire aggressivo è poco: attacchi diretti ai mezzi, basi colpite, soldati feriti o uccisi. La missione finirà ufficialmente a dicembre e difficilmente vedremo un rinnovo nelle forme attuali. Il futuro punta verso un supporto internazionale per rafforzare le forze armate libanesi, ma anche qui si apre un dilemma: quanto può essere forte l'esercito di Beirut senza che Israele lo consideri una minaccia per i suoi piani? Tel Aviv accetterebbe volentieri il supporto logistico o finanziario di alcuni Paesi del Golfo, ma mette veti categorici su altri attori.

Quali?

Ad esempio la Turchia. Israele non accetterebbe mai una presenza militare turca nel sud del Libano. Con l'indebolimento dell'Iran, Turchia e Israele sono rimasti i due principali "player" della regione e la tensione tra i due governi è altissima, come dimostrano anche alcune dichiarazioni delle ultime settimane. Erdogan ha usato toni pesantissimi contro Netanyahu, sostiene apertamente ciò che resta di Hamas e ha ambizioni di leadership sul mondo sunnita che cozzano frontalmente con i piani israeliani. La situazione è fluida e pericolosa: Israele vuole il controllo totale sull'evoluzione interna del Libano. Ma la domanda che dobbiamo porci è: quanto il controllo di Israele è compatibile con una reale stabilizzazione politica del Libano? È molto difficile prevedere un dialogo politico serio in un Paese semidistrutto e sotto costante minaccia di nuovi bombardamenti. Questo cessate il fuoco è una boccata d'ossigeno, ma è impossibile prevedere quanto durerà: la situazione in Libano resta estremamente precaria.

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